Indagine sulla Trattativa Stato-Br-Camorra. Il Terrorista e il Professore, di Vito Faenza

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Tra fantasia e realtà, un romanzo di Vito Faenza ricostruisce la vicenda della trattativa per la liberazione dell’ex assessore Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse, invitando a riflettere su alcuni punti oscuri, come l’incredibile anomalia della lussuosa detenzione del boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo.

“Storia vera volutamente romanzata”, o meglio “liberamente ispirato a storie vere”, Il Terrorista e il Professore (ed. Spartaco, 2014), di Vito Faenza, dopo Il Vomerese, di Attilio Veraldi, scritto nel 1980, è il secondo romanzo in assoluto ad affrontare l’oscura vicenda della colonna napoletana delle BR, una storia sulla quale anche la saggistica non è andata al di là di un pugno di pagine sparse.

Il motivo per cui lo Stato decise di trattare per la liberazione di Ciro Cirillo, durante gli 89 giorni del suo sequestro, tra il 27 aprile ed il 23 luglio del 1981, e non per la liberazione di Aldo Moro, rappresenta certamente una delle pagine più nere dell’intera storia della Repubblica, tanto che lo stesso Cirillo, ritiratosi dalla politica dopo il sequestro, ha preferito affidare la sua verità, scritta in una quarantina di pagine, ad un notaio il quale, dopo la sua morte, provvederà a farla recapitare a chi di dovere. Non prima.

Giornalista e saggista, Vito Faenza, dal 1976 all’Unità, è stato osservatore diretto della deriva napoletana verso la lotta armata e lo scontro tra i clan della camorra dopo il terremoto. La sua carriera quarantennale lo ha visto anche sulle pagine di Panorama, il Messaggero, Agi e Corriere della Sera.

La scelta del romanzo fantapolitico, con nomi e personaggi di fantasia, dietro solo alcuni dei quali i più attenti possono trovare facilmente i tratti dei protagonisti della vicenda storica, almeno per come la si può conoscere, porta a domandarsi fin dall’inizio se la questione del vero e del falso riguardi solo le soluzioni narrative adottate, a partire dalla citazione di Heinrich Boll, da Opinioni di un clown, che apre il prologo: “Mi appare come non vero o irreale ciò che ho vissuto realmente”.

Faenza faceva parte della redazione napoletana dell’Unità quando, alcuni mesi dopo il sequestro Cirillo, venne pubblicato in due puntate, il 16 ed il 18 marzo 1982, il famoso (quasi) falso dossier Mininter sulla trattativa Stato-Br-Cutolo che causò il posto di direttore a Claudio Petruccioli e l’arresto di una cronista, che venne anche processata, la quale aveva ricevuto dal suo ex compagno, un informatore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno e con legami con il criminologo Aldo Semerari, un documento nel quale si faceva riferimento ad una trattativa segreta tra il boss della camorra Raffaele Cutolo e due esponenti della Democrazia Cristiana, Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca, i quali si sarebbero recati nel supercarcere di Ascoli Piceno, dove Cutolo era detenuto, per chiedere una intermediazione per il rilascio di Cirillo. Aldo Semerari venne poi trovato decapitato il 1° aprile del 1982, nei pressi della casa di Cutolo ad Ottaviano, nello stesso giorno si suicidò con un colpo di pistola la sua collaboratrice e compagna Maria Fiorella Carraro. Poco dopo venne appurato che Semerari, prima di scomparire, si era accusato di essere l’autore del falso con una lettera. Lo scandalo obbligò, il 5 luglio del 1982, il governo Spadolini ad ammettere che era stata condotta una trattativa con la camorra per il rilascio di Cirillo, anche se fino ad oggi non sono mai stati rivelati i nominativi delle personalità istituzionali che si sarebbero recati a parlare con il boss della camorra.

