Flatland, di E. A. Abbott. La Follia del Sapere

Mautits Cornelis Escher, Tre Sfere, 1946

Maurits Cornelis Escher, Tre Sfere, 1946

Immaginiamo un universo euclideo, o meglio cartesiano, a due sole dimensioni, larghezza e lunghezza; un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e dei Cerchi, invece di stare fermi, si muovono autonomamente e continuamente in ogni direzione sulla superficie del piano, senza potersi sollevare o immergere nello stesso. Bene, questo universo è lo spazio letterario di Flatland, racconto fantastico (e vittoriano) a più dimensioni, che il reverendo Edwin Abbott Abbot (praticamente Abbott al quadrato) pubblicò in Inghilterra, anonimamente, nel 1882. Ma Flatland non è solo questo, è anche la creazione di un luogo letterario, che è un linguaggio, il quale, se non sfugge all’analogia, fa sì che la formazione degli oggetti ideali avvenga mediante una pratica discorsiva che allenta la stretta tra le parole stesse e le cose. Il linguaggio di Flatland è il medium di un gioco di presenza e di assenza, nello spazio della non-realtà dell’inclusione del senso, in cui l’idealità costituisce la via di fuga.

Gli abitanti di Flatland sono figure geometriche totalmente piatte, che vivono in un mondo totalmente piatto, ed ignorano l’esistenza di una terza, una quarta o una quinta dimensione. I loro contorni sono luminosi sicché, invece dello spessore, il quale implicherebbe la supposizione dell’esistenza di una terza dimensione, quando una linea è visibile si intende che è lucente. L’Alto ed il Basso non esistono e gli abitanti di Flatland conoscono solo i punti cardinali, dedotti attraverso l’osservazione di una naturale attrazione magnetica verso il Sud. L’esistenza dei “Solidi”, ovvero delle figure geometriche tridimensionali è ignorata. In pratica, la loro visuale è la seguente:

Niente è visibile per noi, né può esserlo, tranne delle linee rette; e il perché lo dimostrerò subito. Posate una monetina nel mezzo di uno dei vostri tavolini nello spazio, e chinatevi a guardarla dall’alto. Essa vi apparirà come un cerchio. Ma ora, ritraendovi verso il bordo del tavolo, abbassate gradatamente l’occhio (avvicinandovi così sempre più alle condizioni degli abitanti di Flatland), e vedrete che la monetina diverrà sempre più ovale; finché da ultimo, quando avrete l’occhio precisamente all’altezza del piano del tavolino (cioè come se foste un autentico abitante di Flatland), la moneta avrà cessato di apparire ovale, e sarà divenuta, per quanto potrete vederla, una Linea Retta. Lo stesso accadrebbe se faceste il medesimo esperimento con un Triangolo, un Rettangolo, o una qualsiasi altra Figura ritagliata nel cartone. Se la guardaste con l’occhio al livello del piano dl tavolino, vedreste che essa cessa di apparirvi come una figura e che diverrebbe identica per l’aspetto ad una Linea Retta. (Flatland, pag. 32)

Le donne sono delle Linee Rette e le forme geometriche esprimono la rigida e gerarchica struttura sociale di Flatland, in cui echeggiano i tipici caratteri della società vittoriana, per cui i soldati e gli operai delle classi sociali più basse sono dei Triangoli Isosceli con due lati uguali e con un terribile e mortale vertice acuto, che viene usato come un’arma per trafiggere. La borghesia è composta invece da Triangoli Equilateri, mentre i professionisti e i gentiluomini sono dei Quadrati, e figure a cinque lati, o Pentagoni. Al di sopra di queste classi c’è l’Aristocrazia, divisa in diversi gradi, a partire dalle figure a sei lati in poi. Più aumentano i lati, più aumenta il grado sociale, fino a figure che hanno tanti piccoli lati da non essere più distinguibili da un cerchio. Costoro fanno parte dell’ordine circolare o sacerdotale, la classe più elevata di tutte, al cui apice c’è il Gran Circolo, quasi un cerchio perfetto, a cui si attribuiscono per cortesia almeno diecimila lati.

Per una legge di natura, a Flatland, ogni figlio maschio nasce con un lato in più rispetto al padre, così ogni generazione, di regola, sale di un gradino nella scala dello sviluppo e della nobiltà. Questa regola però funziona solo per chi possiede dei lati uguali, e naturalmente funziona di meno per i figli degli operai e dei soldati. Non avendo i lati uguali infatti, i figli degli Isoscele nascono Isosceli. Tuttavia è possibile che per meriti militari oppure grazie a fruttuose fatiche espletate nel campo lavorativo, la base di un Isoscele possa allargarsi nel tempo, fino ad arrivare a somigliare ad un Equilatero. I matrimoni misti (combinati dai preti) tra i figli delle classi inferiori che hanno conquistato il merito di possedere un angolo meno acuto, quindi intellettualmente più dotati, danno vita in genere ad un Triangolo Equilatero.

La nascita di un Triangolo Equilatero è sempre un motivo di festa per i membri delle classi popolari, ed il nascituro, se riconosciuto regolare da una Commissione Medica Speciale, viene ammesso ad una cerimonia solenne tra gli Equilateri, i quali di norma lo sottraggono ai genitori e lo affidano ad un Equilatero senza figli, che si impegna a provvedere all’educazione del bambino impedendogli qualsiasi contatto con la famiglia d’origine.

