Darwinismo sociale e tempo relativistico in Time Machine, di H.G.Wells

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Pubblicato nel corso del 1895 come racconto a puntate sulla rivista The New Review, ben due anni prima de L’Uomo Invisibile; La Macchina del Tempo (in inglese, Time Machine) è uno dei romanzi seminali della letteratura utopista britannica, la cui tradizione risale fino a Thomas More e Francis Bacon.

La distopia di La Macchina del Tempo, proiettata in un futuro ambientato nell’anno 802.701, è anche il romanzo di Herbert George Wells nel quale è espressa in maniera più articolata la sua critica alle tendenze del capitalismo e delle teorie del darwinismo sociale che caratterizzavano il mondo accademico della società imperialista e vittoriana di fine ‘800, ispirate alle teorie di Herbert Spencer. Ma ancor più sorprendente è l’anticipazione di alcuni contenuti della Teoria della Relatività, dieci anni prima della sua formulazione ufficiale.

Il protagonista del romanzo, un personaggio che in tutto il racconto è chiamato semplicemente il Viaggiatore nel Tempo, è uno scienziato ed inventore di Richmond, nella contea del Surrey, il quale racconta ai suoi ospiti, durante una cena, un’esperienza vissuta grazie ad una macchina in grado di viaggiare nel tempo, creata con le proprie mani, che lui stesso sperimenta appena ultimata.

Quale strana evoluzione dell’umanità, quale meraviglioso progresso sulla nostra rudimentale civiltà, pensavo, mi sarebbero apparsi quando mi fosse riuscito di osservare da vicino quel mondo vago e inafferrabile che fluttuava e spariva davanti ai miei occhi! Vedevo sorgere intorno a me grandi e splendide costruzioni più solide di qualsiasi edificio dell’epoca nostra e che tuttavia sembravano fatte di bruma e di fioca luce. Un verde più intenso ricopriva il pendio e vi restava senza alcun intervallo invernale. Persino in mezzo a quella confusione di impressioni la terra sembrava bellissima. E così mi balenò l’idea di fermarmi. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 47)

La Macchina del Tempo porta il viaggiatore nello stesso punto da cui era partito, in un ambiente completamente mutato, per effetto delle precessioni equinoziali, le quali, nel corso del tempo trascorso, hanno compiuto quaranta rivoluzioni complete. Con grande sorpresa, però, l’incontro con gli esseri umani è diverso da quello che si aspettava il viaggiatore. Il mondo del futuro è il risultato delle tendenze dell’evoluzione sociale e l’umanità si è evoluta in piccole creature socievoli, aggraziate e simili a dei bambini, alti un metro e venti circa, come se lo sviluppo delle scienze fosse riuscito a creare le condizioni per un’eterna giovinezza.

Il mondo di sopra ed il mondo di sotto

Incoraggiato dalla socievolezza e dall’assenza di timore del primo contatto con quelle strane creature, il viaggiatore nel tempo si decide a conoscere più approfonditamente la civiltà del futuro scoprendo, poco dopo, che gli strani esseri non lavorano e passano il tempo giocando e mangiando frutti. Nel nuovo Eden gli edifici rimasti sono decadenti ed in rovina e la natura si è ripresa possesso degli spazi un tempo occupati dai quartieri delle città.

I piccoli esseri parlano una lingua incomprensibile e, ben presto, il viaggiatore nel tempo si rende conto che le creature con cui è entrato in contatto, gli Eloi, sembrano usare un linguaggio abbastanza semplice, basato solo su sostantivi e verbi, usando frasi che mediamente non hanno più di due parole, mentre la loro vita sociale sembra essere disinteressata; sembrano anzi avere una intelligenza media paragonabile a quella di un bambino di cinque anni.

Gli Eloi sono fisicamente deboli, vivono in grandi edifici, dormono insieme, non sono strutturati secondo una gerarchia sociale e vestono tutti allo stesso modo, indossando delle tuniche di seta porpora strette in vita da una cintura e sandali ai piedi. Non vi sono negozi ed attività commerciali, non si notano segni di lotta economica e sociale, le stesse rovine, tra queste quelle degli imponenti musei londinesi, non sembra abbiano importanza per la memoria degli Eloi; si tratta quindi di una società comunista?