L’episodio è riportato anche nel romanzo, nel quale la paternità dell’iniziativa è attribuita a don Vittorio, il nome di fantasia che Faenza usa per uno dei protagonisti, un potente boss della camorra, detto il Professore, che in seguito ad un’ordinanza di un giudice, in cui si faceva riferimento all’ipotesi di una trattativa per la liberazione dell’ostaggio, ed alle polemiche delle opposizioni parlamentari, decide di mettere in atto un depistaggio. L’obiettivo di far pervenire ai magistrati il memoriale però non riesce. Un criminologo di sua fiducia manipola il testo ed un informatore di polizia fa pervenire il dossier nelle mani di un cronista di un giornale di sinistra. Dopo la sua pubblicazione però, i giornali iniziano ad occuparsi della comoda detenzione di Don Vittorio, persino dei pranzi fuori dal carcere e dei colloqui intrattenuti con uomini dei servizi segreti e il polverone che ne segue causa il trasferimento del Professore, per ordine del presidente della Repubblica, nel carcere dell’Asinara, chiuso da tempo, dove diventa l’unico detenuto, iniziando un inevitabile declino.

La trattativa per la liberazione di Cirillo, su cui le evidenze documentali si sono arricchite negli anni fino a portare alla luce l’esistenza di un servizio segreto occulto (“il Noto Servizio”, o “l’Anello della repubblica”, secondo le definizioni degli storici Aldo Giannuli e Stefania Limiti) diretto da un ex maggiore dell’aeronautica, poi diventato colonnello del Sismi, Adalberto Titta, al centro di alcune delle vicende più misteriose della Repubblica – il quale sostituì per ordine del generale Santovito il Sisde che aveva già avviato una trattativa con il boss -, e fatto emergere il coinvolgimento di Cutolo, ed altre organizzazioni criminali anche durante il sequestro Moro.

Nei primi giorni del maggio 1981, per avviare la trattativa, al carcere di Ascoli vennero addirittura trasferiti da altri istituti di pena tre detenuti, Sante Notarnicola (uno dei 13 dell’elenco dei prigionieri che le BR chiedevano in cambio del rilascio di Moro), Emanuele Attimonelli dei NAP, e Luigi Bosso, un camorrista con legami con gli ambienti extraparlamentari di sinistra.

Nel racconto trova posto anche l’ipotesi del coinvolgimento del boss per la liberazione di Aldo Moro:

“Ok, allora mettiti comodo che la storia è lunga. Ero evaso dal manicomio il 5 febbraio. Mi ero stabilito in provincia di Salerno; ero latitante ma i servizi segreti sapevano bene dove mi trovavo. E anche i politici. Qualcuno mi scriveva per chiedermi appoggio elettorale. Lo facevano quelli che non avevano ancora stabilito contatti con la mia organizzazione. Quando rapirono il presidente, vennero a trovarmi perché li aiutassi. Attraverso Nicolino il sardo, stabilimmo un contatto con il Vesuviano, quello che è stato detenuto fino a poco tempo fa in questo carcere, perché mediasse con Er Negro, il capo della banda della Magliana che si mise subito al lavoro per individuare la prigione del presidente. E probabilmente ci riuscì. In seguito ebbe un incontro con un esponente politico. Ma alla fine della discussione disse ai due che lo avevano accompagnato, il Vesuviano e il Sardo, che non se ne sarebbe fatto più niente e che potevano anche smettere di cercare”. (Il terrorista e il Professore, pag. 71)

Il Vesuviano, è un personaggio realmente esistito. Originario di Giugliano in Campania, nipote del boss Alfredo Maisto, legato a Corrado Iacolare, luogotenente di Cutolo, Claudio Sicilia (detto il Vesuviano), trasferitosi a Roma nel 1978 dopo aver partecipato all’assassinio del padre di Ciccio e Peppe Mallardo, famiglia all’epoca rivale dei Maisto, diventò l’anello di congiunzione per il traffico di stupefacenti tra la Banda della Magliana e la Nuova Camorra Organizzata. Nel 1979 era uno degli elementi fidati della banda romana, al punto di essere uno dei quattro, insieme a Massimo Carminati (er Nero), Alesse, Abbatino e Colafigli, a possedere le chiavi per accedere all’arsenale segreto di via Liszt, nel locali sotterranei del Ministero della Sanità. Quando il suo gruppo camorristico passò con i Nuvoletta, dopo la fine della guerra con la NCO, il Vesuviano diventò uno dei referente tra questi e la banda della Magliana, scalzato nel tempo dall’ascesa di Michele Senese, originario di Afragola, cognato di Antonio Gaglione (detto ‘o Marcianisano), uomo di fiducia del clan Moccia , e con questi, negli anni ’80, con il cartello della Nuova Famiglia, la camorra campana legata ai corleonesi. Nel 1986, il Vesuviano, dopo essere scampato ad un paio di tentativi di omicidio, ed inseguito dalle richieste di Colafigli ed Antonio Mancini (detto Accattone), si pentì, contribuendo all’arresto di una sessantina di membri della banda. Le rivelazione relative ai capi della banda però non furono giudicate attentibili in sede processuale. Fu ucciso nel 1991.