Se gli affilati angoli degli Isosceli sono usati come arma, le donne, che sono delle Linee Rette, dei brevi segmenti, sono altrettanto pericolose, in quanto in grado di trafiggere gli uomini con una delle loro estremità. A Flatland le donne sono di temperamento bizzarro ed iracondo, a causa di una crudele e rigida organizzazione sociale in cui il genere femminile è fortemente discriminato. I maschi costringono infatti le femmine a rimanere incolte e le tengono chiuse in casa, tranne durante le festività religiose. In un mondo piatto le Linee Rette rappresentano però un pericolo, in quanto possono rendersi invisibili, ponendosi verso un interlocutore con una sua estremità, diventando appena un punto luccicante, con il rischio di trafiggere un qualsiasi malcapitato venga a scontrarsi con loro. Per evitare rischi, le donne sono così obbligate ad entrare nelle case da un ingresso separato e dover continuamente emettere un Grido di Pace ed a muovere il posteriore a destra ed a sinistra, quando camminano in pubblico, per permettere agli altri di individuare la loro presenza. Data questa pericolosa caratteristica delle Donne, il rischio di una rivolta femminile è una minaccia presa altamente in considerazione, per cui i maschi stanno bene attenti ad evitare di esagerare con l’applicazione di un codice sociale fin troppo severo nei loro confronti.

Per riconoscersi l’un l’altro, gli abitanti di Flatland usano l’udito, ma per discernere tra le varie classi e tra estranei, usano “tastarsi”. Mediante il senso del tatto, toccando gli angoli, si ottiene così la deduzione di un Quadrato, o di un Triangolo, o di un altro Poligono e, di conseguenza, il loro relativo rango sociale. Ogni essere umano di Flatland è una Figura regolare, e l’irregolarità è considerata una stortura morale e criminale. Gli Irregolari, pertanto, vengono guardati con sospetto fin dalla nascita dai loro stessi genitori e vengono derisi da fratelli, sorelle, amici e conoscenti. Tenuti in disparte dalla società, esclusi da ogni posto di responsabilità e da ogni attività produttiva, agli irregolari è così proibito contrarre nozze e vengono obbligati a lavorare come schiavi.

La storia di Flatland però non è stata sempre monotona, come sembrerebbe a prima vista. Un momento di grande effervescenza e di vivacità artistica si ebbe quando un movimento rivoluzionario che chiedeva una legge per il colore universale, capeggiato da Cromatiste, si pose l’obiettivo di eliminare ogni distinzione sociale, colorando le figure geometriche. La Rivoluzione Cromatica fu repressa brutalmente dai reazionari, capeggiati da Pantociclo, i quali riuscirono ad attirare in una trappola i Cromatisti, uccidendoli in massa con i loro angoli acuminati.

La Terza Dimensione

In concomitanza con la mezzanotte dell’anno 1999 dell’era di Flatland, il Quadrato, che fa da voce narrante al racconto, ha una visione onirica di uno strano mondo:

Mi vidi davanti una vasta moltitudine di Linee Rette (che, com’era naturale presi per Donne), mescolate ad altri esseri ancora più piccoli e della natura di punti luminosi, che si muovevano tutti avanti ed indietro lungo un’unica linea retta e per quanto potei giudicare, con la stessa velocità. (Flatland, Pag. 93)

La voce narrante scopre però di avere di fronte non una Donna, ma uno strano essere che sostiene di essere il Re del Mondo di Lineland, un mondo la cui unica dimensione è tutta all’interno di una linea retta. I sudditi di Lineland, gli viene spiegato, sono piccole linee maschili disposte una dietro l’altra. I punti sono le donne. Tutto l’orizzonte si limita quindi ad un punto; uomo, donna, bambino, ogni cosa è un punto all’occhio dell’abitante di Lineland, nessuno può oltrepassare l’altro, e solo il suono della voce può permettere di distinguere il sesso o l’età degli abitanti. A metà di ogni settimana, una Legge di Natura costringe gli abitanti di Lineland ad muoversi avanti ed indietro con un moto ritmico simile ad una danza. Nel mezzo della danza, alla cinquantesima pulsazione, ogni individuo emette un canto armonioso che consente la riproduzione anche a miglia di distanza tra gli esseri del mondo ad una dimensione.

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Il dialogo con il Re del Mondo, il quale sente la voce del Quadrato, ma non può vedere l’interlocutore finchè non entra nella linea, il cui evento gli consente di vedere solo uno dei lati del quadrato, mette a confronto due non-realtà che non si conoscono tra loro:

“…Da parte mia, prima di entrare nel vostro Regno ho notato, mediante il senso della vista, che alcuni vostri sudditi sono Linee ed altri Punti, e che alcune delle Linee sono più grandi…”. “State parlando di una cosa impossibile” m’interruppe il Re. “Dovete aver avuto una visione; perché scoprire la differenza fra una Linea e un Punto mediante il senso della vista è, per la natura delle cose e come ognuno sa, impossibile. Ma si può scoprire mediante il senso dell’udito, e con questo mezzo la mia forma può essere esattamente determinata. Osservatemi…io sono una Linea, la più lunga di Lineland, più di quindici centimetri di Spazio…”. “Di Lunghezza” ebbi l’ardire di correggerlo. “Sciocco” disse lui. “Lo Spazio è Lunghezza. Interrompetemi un’altra volta e non parlerò più”. (Flatland, Pag. 99-100)

Stupito dalla scoperta di questo mondo unidimensionale, il Quadrato cerca di spiegare l’esistenza di un’altra dimensione al Re di Lineland, ma ogni tentativo dialettico si rivela vano. La semplice possibilità che esista un’altra dimensione non è contemplata dalle conoscenze degli abitanti di Lineland e, al termine di una serie di tentativi di dimostrazione dell’esistenza della seconda dimensione, solo un brusco risveglio dal sonno evita al nostro Quadrato il tragico epilogo di di un dialogo che finisce tra insulti, imprecazioni e accuse di magia nera.