Nel modo di vestire, nella struttura, nel portamento, che ora distinguono fra di loro i sessi, quegli esseri del futuro erano identici. I figli non mi sembravano altro che miniature dei loro genitori. Giudicai i bambini di quel tempo estremamente precoci, almeno fisicamente, e più tardi trovai ampia conferma alla mia opinione. Osservando la vita tranquilla e sicura di quelle creature, capii che la rassomiglianza dei sessi era, dopo tutto, cosa che ognuno avrebbe dovuto aspettarsi: la forza dell’uomo e la gentilezza della donna, l’istituzione della famiglia e la differenziazione delle occupazioni, sono solo necessità transitorie di un’età in cui predomina la forza fisica. Ma dove la popolazione è in giusto equilibrio e numerosa, molte nascite sono per lo stato un inconveniente, piuttosto che un bene, dove la violenza è rara e la discendenza è sicura, vi sono minori necessità (veramente non ve ne sono affatto) di una famiglia effettiva e la differenziazione tra i sessi, in rapporto alle esigenze dei figli, scompare. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 59)

La prima spiegazione che il Viaggiatore nel Tempo si dà, osservando quella strana organizzazione sociale, influenzato dalle teorie di Darwin, basate sulla “sopravvivenza del più adatto”, è che lo sviluppo delle scienze mediche ed il progresso devono aver portato l’umanità ad una soglia di benessere per cui il genere umano non ha avuto più bisogno di progredire ulteriormente nelle scienze, nella tecnica e nelle arti.

Mi sembrava di essere capitato fra un’umanità in declino. Il rosso crepuscolo mi faceva pensare al crepuscolo del genere umano. Per la prima volta incominciai a capire le strane conseguenze degli sforzi sociali nei quali siamo ora impegnati; eppure se ci pensiamo, sono conseguenze abbastanza logiche: la forza deriva dalla necessità; la sicurezza porta alla debolezza. L’opera di miglioramento delle condizioni di vita – il vero processo di civilizzazione che rende la vita sempre più sicura – era giunto gradatamente al vertice; i trionfi dell’umanità unita sulla natura si erano susseguiti; cose che oggigiorno sono soltanto dei sogni erano diventate progetti deliberatamente posti in esecuzione e realizzati. E il risultato era ciò che vedevo! (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 60)

Nel mondo del futuro non c’è traccia di animali, né di zanzare, non si vedono erbacce e funghi. Ovunque crescono frutti dolci e fiori sgargianti su cui si posano farfalle dai colori vivaci.

Estremizzando le tendenze in atto nella società di fine ottocento, Wells, attraverso il racconto del protagonista, spiega l’evoluzione umana che ha portato agli Eloi come una conseguenza dell’effetto di una pace duratura e dell’eliminazione del conflitto sociale. Ben presto però il viaggiatore scopre il lato oscuro dell’umanità del futuro.

Benchè gli Eloi sembrano aver smarrito l’istinto di sopravvivenza, questi hanno terrore delle tenebre e, per questo motivo, dormono a gruppi in ambienti luminosi. Altra stranezza è l’assenza di tombe, o cimiteri, di vecchi ed infermi. Gli Eloi sembrano inoltre nutrire un timore irrazionale dei pozzi coperti da cupole, disseminati ovunque nel paesaggio, profondi al punto da non rendere possibile scorgere il fondo.

L’inspiegabile paura per le tenebre, data anche l’assenza di bestie feroci, trova una sua giustificazione solo quando il viaggiatore scopre l’esistenza di un’altra specie di creature, questa volta dall’aspetto mostruoso, le quali vivono nel sottosuolo, i Morlocchi, antitetici agli Eloi. La scoperta avviene affacciandosi ad uno dei misteriosi pozzi dai quali gli Eloi si tengono alla larga.

Non so per quanto tempo rimasi a guardare nel pozzo; me ne occorse un po’ per riuscire a persuadermi che la forma da me vista era un essere umano. Ma a poco a poco intuii la verità: non vi era più un’unica specie umana, ma si era differenziata in due tipi distinti; le graziose creature del mondo in superficie non erano gli unici discendenti della nostra razza, ma quel repellente, scolorito essere notturno che mi era passato accanto correndo, era pure un erede delle epoche precedenti. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 81)

I Morlocchi sono una specie sotterranea, vivono nelle tenebre, hanno degli occhi enormi, simili a quelli dei Lemuri, con i quali sono in grado di vedere nell’oscurità. La luce di un fiammifero acceso è sufficiente per accecarli, per cui durante il giorno vivono nel mondo di sotto. Il viaggiatore realizza che i pozzi sono gli ingressi e le uscite di un mondo sotterraneo, e che sotto la superficie della terra un’intera popolazione vive in una rete di gallerie nelle quali vengono compiuti i lavori necessari per il benessere della razza che vive in superficie.