Nella suggestiva ipotesi del romanzo di Faenza, invece, Claudio il Vesuviano sarebbe stato l’unico testimone di un incontro segreto tra il Ministro (dell’Interno) e il Professore nel supercarcere. L’evento avviene mentre è in corso una partita tra detenuti e guardie penitenziarie e nel braccio è rimasto solo don Vittorio e, non visto, il Vesuviano, in cella per preparare il suo bagaglio, in quanto è l’ultimo giorno di una pena di pochi mesi di reclusione per associazione a delinquere. Nel romanzo che si svolge all’inizio degli anni ottanta, il Vesuviano viene ucciso dall’Accattone, mentre cerca rifugio in un negozio di scarpe, perché voleva rivelare anche il nome del ministro che aveva riconosciuto in carcere.

Benché non sia mai stato provato un incontro in carcere tra Raffaele Cutolo ed il Ministro degli Interni Antonio Gava, dal punto di vista storico sembrerebbe accertato un interessamento di Cutolo per la liberazione di Aldo Moro (lo raccontò il boss stesso ai microfoni di Mixer il 24 gennaio 1994), ma a sconsigliarlo dall’entrare nella vicenda sarebbe stato Vincenzo Casillo, altro luogotenente del boss, il quale aveva rapporti con il Sismi. Cutolo era evaso il 3 febbraio 1978 dal manicomio di Aversa e, rifugiatosi ad Albanella, un comune della provincia di Salerno, si era offerto di collaborare alla liberazione di Moro su richiesta del suo difensore di fiducia, l’avvocato Francesco Cangemi, esponente di primo piano della DC calabrese che fu anche testimone di nozze del Professore, amico del colonnello Adalberto Titta, nonché uomo chiave dei molteplici contatti tra la camorra, la banda della Magliana e la ndrangheta.

Nel 1991 Cutolo riferì al magistrato De Ficchy di un incontro nella trattoria Bastianelli a Fiumicino con Franco Giuseppucci, Vincenzo Casillo e Alfonso Rosanova, chiedendo loro di interessarsi di Moro. Giuseppucci avrebbe così incaricato un suo uomo nella banda della Magliana, Nicolino Selis (detto il Sardo) il quale raccolse l’informazione che la prigione di Moro si trovava nei pressi di un appartamento-nascondiglio per le latitanze. Quale fosse l’appartemento non è stato possibile appurarlo, anche se al numero 91 di via Gradoli, di fronte al 96, l’appartamento usato da Mario Moretti, il capo delle BR, effettivamente si trovava un covo dell’estrema destra romana, utilizzato anche dalla banda della Magliana.

Legami tra le BR e la camorra ai tempi del sequestro Moro, in ogni caso sarebbero riconducibili al ritrovamento di una pistola Beretta 7.65 di provenienza camorristica, ritrovata il 18 aprile 1978 nel covo di Moretti di via Gradoli. In un’intervista del 1993 all’Ansa, Cutolo rilasciò una dichiarazione inequivocabile: “Avrei potuto salvare la vita dell’onorevole Moro perché, grazie a informazioni ottenute da alcuni membri della banda della Magliana, avevo saputo dove era la sua prigione. Mi incontrai con il sedicente ‘inviato di Cossiga’.”

L’inviato di Cossiga sarebbe stato il sottosegretario Nicola Lettieri, in possesso di una lettera di ringraziamento e di un biglietto di accompagnamento dell’onorevole Attilio Ruffini, documenti entrambi sequestrati dai carabinieri al momento dell’arresto di Cutolo nel suo rifugio di Albanella (i due biglietti però andarono smarriti).

Il coinvolgemento della banda della Magliana sarebbe evidente in ogni caso per il protagonismo del falsario Tony Chichiarelli, coinvolto nella vicenda del falso comunicato n. 7, quello del Lago della Duchessa.