Poco dopo quello strano sogno, il Quadrato riceve la visita di uno straniero, una inquietante creatura che, tastato dal narratore, non sembra presentare angolarità sensibili:

Benché non presentasse la minima traccia di angolarità, egli, tuttavia, continuava a variare ogni momento, raggiungendo dei gradi di misura e di lucentezza impossibili per qualsiasi figura di cui avessi avuto esperienza. Mi balenò il pensiero di trovarmi davanti ad un ladro o a un assassino, forse ad un Isoscele mostruosamente Irregolare che, imitando la voce di un Circolo, fosse riuscito in qualche modo ad ottenere accesso alla casa ed ora si stesse preparando a trafiggermi col suo angolo acuto. (Flatland, Pag. 110)

Lo straniero si presenta al Quadrato come una creatura che viene da Spaceland, un mondo in cui esistono esseri a tre dimensioni sviluppati in altezza, larghezza e lunghezza; ma il Quadrato, che può scorgerne solo due, non riesce a comprendere la terza dimensione, né riesce a vedere lo stesso straniero, che è una Sfera, in quanto riesce a scorgere solo la sezione di una circonferenza in movimento sul piano.

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Alto e Sotto, le dimensioni sul piano in cui si muove la sfera, sono sconosciute agli abitanti di Flatland, e gli sforzi del misterioso straniero non riescono a far capire al Quadrato la sua forma, benché sia stato scelto da questi proprio per la sua nota capacità intellettuale:

IO. (…) noi quadrati la sappiamo più lunga e, come la Signoria Vostra, ci rendiamo conto che una Donna, benché comunemente chiamata Linea retta, è, in realtà e scientificamente, un Parallelogramma molto sottile, avente Due Dimensioni, come il resto di noi, cioé la lunghezza e larghezza (spessore). STRANIERO. Ma il fatto stesso che una linea retta sia visibile implica che essa possiede anche un’altra dimensione. IO. Mio Signore, ho appena ammesso che una donna è larga, non meno che lunga. Noi la sua lunghezza la vediamo, la sua larghezza la deduciamo; perché quest’ultima, sebbene quasi impercettibile, può essere misurata. STRANIERO. Voi non mi comprendete. Voglio dire che quando vedete una Donna, oltre a dedurne la lunghezza, dovreste vedere quello che noi chiamiamo altezza, per quanto quest’ultima dimensione sia infinitesimale nel vostro paese. Se una linea avesse solo la lunghezza, senza l’altezza, cesserebbe di occupare lo spazio diventerebbe invisibile. Di questo vi rendete conto, no? IO. Davvero debbo confessare di non comprendere affatto la Signoria Vostra. In Flatland, quando vediamo una Linea , ne vediamo la lunghezza e la lucentezza. Se la lucentezza sparisce, la linea si estingue, e, come dite, cessa di occupare lo Spazio. (Flatland, Pag. 114-115)

L’avvento dello straniero, con i suoi oscuri tentativi di indurlo alla conoscenza della Terza Dimensione, appare al narratore come una sorta di Demone Maligno che cerca di spingerlo sull’orlo della Follia. Dopo aver tentato di dimostrare induttivamente l’esistenza di una terza dimensione attraverso l’evidenza delle progressioni geometriche per supporre l’esistenza dei solidi, provocando la reazione violenta del Quadrato, la Sfera decide di passare ai fatti. Il Quadrato viene così sollevato di peso dal piano.

L’esperienza della visione della Terza Dimensione si verifica come una sorta di viaggio evolutivo interiore, come un moto ascensionale e mistico, una sorta di brusco risveglio dal sonno, un’esperienza psicologica trascendentale :

Un orrore indicibile si impossessò di me. Dapprima l’oscurità; poi una visione annebbiata, stomachevole, che non era vedere; vedevo una linea che non era una linea, uno spazio che non era uno spazio, io ero io e non ero io. Quando ritrovai la voce, mandai un alto grido d’angoscia: “Questa è la follia o l’Inferno!”. “Nessuno dei due”, rispose calma la voce della Sfera “Questo è il Sapere; sono le Tre Dimensioni: riapri l’occhio e cerca di guardare per un pò”. (Flatland, Pag. 124)

La visione della Terza Dimensione, di una Differenza radicale che non ha nulla in comune con nessun’altra Differenza, dalla quale si può contemplare dall’alto il mondo di Flatland, porta il Quadrato ad una vera e propria estasi “Guardai e, oh meraviglia! Un nuovo mondo! Ecco che avevo davanti a me, visibile e corporeo, tutto quanto prima d’allora avevo dedotto, congetturato, sognato, intorno alla bellezza Circolare (…)…sono diventato come Dio. Perché i saggi al nostro paese dicono la visione di tutte le cose o, come essi si esprimono, l’onniveggenza, è attributo di Dio solo…”.

Ben presto, però, il Quadrato, edotto dell’esistenza della geometria tridimensionale, pretende di conoscere anche la Quarta Dimensione che suppone debba necessariamente esistere in un mondo che crede possa chiamarsi Thoughtland (Paese del Pensiero). Dopo aver chiesto alla Sfera di mostrargli il proprio interno, chiede a questa se esiste uno Spazio ancora più spazioso, una dimensionalità ancora più dimensionabile, dalla cima della quale si può rivelare l’interno delle cose solide. Ma la reazione della Sfera è di stupore ed incredulità. La Sfera nega decisamente la possibilità che possa esistere una Quarta Dimensione, benché il Quadrato le riproponga lo stesso schema analogico e rigoroso della progressione geometrica della figura del Cubo. Di fronte alle argomentazioni del Quadrato, la Sfera si rifiuta di sentire ragioni e decide di riportarlo nel suo Mondo, esattamente nello stesso punto da dove lo aveva sollevato, non prima però di ammettere che la possibilità dell’esistenza di una Quarta Dimensione sia stata già ventilata:

(SFERA) Ma la maggior parte delle persone dicono che queste visioni sono state generate dal pensiero – tu non comprenderai -, dalla mente; dall’angolarità perturbata del Veggente. (Flatland, Pag. 137)

Successivamente, la Sfera, per far comprendere l’esistenza di mondi di diverse dimensioni al Quadrato, lo conduce verso il basso, verso le più oscure profondità dell’esistenza, nel Regno di Pointland, un regno che vive nell’abisso dell’adimensionalità. Questo Regno è un semplice Punto, un essere come le figure geometriche che ha conosciuto il Quadrato, ma che è esso stesso tutto il suo Mondo. Il Punto infatti non ha cognizione di Larghezza e Lunghezza, non ha nemmeno cognizione del numero due, ignora la molteplicità in quanto egli stesso è Uno ed il suo Tutto, essendo in realtà niente. Eppure il punto sembra essere soddisfatto di sé, come è possibile verificare ascoltando il suo Monologo, che come i bambini che ancora non hanno effettuato il distacco tra sé ed il mondo esterno, parla di sé in Terza Persona:

Infinita beatitudine dell’esistenza! Esso è; e non c’è altro al di fuori di Esso. (…) Esso riempie ogni spazio (…) e quello che Esso riempie, Esso è. Quello che Esso pensa, Esso lo dice; e quello che Esso dice, Esso lo ode; ed Esso è Pensatore, Parlatore, Ascoltatore, Pensiero, Parola, Audizione; è l’Uno, e tuttavia il Tutto nel Tutto. Ah, la felicità, ah, la felicità di Essere. (Flatland, Pag. 141)

Il tentativo del Quadrato di convincere il Punto dell’esistenza di altre dimensioni va decisamente a vuoto. Il Punto non è in condizione di comprendere altro al di fuori di sé e la Sfera, dopo aver fatto comprendere quanto sia difficile comprendere l’esistenza di dimensioni sconosciute, e quanto sia necessario aiutare gli altri ad imparare ad avere aspirazioni rivela al Quadrato, che la sua apparizione non è stata casuale. Ogni mille anni, l’ordine al quale appartiene la Sfera, sceglie una figura del mondo di Flatland per illuminarla, affinché si dedichi a divulgare la conoscenza della Terza Dimensione al resto degli abitanti del suo mondo.

La visione della Terza Dimensione è lo spazio infinito della Libertà, una differenza fondamentale che fa finalmente apparire la differenza del mondo a due dimensioni come tale, per quello che è.

L’epilogo del racconto non può che essere tragico. La scoperta della Terza Dimensione impedisce al Quadrato di condurre una vita normale. Dopo aver tentato inutilmente di scrivere un Trattato sulle Tre Dimensioni, cercando di aggirare la Legge che vieta con la reclusione nel manicomio chiunque sostenga di avere avuto rivelazioni da un altro Mondo, durante una riunione della Società Speculativa Locale, nel palazzo del Prefetto, nel bel mezzo della lettura di una dissertazione sulle ragioni precise per cui la provvidenza aveva limitato a due le dimensioni del mondo, prende la decisione di irrompere nella sala e di fornire ai presenti un resoconto dettagliato del suo incontro con la Sfera.

Il racconto dell’esistenza di universi paralleli viene però rifiutato. Arrestato e processato, il Quadrato nella sua difesa è costretto a scontrarsi con il formalismo giuridico del presidente, al quale non è in grado di mostrare la direzione “Alto” e “Basso”, né tramite diagrammi può determinare la figura del Cubo, la cui forma viene comunque vista come una proiezione di un disegno a due dimensioni. Condannato al carcere a vita, il racconto si conclude con l’amarezza del Quadrato, affidata alle memorie scritte, nel vedere che nel mondo non è riuscito a trovare la strada per suscitare una razza di ribelli che si rifiuti di essere confinata in una Dimensionalità limitata, e nel constatare che la stessa detenzione, dopo anni, lo porta a volte a ritenere le diverse terre delle varie dimensioni, come la stessa Flatland, il parto di una fantasia malata, o come l’edificio senza fondamenta di un sogno.

Sogno e Follia. Una querelle tra Foucault e Derrida

…se la saggezza si fonda sull’esperienza, a chi meglio conviene fregiarsi dell’appellativo di saggio? al sapiente che, parte per modestia, parte per timidezza, nulla intraprende, o al folle che né il pudore di cui è privo, né il pericolo, che non misura, distolgono da qualche cosa? Il sapiente si rifugia nei libri degli antichi e ne trae sottigliezze verbali. Il folle affronta da vicino le situazioni coi relativi rischi e così acquista, se non erro, la saggezza. Cosa, questa, che sembra avere visto, benché cieco, Omero, quando dice “Il folle capisce i fatti”.. (Erasmo da Rotterdam, Elogio della Follia, XXIX)

Il mondo euclideo del romanzo di Abbott è un espediente narrativo per la costruzione di una satira del mondo britannico di fine ‘800, e non è difficile scorgere nell’episodio della Rivoluzione Cromatica la risonanza della prima guerra d’Indipendenza delle Indie Orientali del 1857, così come le scoperte scientifiche e matematiche che stavano rivoluzionando i saperi cognitivi si fondono nel racconto con lo spiritualismo e con il tema faustiano della critica della non neutralità dei saperi scientifici, un tema che nella letteratura britannica era già apparso nel Frankenstein di Mary Shelley. Allo stesso tempo, tra le tante chiavi di lettura, è possibile leggere, tra le righe del romanzo, gli echi dell’Inquisizione, come  il celebre processo a Galileo Galilei, davanti al tribunale del Sant’Uffizio, dove fu condannato per aver sostenuto le tesi di Copernico nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo:

Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura;

Che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa nella filosofia, e considerata in teologia ad minus erronea in Fide. (Sant’Uffizio, Sentenza di condanna di Galileo Galiei)

Nella Storia della Follia (1961), in uno dei passaggi chiave nella costruzione del discorso, la denuncia del carattere puramente procedurale, contingente ed interessato, della Ragione, viene colto da Michel Foucault attraverso l’interpretazione di un momento della prima delle Meditazioni Metafisiche di Cartesio, come la rappresentazione del “colpo di forza” ideologico in cui la Follia, nel periodo dell’età classica, fu ridotta al silenzio ed esiliata dalla città, internata nei Hôpital général, nelle Workhouses e nei Manicomi.

La “non ragione”, nel XVI secolo, è questa la tesi di Foucault, era già diventata un rischio aperto le cui minacce potevano compromettere i rapporti tra soggettività e verità, mentre nel periodo della Renaissance era ancora ammessa l’esperienza di una ragione sragionevole o di una sragione ragionevole. Con la coscienza cartesiana, invece, lo stesso uomo diventa una contingenza storica, avviandosi verso un percorso che, attraverso le scienze umane, lo porterà a sparire nel confronto con la tradizione della razionalità europea. La ragione e l’uomo sono pura procedura, e l’uomo può fare di sé ciò che vuole perché sotto uno strato più o meno profondo di saperi ed ideali si nasconde una cieca volontà di potenza.

L’individuazione di questa discontinuità storica, che Foucault trova nelle Meditazioni Metafisiche di Cartesio, non è casuale. La stesura del testo, tra il 1639 ed il 1640, venne annunciata come una vera e propria fondazione della metafisica e fu sottoposto al giudizio dei massimi dotti teologi dell’epoca, le cui obbiezioni furono pubblicate nella seconda edizione delle Meditazioni, nel 1642, stampata ad Amsterdam. Tra la prima edizione parigina del 1640, e la seconda olandese, entrambe in latino, gli studiosi di Cartesio non sono mai riusciti a dissipare completamente i dubbi sulla possibilità che le bozze della prima siano state riviste e corrette dal filosofo, mentre ci sarebbero sufficienti elementi per ritenere che la pubblicazione della seconda edizione sia stata effettuata con le correzioni richieste. Dubbi sull’effettivo intervento di Cartesio sono invece rimasti non del tutto chiariti sulla traduzione in francese dell’edizione del 1647.

Nelle Meditazioni Metafisiche, nello sviluppo del dubbio cartesiano, per Foucault, Sogno e Follia non posseggono lo stesso statuto né lo stesso ruolo. Cartesio incontra la Follia accanto al Sogno ed a tutte le forme d’errore, testimoniando che nel XVII secolo il pericolo era stato scongiurato ponendo la Follia fuori dal dominio di pertinenza nel quale il soggetto trova e detiene i suoi diritti alla Verità, la quale per il pensiero classico era la ragione stessa. Se l’uomo può essere folle, il pensiero, come esercizio della sovranità da parte di un soggetto che si accinge a percepire il vero, non può essere insensato: “io, che penso, non posso essere folle”.

Ma, benché i sensi c’ingannino qualche volta, riguardo alle cose molto minute e molto lontane, se ne incontrano forse molte altre, delle quali non si può ragionevolmente dubitare, benché noi le conosciamo per mezzo loro: per esempio, che io son qui, seduto accanto al fuoco, vestito d’una veste da camera, con questa carta fra le mani; ed altre cose di questa natura. E come potrei io negare che queste mani e questo corpo sono miei? A meno che, forse, non mi paragoni a quegl’insensati, il cervello dei quali è talmente turbato ed offuscato dai neri vapori della bile, che asseriscono costantemente di essere dei re, mentre sono dei pezzenti; di essere vestiti di oro e di porpora, mentre sono nudi affatto; o s’immaginano di essere delle brocche, o d’avere un corpo di vetro. Ma costoro son pazzi, ed io non sarei da meno se mi regolassi sul loro esempio. Tuttavia debbo qui considerare che sono uomo, e che per conseguenza, ho l’abitudine di dormire e di rappresentarmi nei sogni le stesse cose, e alcune volte delle meno verosimili ancora, che quegl’insensati quando vegliano. Quante volte m’è accaduto di sognare, la notte, che io ero in questo luogo, che ero vestito, che ero presso il fuoco, benché stessi spogliato dentro il mio letto? (Cartesio, Meditazioni Metafisiche, trad. di Adriano Tilgher, rivista da Francesco Adorno)

La possibilità di essere folle, sembrerebbe chiedersi Cartesio, non rischierebbe di privarlo del proprio Corpo, allo stesso modo in cui il mondo esterno può dissimularsi nell’errore, o la coscienza addormentarsi nel sogno?