Anche l’esistenza dei Morlocchi trova una spiegazione razionale e darwinista nello sviluppo delle tendenze sociali osservabili nella società vittoriana. L’abisso che separa le classi benestanti dagli operai, sostiene il viaggiatore nel tempo, è causato dal costo elevato della formazione necessaria per accedere alle classi più elevate, per cui i poveri sono costretti ad accettare condizioni sempre più disumane di lavoro, confinati nei quartieri ghetto, quasi come vivessero in un mondo sotterraneo. Alla lunga, l’adattamento a questo habitat ha creato una nuova specie umana, che si è differenziata dagli Eloi, i quali dominano i Morlocchi.

La realtà a questo punto sembra diversa da quella apparsa all’inizio. Gli Eloi sarebbero una razza aristocratica, derivata dalla divisione sociale della società da cui proviene il viaggiatore, ed i Morlocchi sono una razza inferiore, la cui unica funzione è quella di servire gli Eloi delle loro necessità materiali. La natura però sembra aver preso il sopravvento e l’umanità si era avviata verso un inesorabile declino.

Dopo essere sceso in un pozzo, il fugace incontro ravvicinato con i Morlocchi rivela una verità ancora più agghiacciante. Nei sotterranei, il viaggiatore nel tempo, dopo essere riuscito a scorgere nell’oscurità delle grandi macchine con le quali viene fornita l’attività industriale per le necessità degli Eloi, costantemente tenute in funzione dalle creature mostruose, scopre un gruppo di Morlocchi dedito a nutrirsi di carne fresca. Le strane creature sono quindi carnivore. L’atteggiamento aggressivo degli abitanti del mondo di sotto costringe ad una rocambolesca fuga e, tornato in superficie, il viaggiatore realizza che è proprio di questi esseri che gli Eloi hanno terrore durante le tenebre.

Era chiaro che il vecchio ordine di cose era stato capovolto. La nemesi dei delicati Eloi avanzava a grandi passi. In epoche passate, per migliaia di generazioni, l’uomo aveva allontanato il fratello dal benessere e dal sole: ora il fratello ritornava…cambiato! Gli Eloi avevano già incominciato a imparare la vecchia lezione: facevano di nuovo conoscenza con la paura. Stranamente mi ritornava alla mente, non sollevata dalle mie meditazioni, ma quasi come una domanda proveniente dal di fuori. Mi sforzai di rammentare la forma della carne; avevo la vaga impressione che fosse qualcosa di familiare, ma in quel momento non riuscivo a capire che cosa. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 95)

Dopo la scoperta delle strane creature del mondo di sotto, il viaggiatore si trova così a fronteggiare una domanda inquietante: se non esistono più gli animali, di cosa si nutrono allora i Morlocchi? L’amara realtà che si disvela, l’unica possibile, è che le creature del sottosuolo non possono essere che cannibali. La visione apocalittica del futuro che si staglia davanti al viaggiatore è di conseguenza che gli aristocratici Eloi sono solo una specie di bestie da ingrasso per i Morlocchi i quali, simili alle formiche, li allevano, li conservano e li divorano.

La rigida divisione in classi della società vittoriana, il modello sociale a cui Wells fa continuamente riferimento nel romanzo, si sarebbe così esasperata nel conflitto sociale ed avrebbe portato l’umanità a svilupparsi in due specie biologiche differenti, entrambe regressive. La visione del futuro di Wells si manifesta così in un rovesciamento del capitalismo, ed in una forma aberrante di socialismo, in cui le specie vivono distinte e separate nei loro habitat, con una delle due che cannibalizza l’altra.

Prima di intraprendere il ritorno nel punto esatto da cui era partito, il viaggiatore nel tempo si concede la curiosità di spingere la sua macchina ancora più lontano, potendo così constatare la scomparsa del genere umano, in un ambiente rarefatto e desertico, affidato all’eternità del tempo cosmico, surriscaldato da un enorme disco solare. Il termine del viaggio umano, suggerisce Wells, è la fine come catastrofe e pura distruzione, un nuovo caos come il crepuscolo degli dei.