A conferma del coinvolgimento della criminalità per la liberazione di Moro, Alberto Franceschini, uno dei capi storici delle BR, confidò a Sergio Flamigni (testimonianza pubblicata in La Tela del Ragno, pag. 340) che un personaggio della mala milanese, Francis Turatello, gli riferì nel carcere di Nuoro, nel 1980, che durante il sequestro Moro l’avvocato Formisano, collaboratore dei servizi segreti, gli aveva chiesto di attivare i detenuti a lui fedeli per attuare un progetto di rivolta carceraria, allo scopo di sequestrare i capi storici delle BR detenuti, i quali sarebbero dovuti diventare ostaggi da contrattare con lo statista democristiano. Nonostante tutte le evidenze e le confessioni emerse in tutti questi anni dal sequestro Moro, mai una fonte ufficiale ha confermato il coinvolgimento della criminalità organizzata, cosa che avvenne invece durante il sequestro Cirillo. Perché allora viene nascosta la verità?

Lungo il crinale tra verità e fantasia, un po’ come parte della storiografia criminale del nostro paese, il romanzo di Faenza non può che collocarsi in un punto fuori e dentro al tempo, fuori e dentro al legame tra causa ed effetto, in una virtualità che si istalla nel passato con un taglio che inevitabilmente non comprende questo o quell’elemento del passato, ma necessariamente la sua totalità.

È solo così che, intrecciando la storia del Sindacalista (il Terrorista) con quella del Professore, ci si può spingere fino ad una rocambolasca ricostruzione di ciò che si muoveva dietro le quinte della trattativa. Ma il romanzo è soprattutto un efficace ritratto, da dietro le sbarre, di un’anomalia della condizione carceraria in Italia di quegli anni, il supercarcere di Ascoli, dal quale il boss della potente Nuova Camorra Organizzata poteva permettersi di dominare sugli affari in Campania e trattare con il potere politico, grazie al potere di ricatto esercitato sui detenuti, con un sistema capillare che permetteva il reclutamento ed il mantenimento delle fila dell’organizzazione, anche per l’efficacia della circolazione delle informazioni. I nemici della NCO, e degli amici di Cutolo, all’interno delle mura del carcere non avevano scampo. Il potere deterrente del Professore era esercitato principalmente all’interno delle carceri, ed è questa una “evidenza”, una visibilità che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’organizzazione dello Stato tra la fine degli anni ’70, e gli anni ’80.

È un passaggio d’epoca in cui la forma dello Stato italiano si riorganizza utilizzando l’effetto massificato dei media di quegli anni, allontanando in una distanza favolosa gli eventi dalla realtà, proiettando uno spettacolo che si integrava nella realtà stessa man mano che ne parlava, ricostruendola come ne parlava, plasmando una generazione prevalentemente urbana che, negli ’80, avrebbe poi accettato supinamente la società dei consumi, prima ancora dell’avvento delle tecnologie domestiche di oggi, le quali hanno spinto ancora più avanti la sorveglianza al controllo delle preferenze personali, dello stile di vita, delle opinioni, del controllo sociale basato sulla raccolta dei dati digitali. È un passaggio d’epoca in cui ancora convivono retaggi antichi, una pluralità di poteri e di organizzazioni che contrastano la stabilizzazione dello Stato, come il caso di Cutolo semprerebbe insegnare. Un fase storica in cui è il sovrano ad assegnare il diritto di vita o di “morte” ad un ribelle a seconda della sua utilità in un contesto di bellum omnium contra omnes. Michel Foucault a proposito dell’architettura del carcere moderno non a caso ha usato il termine “forma prigione”, per mettere in evidenza il carattere non discorsivo dell’architettura in quanto “scultura di luce”, il carattere macchinico dell’architettura panottica del carcere a partire dal XVIII secolo, ma anche il suo carattere disciplinare, l’essere il carcere stesso un dispositivo creato da una strategia del potere.

L’organizzazione dello Stato Moderno nasce proprio dall’esigenza di accentrare le funzioni necessarie per la costruzione di una società del controllo, estendendo le forme disciplinari delle tecnologie del potere che già esistevano negli apparati militari, ordini monastici, e successivamente ospedali, cliniche e sanatori, prigioni, opifici e fabbriche, all’esterno. Fabbriche di assoggettamento quindi, di “individui”.