Supponiamo, dunque, ora, che noi siamo addormentati, e che tutte queste particolarità, cioè che apriamo gli occhi, moviamo la testa, stendiamo le mani, e simili, non siano se non delle false illusioni; e pensiamo che forse le nostre mani e tutto il nostro corpo non siano quali noi li vediamo. Tuttavia bisogna almeno confessare che le cose, le quali ci sono rappresentate nel sonno, sono come dei quadri e delle pitture, che non possono essere formate se non a somiglianza di qualche cosa di reale e di vero; e che così, almeno, queste cose generali, cioè degli occhi, una testa, delle mani, e tutto il resto del corpo, non sono cose immaginarie, ma vere ed esistenti. E, a dir vero, gli stessi pittori, anche quando si sforzano con il maggior artificio di rappresentare Sirene e Satiri in forme bizzarre e straordinarie, non possono tuttavia attribuire loro forme e nature interamente nuove, ma fanno soltanto una certa mescolanza e composizione delle membra di diversi animali; ovvero, se per avventura la loro immaginazione è abbastanza stravagante da inventare qualche cosa di così nuovo, che mai noi non abbiamo visto niente di simile, in modo tale che la loro opera ci rappresenti una cosa puramente finta ed assolutamente falsa, certo i colori di cui la compongono debbono, essi, essere veri. (Cartesio, Meditazioni Metafisiche, trad. di Adriano Tilgher, rivista da Francesco Adorno)

Nel cammino del dubbio cartesiano, le stesse immagini dei sogni corrispondono a qualcosa di reale, benché prive di coerenza, così come i Satiri e le Sirene dei pittori “stravaganti” non potrebbero essere rappresentati senza comporre delle mescolanze con forme conosciute, o senza i colori. Tutte queste cose restano qualità primarie della natura corporea, come Estensione, Figura, Quantità, Grandezza, Durata ed il loro numero, ovvero le qualità oggetto della matematica e della geometria, delle quali non possiamo dubitare. Di conseguenza, la Follia è rappresentata da Cartesio come l’Altro assoluto, come colui che si crede Re pur essendo povero, o che crede di avere un corpo di vetro. L’immaginazione onirica evocata si appunta così sulla percezione attuale (la mano o l’altra in immagine? Il fuoco o l’altro fuoco sognato?). La prova centrale è di conseguenza costituita dalla ricerca della Differenza, che nel caso delle meditazioni esclude la Follia come una costatazione, attuando la decisione dell’esclusione dell’Altro, in quanto la sola idea di imitare i folli è stravagante.

Questa interpretazione di Foucault fu contestata appassionatamente da Jacques Derrida, in una querelle in difesa della Filosofia della Storia, celebrata con un conferenza pubblica (Cogito e storia della follia, tenuta il 4 marzo 1963 al Collège philosophique, successivamente pubblicata nella «Revue de métaphysique et de morale», 1963: nn. 3-4; e infine inserita fra i saggi de  La scrittura e la differenza, 1967), in cui l’ex allievo fece un vero e proprio processo alla Storia della Follia, sostenendo che Foucault aveva utilizzato un espediente retorico di Cartesio per attribuirgli la responsabilità di aver preparato ideologicamente le condizioni per l’esclusione sociale e manicomiale dei folli.

La critica di Derrida era rivolta anche al tentativo di Foucault di parlare della Follia evitando la trappola dell’aggressione razionalista, il monologo della ragione psichiatrica, con la volontà di aggirare la ragione per parlare del silenzio – essendo silente, muto, privo di razionalità, il linguaggio dei folli -. Un tentativo che riteneva destinato a rimanere un’Archeologia del Silenzio. Come può il silenzio avere una storia? Si chiedeva Derrida, e come può non diventare un ordine questa stessa responsabilità logica di fare un’archeologia di una parola interrotta, senza rendersi complici della razionalità politica e psichiatrica che ha reso la Follia prigioniera?

Lo scontro tra i due filosofi era inevitabile. Il programma filosofico di Foucault differiva da quello di Derrida, in quanto nella costruzione di una morfologia del sapere non intendeva basarsi sull’analisi del testo, a partire dal testo stesso, evitando l’esegesi ed il commentario. A differenza di Derrida, Foucault non ha mai cercato il non-detto presente o assente di un testo, ma ha sempre cercato di porsi in una dimensione che è quella della storia, cercando gli eventi discorsivi non all’interno dei testi, ma nell’effettiva funzione che veniva loro attribuita in una determinata epoca o società.

Per Derrida invece non è vero che tutto, tranne la volontà di potenza, è storico, così come non ci si può disfare del passato cambiando semplicemente abito. Le idealità e le strutture non si cancellano a colpi di decisione, in quanto nessuna deliberazione può permettere di farci raggiungere ciò che è esterno alla nostra razionalità, né di farci vedere la nostra razionalità dall’esterno, così come nessuna decisione può cancellare i principi elementari della geometria.

Il tentativo di Foucault di mantenersi senza sostegno della ragione o di un logos, il non detto della follia che potrebbe scorgersi nel pathos del libro, pone invece il problema del “Chi parla?”, ovvero chi enuncia la difficoltà di dire del silenzio della follia, il che, secondo Derrida, contraddiceva il progetto dell’Archeologia del Silenzio.

Quello che emerge dalla Storia della Follia è quindi un silenzio sopravvenuto, per imposizione, all’interno di un logos anteriore alla lacerazione ragione-follia individuata da Foucault nelle meditazioni di Cartesio, che per Derrida imponeva invece di indagare il momento della Decisione in cui è stata separata la ragione dalla Follia, quando il folle ha smesso di essere un membro del villaggio del medioevo. Per Derrida questa Decisione potrebbe allora farsi risalire al momento socratico ed alla vittoria della dialettica sull’Hybris calliclea, ovvero sul logos elementare e primordiale che non ammetteva il contrario, per cui la tesi di Foucault secondo la quale la ragione nell’età classica si sarebbe fondata escludendo l’Altro, il folle, non avrebbe significato. Se la Follia avesse un senso invariante, quale sarebbe il suo rapporto con gli avvenimenti che regolano l’analisi di Foucault a posteriori?

Se la Follia, come dice Foucault, è assenza d’opera, il passaggio in cui si individua in Cartesio il momento del distacco è in margine alla sua riflessione, nella quale immagina che si può sempre sognare e che il mondo non sia più reale di quanto non sia il suo sogno.