La visione apocalittica ed escatologica del mondo del futuro di La Macchina del Tempo si chiude con un epilogo in cui la voce narrante di uno dei testimoni del racconto fatto dal viaggiatore, tre anni dopo la sua scomparsa, mai più ritornato da un secondo viaggio nel tempo, ancora incredulo del racconto che ha sentito con le sue orecchie, si chiede se il viaggiatore sia andato verso un’epoca più vicina, in cui gli uomini sono ancora uomini, e ricorda con quanta tristezza il suo amico pensasse al progresso dell’umanità, vedendo nella crescente ricchezza della civiltà un accumulo assurdo che avrebbe finito per ricadere sui suoi creatori, distruggendoli.

Ma per me il futuro è ancora nero e vuoto; è un’immensa ignoranza, illuminata, per caso, in qualche punto dal ricordo del suo racconto. Conservo a mia consolazione due strani fiori bianchi – ora avvizziti, scuri, senza più spessore e fragili – a testimoniare che anche quando l’intelligenza e la forza saranno scomparse, la gratitudine e il reciproco affetto vivranno ancora nel cuore dell’uomo. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 136)

La quarta dimensione

Sapete certamente che una linea matematica, una linea di spessore zero, non ha reale esistenza. Ve l’hanno insegnato, vero? Lo stesso dicasi per il piano matematico: sono sempre astrazioni…(…)…qualsiasi corpo reale deve estendersi in quattro direzioni: lunghezza, larghezza, spessore e…durata. Ma per un’imperfezione della nostra natura (…) noi tendiamo a trascurare questo quarto fattore. Vi sono, in realtà, quattro dimensioni: tre, che chiamiamo i tre piani dello spazio, e una quarta, il Tempo; tuttavia si ha la tendenza a stabilire una distinzione fittizia tra le prime tre dimensioni e l’ultima, poiché siamo coscienti di procedere in modo discontinuo in una sola direzione: il Tempo, e nel Tempo, dal principio alla fine della nostra vita…(…) Ecco ciò che realmente significa la quarta dimensione, benché alcuni ne discutano senza considerare il Tempo. Non esiste differenza fra il Tempo e una qualsiasi delle altre tre dimensioni dello Spazio, eccettuato che siamo coscienti di procedere nel Tempo. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 26-27)

Il romanzo di Wells, liberato dai confini delle rigide categorie delle scienze applicate, nel regno dell’immaginazione libera della letteratura fantascientifica, di cui è stato uno dei padri fondatori, è stato scritto in un’epoca in cui la nozione fisica dominante del tempo, nel mondo dei saperi scientifici positivi, era ancora quella del progetto illuministico. Secondo i Principi matematici della filosofia naturale di Isaac Newton, il tempo, come lo spazio, è assoluto e incessabile, non ha nessuna relazione con qualsiasi processo che prende luogo nello spazio ed è lo stesso in tutto l’Universo, scorre uniformemente ed è chiamato Durata, mentre il tempo relativo è una misura (accurata o approssimativa) sensibile ed esterna della durata per mezzo del Moto, che viene impiegata al posto del vero tempo: l’ora, il giorno, il mese, l’anno.

Lo spazio assoluto, per sua natura senza relazione con alcunché di esterno, rimane uguale e immobile, mentre lo spazio relativo è una misura dello spazio assoluto, definito in relazione alla sua posizione rispetto ai corpi. Il tempo di Newton è come una freccia che, una volta scagliata, viaggia senza deviare mai lungo una linea retta immaginaria. Un secondo sulla terra è uguale ad un secondo in qualsiasi altro luogo dell’Universo.

Nel 1905, con la Teoria della Relatività Ristretta, Albert Einstein rivoluzionò l’idea del Tempo. La percezione del Tempo di Einstein è legata alla relatività del moto ed alla luce, la quale porta l’informazione del movimento. Se il tempo della percezione degli oggetti fosse istantaneo, come suggerisce la nozione newtoniana, la velocità della luce dovrebbe essere infinita. Ma la velocità della luce è misurabile e, per quanto elevata (300.000 km/s), significa che l’informazione delle stelle che osserviamo proviene dal passato. Einstein formulò anche l’ipotesi che la massa dei corpi in movimento varia a seconda della velocità e che questi, se si avvicinassero alla velocità della luce, si trasformerebbero in Energia. Gli eventi di interazione tra energia e materia determinano pertanto dimensioni variabili dello spazio/tempo nell’Universo. Più è forte la potenza gravitazionale, più il tempo scorre lentamente. Il tempo, per Einstein, è come un fiume che scorre e che, attraversando l’universo, rallenta e devia quando incontra le masse di materia delle stelle o delle galassie, per poi riacquistare velocità. Un secondo sulla terra, pertanto, non può essere uguale ad un secondo in qualsiasi altro punto dell’universo.