Se le prigioni assomigliavano agli ospedali, alle fabbriche, alle scuole, alle caserme, forme nelle quali si era costituita la disciplina, come ci si può meravigliare, si chiedeva Foucault, che tutte queste assomiglino alle prigioni? Eppure la vicenda di Raffaele Cutolo sembrerebbe suggerire un altro interrogativo, ancora più inquietante. Se lo Stato consentiva ad un boss della camorra di esercitare una “sua” disciplina all’interno delle carceri, come ci si può meravigliare che l’intera società non somigliasse ad una prigione in cui comandano i mafiosi? E che dire allora dell’intera organizzazione sociale italiana vista da dietro le sbarre di un carcere come quello del romanzo?

Il braccio dei detenuti politici, nel romanzo, si trova vicino quello dei detenuti per reati di mafia e camorra. Sul finire degli anni ’70, infatti, il regime omogeneo per i detenuti era stato radicalmente cambiato dal generale Dalla Chiesa. Carceri come quello di Palmi vennero destinati solo ai detenuti politici, mentre Ascoli Piceno per i detenuti “comuni pericolosi” (tra questi erano considerati tali anche i camorristi). All’inizio degli anni ottanta vennero poi creati i “braccetti della morte”, così definiti dai detenuti, dove venivano reclusi gli “irriducibili” ai sensi dell’art. 90 dell’Ordinamento penitenziario, mentre il regime omogeneo, quello a celle aperte, e spazi comuni, era garantito solo a chi si allontanava dalla logica della lotta armata.

All’inizio del racconto quando viene arrestato Aldo il Sindacalista, un aderente dell’autonomia milanese che aveva avuto un addestramento in Libano, nella valle della Bekaa, molto attivo in fabbrica e in contatto con la galassia extraparlamentare della sinistra; tradotto nel supercarcere marchigiano, riceve da subito le attenzioni del Professore, il quale, tramite i suoi uomini, compresi agenti di custodia, gli fa capire subito chi comanda offrendogli un caffè e facendogli dei regali.

Pochi giorni dopo, il Sindacalista viene incaricato dai suoi compagni di diventare il referente per il Fronte delle Carceri, per il quale stila subito il documento con le motivazioni politiche delle azioni da compiere. Tra queste azioni, decise dalla direzione strategica, c’è anche il sequestro dell’assessore regionale ai lavori pubblici, di fronte alla cui abitazione aveva insegnato per alcuni anni il Fiorentino, uno dei capi dell’organizzazione.

Se il personaggio del Sindacalista sembra più l’invenzione di un ibrido delle figure apicali delle BR, la figura del Fiorentino descritta nel romanzo non può non evocare l’ombra misteriosa di Giovanni Senzani, la cui collocazione storiografica è tuttora difficile anche per gli ex appartenenti alle Brigate Rosse. Senzani, che aveva fondato il Fronte delle Carceri, l’organismo delle BR interno agli istituti di pena, nel quale vennero arruolati molti detenuti comuni e camorristi; diede vita alla colonna napoletana delle BR ed aveva effettivamente insegnato a Torre del Greco. È stato inoltre consulente del Ministero di Grazia e Giustizia, oltre che del leader dei socialisti autonomisti toscani, Lelio Lagorio, quando questi era presidente della Regione Toscana (era Ministro della Difesa all’epoca del sequestro Cirillo).

Proprio Napoli, a partire dal 1974, era stata la città in cui i NAP (Nuclei Armati Proletari) si erano caratterizzati come fenomeno di cerniera tra il movimento dei detenuti, e proprio sulla condizione carceraria Senzani aveva iniziato le sue ricerche che lo portarono ad avere incarichi di consulenza ministeriali che gli aprirono le porte di tutti le carceri italiani. La presenza organizzata nelle carceri fu determinata dall’alto numero di arresti (circa 5.000 militanti di organizzazioni armate sono passati per le carceri) che a partire dal 1980 aumentarono notevolmente, e per creare un efficace deterrente contro gli “infami”, ovvero contro i pentiti, per scoraggiare i quali proprio Senzani mise in atto un processo esemplare con l’esecuzione videoregistrata di Roberto Peci, la cui unica colpa era di essere il fratello di Patrizio Peci, uno dei primi pentiti delle Brigate Rosse. Proprio questi metodi però portarono alla morte antropologica delle BR, ed alla dissociazione di molti detenuti militanti.