Tutto ciò che ho ammesso fino ad ora come il sapere più vero e sicuro, l’ho appreso dai sensi, o per mezzo dei sensi: ora, ho qualche volta provato che questi sensi erano ingannatori, ed è regola di prudenza non fidarsi mai interamente di quelli che ci hanno una volta ingannato. (Cartesio, Meditazioni Metafisiche, trad. di Adriano Tilgher, rivista da Francesco Adorno)

Immaginazione e Sogno, secondo l’interpretazione di Foucault, non possono creare gli elementi semplici ed universali, i quali entrano nella composizione che può essere indagata solo dalla matematica e dalla geometria, estranee al dubbio naturale. Per Cartesio infatti, Pensiero ed Estensione possono essere concepiti distintamente in due maniere: “in quanto l’una costituisce la natura del corpo, e l’altro quella dell’anima”. Sogno e Illusione sono quindi superati nella struttura della Verità, che è basata sull’esistenza di un Dio creatore perfetto a cui fare affidamento, ma la Follia è comunque esclusa dal soggetto che dubita, il quale scaccia la Follia dall’interno stesso del pensiero che dubita. Nell’ordine delle Meditazioni, Dio mancherebbe di veracità se creasse le cose diversamente dall’idea chiara e distinta che ce ne dà. Nel passaggio delle Meditazioni di Cartesio, Derrida invece scorge che l’eventualità dell’errore sensibile e del Sogno non viene aggirato dalla struttura della Verità, l’ipotesi del sogno è solo un espediente retorico, una esagerazione iperbolica dell’ipotesi per la quale i sensi possono ingannare. Quando si sogna, tutto può essere falsa illusione, così come s’intende nel passaggio delle Meditazioni. Nelle rappresentazioni del Sogno tutto può essere falso e fittizio, come le rappresentazioni pittoriche “stravaganti”, formate attraverso mescolanze e composizioni di membra di diversi animali.

Per questo, forse, noi non concluderemo male, se diremo che la fisica, l’astronomia, la medicina e tutte le altre scienze, che dipendono dalla considerazione delle cose composte, sono dubbie ed incerte; ma che l’aritmetica, la geometria e le altre scienze di questo tipo, le quali non trattano se non di cose semplicissime e generalissime, senza darsi troppo pensiero se esistano o meno in natura, contengono qualche cosa di certo e d’indubitabile. Perché, sia che io vegli o che dorma, due e tre uniti insieme formeranno sempre il numero cinque, ed il quadrato non avrà mai più di quattro lati; e non sembra possibile che delle verità così manifeste possano essere sospettate di falsità o d’incertezza. (Cartesio, Meditazioni Metafisiche, trad. di Adriano Tilgher, rivista da Francesco Adorno)

Chi sogna è più folle del folle, è più lontano del folle dalla percezione vera ma, secondo Derrida, la lettura che Foucault dà al testo di Cartesio è che la Follia è pensata come un caso tra gli altri, e neppure il più grave, dell’errore sensibile. Un errore dei sensi e del corpo, un po’ più grave di quello che minaccia ogni uomo normale, e meno grave dell’ordine epistemologico. Se la Follia non è che un pervertimento dei sensi, o dell’immaginazione, allora appartiene al corpo, è un errore del corpo, una modificazione dell’Idea, sta quindi dalla parte del corpo. In altre parole: è un Peccato.

Vi saranno forse qui delle persone, che preferirebbero negare l’esistenza di un Dio così potente, piuttosto che credere incerte tutte le altre cose. Ma per adesso non resistiamo loro, e supponiamo, in loro favore, che tutto ciò che è detto qui di Dio sia una favola. Tuttavia, in qualunque maniera essi suppongano che io sia pervenuto allo stato e all’essere che possiedo, sia che l’attribuiscano a qualche destino o fatalità, sia che lo riferiscano al caso, sia che sostengano che ciò accade per un continuo concatenamento e legame delle cose, è certo che, poiché errare ed ingannarsi è una specie d’imperfezione, quanto meno potente sarà l’autore che essi attribuiranno alla mia origine, tanto più probabile sarà che io sia talmente imperfetto da ingannarmi sempre. Alle quali ragioni io non ho certo nulla da rispondere, ma sono costretto a confessare che, di tutte le opinioni che altra volta ho accolte come vere, non ve n’è una della quale non possa ora dubitare, non già per inconsideratezza o leggerezza, ma per ragioni fortissime e maturamente considerate: di guisa che è necessario che io arresti e sospendi il mio giudizio su questi pensieri (…) Io supporrò, dunque, che vi sia non già un vero Dio, che è fonte sovrana di verità, ma un certo cattivo genio (genium aliquem malignum), non meno astuto ed ingannatore che possente, che abbia impiegato tutta la sua industria per ingannarmi. Io penserò che il cielo, l’aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le cose esterne che vediamo, non siano che illusioni ed inganni di cui si serve per sorprendere la mia credulità. Considererò me stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne, di sangue, come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di avere tutte queste cose. Io resterò ostinatamente attaccato a questo pensiero; se, con questo mezzo, non è in mio potere di pervenire alla conoscenza di verità alcuna. (Cartesio, Meditazioni Metafisiche, 12)

L’Altro del Cogito, la Follia totale, l’impazzimento di cui non si possiede nessun controllo, fuori dalle frontiere della res cogitans, si manifesta in Cartesio sotto la metafora del Demone Maligno. Niente viene più risparmiato, le percezioni del corpo, né quelle dei sensi. E’ un sovvertimento del primo dubbio in linea di diritto che mette in gioco il senso del senso, è l’assenza d’opera, il silenzio. L’evocazione della Follia può avvenire solo nella possibilità e nella finzione del linguaggio, il quale deve prendere una distanza indispensabile per continuare a parlare e vivere. Il linguaggio è quindi la rottura stessa con la Follia; invece, per Derrida, il lavoro di Foucault compie un imprigionamento cartesiano della ragione, un recupero della negatività. Non la possibilità del senso in generale.