Nonostante lo stesso Einstein abbia sempre mostrato scetticismo rispetto alla possibilità che la sua teoria, in astratto, possa giustificare la possibilità di viaggiare nel tempo, nel corso del ‘900, altre ipotesi scientifiche hanno continuato ad accendere la fantasia, come nel famoso test di J.C. Hafele e Richard E. Keating, nel 1971, con il quale è stato possibile constatare il rallentamento un nanosecondo di quattro orologi atomici collocati su un aereo fatto volare intorno al pianeta in direzione est, seguendo la rotazione terrestre.

La Teoria dei Buchi Neri, altro esempio, anch’essa derivata dalla Teoria della Relatività, sostiene che questi siano dei fenomeni di gravità apparentemente in grado di intrappolare la luce. Secondo il matematico Roy Kerr, i Buchi Neri sono dei vortici gravitazionali, degli anelli di neutroni che, per effetto dell’incredibile accelerazione prodotta, se fosse possibile attraversarli, porterebbero ad un universo parallelo, connettendo tra loro non solo due regioni dello spazio, ma anche due regioni del tempo.

In base alla Teoria dei Quanti, invece, non essendo possibile descrivere classicamente gli oggetti, si ricorre a delle rappresentazioni probabilistiche, per cui una particella può esistere simultaneamente in orbite differenti. Esistono di conseguenza, per ogni oggetto, degli stati multipli non visibili. Il paradosso del gatto di Schrodinger, derivato da questa teoria, fa così esistere il felino simultaneamente in due possibili stati, morto o vivo, essendo la sua sorte legata alla possibilità di decadimento di un atomo, la cui possibilità di decadimento è uguale all’ipotesi contraria.

Più concreto della teoria del viaggio nel passato, almeno dal punto di vista delle ipotesi scientifiche, per la fisica quantistica e la teoria della relatività, l’ipotesi del viaggio nel futuro sarebbe quindi ammissibile in astratto, benché per essere possibile bisognerebbe sprigionare l’energia di una stella, e solo per riprodurre la sfasatura spazio temporale prodotta nel tempo/spazio relativistico calcolata sulla velocità della luce.

Premetti la leva fino in fondo. Venne la notte come se si fosse spenta una lampada, e dopo un attimo era già giorno. Il laboratorio si fece confuso, nebbioso e sempre più indistinto; scese, nera, la notte seguente, poi fu di nuovo giorno; quindi notte e giorno si succedettero, velocemente, sempre più velocemente. Ero assordato da un ronzio vertiginoso e provavo uno strano senso di vuoto e confusione. “Temo di non riuscire a descrivervi le singolari sensazioni che si hanno viaggiando nel tempo: sono eccessivamente spiacevoli. Ci si sente esattamente come quando ci si trova sulle montagne russe nelle fiere: si ha cioè la sensazione di precipitare inevitabilmente con il capo all’ingiù. Provavo anche l’orribile sensazione di uno scontro imminente. Durante quella corsa la notte succedeva al giorno come il battito di un’alta nera. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 45)

La quarta dimensione, quella del tempo, è stata elaborata nella teoria fisica della Relatività ristretta (le dimensioni essendo: lunghezza, larghezza, profondità e tempo) ma lo spazio/tempo einsteniano impiegò alcuni anni prima di soppiantare la “distanza” newtoniana, non prima della pubblicazione del saggio di Einstein sull’elettrodinamica dei corpi in movimento, pubblicato sette anni dopo La Macchina del Tempo. Eppure, dell’esistenza del rapporto tra luce e tempo, Wells, all’epoca in cui scrisse il romanzo, sembra essere stato perfettamente consapevole. Il viaggiatore infatti attraversa lo spazio/tempo come un fenomeno quantistico. Il tempo descritto da Wells è anche una dimensione virtuale, come si evince dall’associazione dell’immagine alla durata in un altro passaggio che parla della quarta dimensione:

…lo Spazio, come sostengono i matematici, ha tre dimensioni, che usiamo chiamare: lunghezza, larghezza e spessore, ed è sempre definibile in rapporto ai tre piani, ciascuno perpendicolare all’altro. Ma alcuni filosofi si sono domandati perché vi siano esclusivamente tre dimensioni e non vi sia una quarta direzione perpendicolare alle altre tre. E hanno anche tentato di costruire una geometria quadridimensionale. (…) Saprete certamente che su una superficie piana avente solo due dimensioni possiamo disegnare la figura di un solido a tre dimensioni; allo stesso modo pensano, usando modelli a tre dimensioni, di poterne disegnare uno di quattro, se riescono a impadronirsi della prospettiva. (…) Ebbene, non vi nascondo che per un certo periodo mi sono occupato della geometria delle quattro dimensioni e ho ottenuto risultati curiosi. Eccovi, per esempio, una serie di ritratti dello stesso individuo a otto, quindici, diciassette, ventitré anni, e così via. Sono evidentemente le sezioni, cioé le rappresentazioni tridimensionali del suo essere quadridimensionale, che è fisso e inalterabile. (H.G.Wells, La Macchina del Tempo, pag. 27)

La virtualità di un’altra dimensione è suggerita dalla successione delle immagini nelle fotografie, le quali, riprendendo lo stesso soggetto a distanza di anni, liberano una quarta dimensione: il divenire, la durata, il Tempo.

Ad anticipare nel linguaggio della letteratura le scoperte della geometria non euclidea, nel 1880, Charles Howard Hinton aveva già pubblicato in Inghilterra un articolo dal titolo “Che cos’è la quarta dimensione?”, in cui veniva descritta la possibilità che i punti in movimento in uno spazio tridimensionale possano essere immaginati come successive sezioni di un oggetto quadridimensionale che attraversa le tre dimensioni. Ma Hinton è da considerarsi anche uno dei primi autori di narrativa scientifica. Tra il 1884 ed il 1886 vennero pubblicati alcuni suoi racconti tra cui A Picture of Our Universe, Many Dimensions, An Unfinished Communication e Plane World. Negli stessi anni era stato pubblicato il romanzo Flatland, di Edwin Abbott. Entrambi gli autori condividevano una questione: il fatto che non siamo in grado di concepire più delle tre dimensioni dello spazio, è solo una conseguenza della nostra limitatezza; l’infinito appartiene ad una realtà superiore. Le leggi dell’Universo che riusciamo a cogliere, secondo Hinton, sono le tensioni di superficie di un’altra dimensione. La quarta dimensione appartiene di conseguenza all’ordine del trascendentale, e può essere compresa solo individuando un metodo.

Nel romanzo di Wells non a caso è citato Simon Newcomb, un matematico che si occupò di geometria non euclidea, e proprio negli stessi anni in cui H.G.Wells scriveva i suoi romanzi di maggiore successo, il filosofo francese Henri Bergson elaborava una concezione originale della Durata che, pur traendo spunto dalle teorie topologiche e sulla geometria non euclidea di Riemann, si opponeva alla concezione della spazializzazione del tempo fisico-matematico, il quale, secondo il filosofo francese, è come se volesse prendere in considerazione il singolo fotogramma di una pellicola cinematografica e non l’insieme delle immagini in movimento che produce.

Tempo in Bergson

Quando siamo seduti sulla riva di un fiume, lo scorrere dell’acqua, il passaggio di un battello o il volo di un uccello, il mormorio ininterrotto della nostra vita profonda ci possono apparire indifferentemente come tre cose distinte o come un’unica cosa” (Henri Bergson, Durata e Simultaneità, pag. 106)

Il tempo puro, per Bergson, è durata reale, mentre il tempo matematico è durata misurabile. Alla base della riflessione del filosofo francese vi era una constatazione derivata dall’osservazione delle leggi fisiche, prima della scoperta della relatività: se una rapidità infinita racchiudesse il successivo nell’istantaneo si azzererebbe il tempo e così pure il divenire, in quanto presente e passato sarebbero presenti nel futuro ed il futuro sarebbe contenuto dal passato.

Bergson fece dell’intuizione un metodo filosofico, un metodo per pensare attraverso la durata, la quale riflette il flusso continuo della realtà. Il pensiero, per il filosofo, è di conseguenza sia concettuale che intuitivo e la conoscenza dinamica della realtà si ottiene combinando intuizione ed intelletto. Il tempo reale non può essere analizzato matematicamente e il concetto di tempo è il risultato di una rappresentazione intellettualizzata basata sulla suddivisione convenzionale di momenti ed intervalli. La durata reale invece può essere concepita solo attraverso l’intuizione ed a questa deve ciò che è.