Nel romanzo, l’epilogo delle due vicende, quella di Aldo, il Sindacalista, e quella del Professore, finisce poi per incrociarsi con la realtà. Il trasferimento del boss sull’isola, e la crescita della consapevolezza di essere stati usati dai servizi segreti, porta Aldo a scegliere la strada della dissociazione per dedicarsi a Sara, in attesa di un bambino.

Come nella realtà, la trattativa non ha portato nessun beneficio alle due organizzazioni criminali, l’NCO e le Brigate Rosse, annientate nel giro di pochi anni dagli arresti, dalle dissociazioni, dai pentitementi e da una guerra di camorra che porterà all’avvento i potenti clan del casertano e i clan napoletani legati al cartello dei Nuvoletta-Polverino. Dopo la pubblicazione dello scoop sull’Unità, il 16 marzo del 1982, morirono sistematicamente, ed in maniera sospetta, quasi tutti i protagonisti della trattativa. I latitanti che avevano trattato dentro e fuori il carcere per conto di Cutolo, gli ufficiali dei servizi segreti che accompagnarono la trattativa, l’avvocato di Cutolo che faceva da messaggero, l’ambasciatore delle Brigate Rosse, il luogotenente del boss nell’esplosione della sua auto davanti alla sede del Sismi a Roma, il vicequestore Antonio Ammaturo che aveva ricostruito la vicenda in un dossier spedito al Viminale e scomparso per sempre. Muoiono per suicidio i compagni di cella del camorrista, e gran parte dei suoi referenti territoriali che rifiutarono di girarsi con i nuovi clan vincenti della camorra campana.

Si deve al coraggio del giudice istruttore Carlo Alemi la ricostruzione giudiziaria della trattativa, contenuta nella sentenza ordinanza depositata presso la cancelleria del Tribunale di Napoli, il 28 luglio 1988, nonostante gli ostacoli frapposti dai vertici della politica, tra i quali quelli di Antonio Gava, ministro degli Interni della Repubblica nel governo presieduto da Ciriaco De Mita, che accusò Alemi di essere “un giudice che si è posto fuori del circuito istituzionale”.

Cosa resta? Ci sarebbe da chiedersi, in conclusione, che cosa è rimasto di una vera e propria carneficina, di un deserto sociale che assomiglia alla zona grigia descritta da Primo Levi ne I Sommersi e i Salvati, in cui solo i più forti riescono a sopravvivere nel Lager alla vergogna di essere uomini, in un ambiente dove l’umanità è stata completamente degradata e costretta a fare a compromessi con se stessa, secondo il principio per cui la morte del compagno di prigionia è un’occasione per la propria salvezza.

Nelle pagine finali del romanzo, uno degli irriducibili, uscito dal carcere grazie ad una confessione aggiustata, in cui ha evitato di dire ciò che sapeva della trattativa, deciderà di andare via dall’Italia per ricostruirsi un’altra vita, dopo aver realizzato l’incredibile guazzabuglio in cui la sua organizzazione si era cacciata, nel mezzo di una guerra invisibile nel cuore del Mediterraneo, in un crocevia di tensioni e forze in cui operavano uomini della Cia, del Kgb, del Mossad, dei servizi segreti italiani e francesi,

Ma è alla luce di come è finita la trattativa tra Stato, BR e Cutolo, che acquista un’altro senso la domanda su quale modello di società italiana suggerisca mai l’immagine di un carcere in cui comandava un boss della camorra. Una società dove in ogni caso la gerarchia delle condizioni di possibilità le ha dettate sempre lo Stato, l’unica entità in grado di usare a proprio vantaggio anche chi si illudeva di potersi ritagliare una fetta di contropotere politico e sociale, mentre parte di quella generazione che ha tentato l’assalto al cielo alla fine si è dovuta accontentare di osservarlo solo attraverso le sbarre. Uno Stato che ha scambiato la pace sociale con la camorra, scegliendo le organizzazioni più affidabili per accompagnare la ricostruzione post-terremoto che ha devastato l’ambiente, l’economia e la società campana, in maniera quasi irrimediabile.

Articolo pubblicato su Agoravox

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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