La Follia si situa così nel cuore dell’intellegibile, come uno dei tanti stati epistemici della Ragione, ma non sfugge a nessuna conoscenza determinata, di diritto. La conoscenza non può dominare e signoreggiare la Follia da sola, ovvero oggettivarla. L’atto del Cogito, la certezza di esistere, invece sfugge alla Follia. La stravaganza, ponendosi dal lato dello scetticismo, non esclude il folle dall’essere per il quale l’atto del Cogito è valido. La Follia è dunque un caso del pensiero (nel pensiero).

La possibilità del racconto foucaultiano, per Derrida, si radica in un punto di certezza intangibile di tutte le forme di scambio tra Ragione e Follia, il punto in cui affonda le radici il progetto di pensare la totalità sfuggendole verso l’infinito o il nulla. In questo progetto di eccedenza del possibile, del diritto e del senso sul reale, questo progetto è folle e riconosce la Follia come sua libertà e sua propria possibilità. E’ un progetto metafisico e demoniaco, che si riconosce nella sua lotta contro le potenze avverse della filosofia – il Demone Maligno del non senso -, identificando il Cogito con la ragione ragionevole, nel momento in cui Cartesio determina la luce naturale sottraendosi alla Follia attraverso il dogmatismo degli assiomi e dei principi che sfuggono al dubbio.

Ma è nel rapporto con l’Altro, quando ci si sottopone all’intelligibilità ed alla comunicazione, che il senso si rassicura contro la Follia ed il non senso. Il rapporto tra la Ragione, la Follia e la Morte è un’economia, è una struttura di Differenza di cui bisogna rispettare l’irriducibile originalità. Nel dettato storico in cui la filosofia si rasserena ed esclude la Follia, essa si tradisce da sé, si tradisce come pensiero, entra in una crisi o dimenticanza di sé. Di conseguenza, per Derrida, si fa filosofia sempre e solo nel terrore confessato di essere folli ed esistono crisi di ragione stranamente complici di ciò che chiamiamo crisi di Follia. Estremizzando:  per Derrida, che il soggetto sia folle o no, Cogito ergo sum.

Foucault rispose alla notevole polemica di Derrida solo nel 1972, aggiungendo un’appendice, “Il mio corpo, questo foglio, questo fuoco”, alla quarta edizione alla Storia della Follia, nella quale, riprendendo il testo di Derrida, e le parti contestate sull’interpretazione dei momenti delle Meditazioni Metafisiche di Cartesio, mise in evidenza la differenza ontologica tra Sogno e Follia, e che nel cammino del dubbio cartesiano il Sogno è privilegiato rispetto alla follia.

Le meditazioni di Cartesio sono la testimonianza documentale del cambio di paradigma della Follia, la quale non è più, almeno dalle Meditazioni Metafisiche in poi, portatrice di Verità. Il doppio vantaggio del Sogno sta nella sua capacità di dare luogo alle stravaganze che eguagliano o addirittura superano la Follia, e nella caratteristica di riprodursi in maniera abituale, come esperienza corrente, universale rispetto alla Follia. Anche il Sogno può rendere incerto tutto ciò di cui la Follia può fare dubitare, e niente della forza dimostrativa della Follia si perde nel sogno. La stravaganza nel Sogno garantisce un carattere dimostrativo come esempio, mentre la sua frequenza assicura il carattere accessibile come esercizio.

Nelle meditazioni di Cartesio, nella considerazione di essere un uomo a cui capita di dormire e di sognare, i cui sogni coincidono con la percezione del momento attuale, “seduto in questo luogo…accanto al fuoco”, la differenza tra il ricordo dei sogni ed il momento in cui è sveglio si confonde e dà luogo allo stupore di una indifferenziazione che è vicina alla sensazione di star dormendo. Pensare al Sogno infatti non significa pensare a qualcosa di esterno, il Sogno confonde il soggetto che pensa ad esso. Ma nonostante l’indistinzione tra veglia e sonno, il soggetto che medita, benché situato al centro dello stupore, non è impedito dal meditare validamente, a vedere con chiarezza un certo numero di cose o principi.

L’errore di Derrida, sottolineava Foucault, è stato nel non aver notato che nel testo latino delle meditazioni sono usati tre termini diversi per indicare i folli. In primo luogo il termine insanus, che proviene dal vocabolario della terminologia medica, come termine di paragone, e successivamente la coppia amens-demens, nel momento in cui afferma che non bisogna prendere esempio dai folli, usando due espressioni giuridiche che indicano persone che non dispongono della totalità dei loro diritti, religiosi, civili e giudiziari.

La differenza tra lo statuto del dormiens e quello del demens, sta nel fatto quindi che il dormiens può continuare a meditare di diritto, cosa impossibile per il demens. La Follia è quindi esclusa dal soggetto che dubita per potersi qualificare come oggetto di riflessione e conoscenza. I folli si illudono su tutto ciò che costituisce la loro attualità, ma Cartesio evita di confrontare la ragione con la Follia, prova eccessiva ed impossibile, preferendo il Sogno, il quale rende l’attualità del soggetto non meno dubbiosa della Follia.

Il Demone, o Genio Maligno, toglie realtà alle esperienze abituali, come il Sogno, mentre la Follia assegna realtà ad esperienze stravaganti, come la possibilità di essere Re, o di coccio, o di vetro. Il Demone cartesiano ci spinge a non vedere cose reali, la Follia invece ci spinge a credere in cose irreali.

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