Il paradosso di Zenone su Achille e la tartaruga è proprio l’esempio di come si ritiene di poter ridurre il tempo allo spazio; come nel meccanismo degli orologi, in cui la lancetta per compiere un minuto deve attraversare sessanta porzioni di spazio suddivise che indicano i secondi, le quali invece coesistono in uno spazio omogeneo. Per Bergson l’errore è spiegabile con l’illusione di voler identificare un atto indivisibile, come il movimento, con lo spazio omogeneo e, di conseguenza, la successione con la simultaneità; la durata con l’estensione; la qualità con la quantità; sostituendo la traiettoria con il tragitto. Ma i movimenti qualitativi non possono essere suddivisi perchè non occupano fisicamente lo “spazio”. Il movimento, infatti, può essere solo sintetizzato dall’intelligenza, in quanto contiene due elementi: l’omogeneo e divisibile spazio che viene attraversato, e l’indivisibile atto reale, cosciente, dell’attraversamento. Quando ci facciamo un’immagine del tempo, in pratica, ce ne facciamo sempre un’immagine spazializzata, disponendo il tempo in una successione visiva, mentre il movimento è un aggregato di intervalli ed è una molteplicità continua e non discreta (non numerabile). E’ una molteplicità virtuale.

Anche la Teoria della Relatività presenta delle nozioni di molteplicità e di simultaneità. Ad esempio, un fenomeno stellare osservabile dalla terra, la cui informazione proviene da anni luce di distanza, è un fenomeno simultaneo che ha tempo e spazio diverso a seconda del punto di osservazione. A questa concezione del tempo fisico, Bergson oppone due concezioni di molteplicità: le molteplicità attuali, numeriche e discontinue, e quelle virtuali, continue e qualitative. Il tempo einsteiniano si colloca nella prima categoria mentre la durata, invece, è molteplicità virtuale, è indivisibile ed è ciò che ha il potere di inglobare tutte le durate degli altri oggetti, facendoli coesistere e rendendoli simultanei.

Per Einstein il tempo di due sistemi (per esempio quello di S, ed S’) non è lo stesso ed un solo tempo può essere vissuto. Il tempo dell’osservatore e quello dell’osservato sono interscambiabili, poiché i due tempi differiscono quantitativamente, e la differenza si annulla prendendo di volta in volta uno dei due sistemi di riferimento. Per Bergson, invece, se pensiamo i due sistemi nella loro durata e nella loro misura, il tempo è unico, ed è interno al sistema, poiché il tempo non è né del sistema S né di S’, né di chi osserva né di chi è osservato, è un puro simbolo che esclude il vissuto, e che indica solo che è stato preso come riferimento un sistema e non l’altro, di conseguenza un sistema si vede come una visione dell’altro. La simultaneità dei tempi, per Bergson, è una concezione della durata come coesistenza virtuale di tutti i gradi delle durate in un unico tempo, e solo l’ipotesi del tempo unico può rendere conto delle molteplicità virtuali.

Per Bergson il tempo scientifico andava quindi rifiutato filosoficamente perché si limitava a riprodurre l’idea dello spazio geometrico, calcolando non l’intervallo di tempo in sé ma solo una porzione dello spazio. La Fisica, secondo il filosofo, era in grado di cogliere solo la proiezione della traiettoria, e non il movimento in sé. Il tempo invece non è lo spazio, e lo spazio non è l’unica dimensione della realtà.

Oltre la dimensione del tempo c’è infatti la realtà profonda del tempo vissuto dalla coscienza, ciò che attribuisce senso e direzione alla nostra esistenza, ed è questo il motivo per cui un solo attimo può assumere il senso dell’eternità per un individuo.

Il tempo è sempre dato tutto in una volta. La durata per Bergson è infatti memoria, accumulazione del passato nel presente, un’esperienza psichica della durata reale, una condizione dell’esperienza, un cambiamento di un divenire ed è registrata dalla coscienza nella quale i singoli istanti convivono senza succedersi tra loro, anzi compenetrandosi.

Quando percepiamo le cose, secondo Bergson, saltiamo nella memoria del passato, facendo compiere al ricordo un’esistenza psicologica, passando dallo stato virtuale a quello attuale. Solo così l’immagine pura e semplice diventa una realtà psicologica. La materia può essere identificata con l’immagine, la quale è ciò che la coscienza crea per rappresentare la realtà, seguendo delle relazioni determinate dalla coscienza stessa ma, mentre le immagini fisiche sono come quelle di una pellicola cinematografica, le immagini della coscienza sono come un gomitolo di lana, o un frattale, in continua espansione. Il passato è contemporaneo al presente che è già stato, in quanto ogni presente rinvia a se stesso come passato. Il movimento non va dal presente al passato, ma dal passato al presente, dal ricordo alla percezione.

La coscienza è un flusso e, tra materia e coscienza, c’è un’inconciliabile scissione in quanto i fatti di coscienza sono solo qualità pure che, come tali, non possono essere misurate, non possono essere ridotte all’ordine dello spazio e del numero. Nella profondità interiore della durata, gli stati di coscienza si fondono come cristalli di neve al contatto con la mano. La relazione tra materia e coscienza è basata così sulle immagini e sulle percezioni, le quali stanno a metà strada tra la rappresentazione e la cosa sensibile.

Vivere il presente, da parte dell’io, è possibile grazie alla memoria del passato ed all’anticipazione del futuro. La memoria ricopre con una coltre di ricordi un fondo di percezione immediata e contrae una molteplicità di momenti. Ogni momento conserva tutti i momenti precedenti ed è nuovo allo stesso tempo. In ragione della dualità della durata divisa in memoria-ricordo e memoria-contrazione, il presente così si divide in due direzioni, una orientata e dilatata verso il passato, l’altra contratta che si contrae verso il futuro.

La teoria di Bergson è quindi una metafisica dell’irrealtà e illusorietà del tempo, in cui non esistono serie temporali. L’unico tempo percepito è quello della coscienza, nella quale la durata sub speciae eternitatis si dilata e si contrae, a seconda degli stati mentali.

La concezione della quadridimensionalità data dalla durata, così come la esprime Wells in La Macchina del Tempo, nel passaggio del primo capitolo citato in precedenza, attraverso l’espediente dell’osservazione delle fotografie, come se queste si animassero, diventassero indipendenti e trascorressero nell’attuale, ci consegna la rappresentazione della virtualità di una sequenza statica in cui le foto esprimono un duplice movimento di liberazione di strati più profondi della realtà e di cattura di livelli più interni di memoria e pensiero.

L’immagine diventa così a due facce, una attuale e un’altra virtuale, che non si confondono tra loro, in cui ogni faccia rimanda all’altra e assume il ruolo dell’altra, in una relazione di presupposizione reciproca e di reversibilità. Immagini reciproche in cui avviene uno scambio in cui il corpo cambia, ma il doppio, l’essenza, non invecchia, non è soggetta al mutare del corpo.

Analogamente al metodo di Bergson, la materia dell’oggetto immagine viene colta dal pensiero nella sua virtualità senza che nulla cambi dell’aspetto totale dell’oggetto. L’immagine attuale, per Bergson, ha un’immagine virtuale che le corrisponde come un doppio o un riflesso. L’oggetto reale si riflette così in un’immagine allo specchio come nell’oggetto virtuale che, a sua volta, contemporaneamente, avvolge e riflette il reale.

In estrema sintesi, Spazio e Tempo non sono categorie assolute in quanto gli esseri viventi non vivono solo nello spazio, ma in uno spazio-tempo. Non è un caso quindi che proprio la letteratura sia la forma dove acquisisce comprensibilità la quarta dimensione, in quanto è proprio la letteratura che si è impadronita del tempo e dello spazio storici reali e dell’uomo storico che in essa si manifesta.

Il concetto di cronotopo (letteralmente: “spaziotempo”) elaborato da Michail Bachtin negli anni venti del novecento, (si veda Estetica e Romanzo), anch’egli influenzato dalla Teoria della Relatività Speciale di Einstein, è l’interconnessione sostanziale dei rapporti temporali e spaziali, e non riguarda solo la forma e il contenuto della letteratura, ma è la categoria della forma e del contenuto dove avviene la fusione dei connotati spaziali e temporali in un tutto dotato di senso e concretezza, determinando l’immagine dell’uomo. La letteratura compatta il tempo e lo rende visibile; intensifica lo spazio e lo immette nel movimento del tempo. In questo intreccio prende forma il significato raffigurativo del cronotopo. Il tempo acquista un carattere concreto e gli eventi si rivestono di carne e si riempiono di sangue. L’evento diventa comunicabile e, nel corso dell’informazione, fornisce indicazioni esatte circa il luogo ed il tempo del suo compimento.

Lo spazio/tempo del romanzo, per Bachtin, diventa così il luogo dove è possibile affacciarsi fuori dai confini della realtà, attuando un dialogo sulla soglia della coscienza, a contatto con il proprio doppio, nell’extralocalità cronotopica dove avviene l’evento della conoscenza di sé e del mondo. La coscienza, di conseguenza, in quanto dà forma alla durata, è la vera quarta dimensione, l’unico veicolo che possediamo davvero per poter viaggiare fino all’idea che ci facciamo del futuro.

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