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Archivio mensile:febbraio 2015

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Nelle pagine conclusive del suo celebre saggio, La Letteratura Fantastica, Tzvetan Todorov riassume lo statuto paradossale della letteratura nella sintesi tra il verbale ed il transverbale, tra il reale e l’irreale che essa richiama. La letteratura non è un ricalco della realtà, le parole non sono etichette incollate a delle cose che esistono in quanto tali, indipendentemente da esse. Affinchè la scrittura sia possibile, bisogna partire dalla morte di ciò di cui parla, ma questa morte la rende a sua volta impossibile giacchè non c’è più che scriverne. La letteratura pertanto non può diventare possibile che in quanto si renda impossibile.

…o ciò che si dice è lì, presente, e allora non vi è posto per la letteratura, oppure si fa posto alla letteratura, e in tal caso non c’è più niente da dire. Come scrive Blanchot: “Se il linguaggio, ed in particolare il linguaggio letterario, già in anticipo non si slanciasse verso la propria morte, esso non sarebbe possibile, giacchè la sua condizione, e il suo fondamento, è questo movimento verso la sua impossibilità.” L’operazione che consiste nel conciliare il possibile e l’impossibile può fornire la sua definizione alla stessa parola “impossibile”. Eppure la letteratura è. Ed è questo il suo più gran paradosso. (T. Todorov, La letteratura fantastica, pag. 178-179)

L’espressione “letteratura fantastica” si riferisce, secondo Todorov, ad un genere letterario in cui il reale e l’immaginario provocano l’esitazione del lettore attraverso degli avvenimenti “strani”. Finzione e senso letterale sono condizioni essenziali per l’esistenza del fantastico, il quale è un sistema all’interno di un testo letterario, con relazioni necessarie e non arbitrarie con le parti costitutive del testo. Se il linguaggio letterario è un linguaggio convenzionale in cui la prova della verità è impossibile, con il Fantastico non si ha una sicurezza totale, allo stesso tempo però non si dubita di tutto ciò che occupa lo spazio del testo, il quale non propone una soluzione o una risoluzione del problema dello “strano” (o dello straniamento), ma sviluppa le possibilità della speculazione metafisica.

Maniera fra le tante per rimandare la propria immagine, il microcosmo che alberga nell’essere, il mondo, l’intera natura; anche per Borges l’incanto del Fantastico risiede nel fatto che la letteratura fantastica non è un’invenzione arbitraria. Metafisica e letteratura fantastica, secondo Borges, convivono sotto la stessa categoria letteraria, fanno parte dello stesso ramo letterario, entrambe hanno bisogno del nostro timore e della nostra esitazione tra reale ed illusorio, in entrambe il mondo fisico e spirituale si compenetrano.

Le mescolanze del romanzo fantastico sono fatte di simboli nostri, della nostra vita, come nella metafisica, anch’essa strana come la letteratura fantastica. Secondo l’idea platonica, ad esempio, esiste un riflesso di ogni uomo nel cielo, mentre per Berkeley tutta la nostra vita è un sogno e le uniche cose che esistono sono le apparenze. Nel panteismo di Spinoza, ed in altre filosofie, sorge così la terribile domanda che non è meramente letteraria: “L’Universo, la nostra vita, appartiene al genere reale o al genere fantastico?” (in J.L.Borges, La Literatura Fantastica, Escuela Camillo y Adriano Olivetti, 1967)

E’ questa, se si vuole, seguendo il ragionamento di Cesare Milanese nella postfazione agli Scritti Letterari di Michel Foucault, una conseguenza di quel tentativo di ricostruzione compiuto dall’umanità dopo la distruzione della biblioteca di Alessandria, ovvero dopo la perdita della grecità, della perdita della capacità di un pensiero dotato di visione ed in grado di suscitare il fantastico dal proprio cuore, di un soggetto parlante che è lo stesso di cui si parla. La parentela della scrittura con la morte, nel racconto e nell’epopea dei greci, per Foucault aveva lo scopo di perpetuare l’immortalità dell’eroe. Se l’eroe accettava di morire giovane era perchè la sua vita, consacrata e magnificata dalla morte, passava all’immortalità attraverso il racconto. Il racconto o la scrittura era quindi lo sforzo per scongiurare la morte e mantenerla fuori dal cerchio dell’esistenza.

Laddove per Derrida la “voce”, la presenza, la coscienza, tutto ciò che viene messo in primo piano dal logocentrismo, è il proprio dell’uomo, dove per Heidegger “uomo” è da intendersi come bianco ed occidentale, nei secoli successivi la distruzione della biblioteca di Alessandria, il tentativo di ricostruire una biblioteca eterna, di scrivere un libro definitivo, scritto in un unico linguaggio, capace di costituire da solo tutta la biblioteca, basato sul postulato dell’univocità del discorso e del sapere, alle soglie dell’epoca moderna è stato poi superato dal progetto di un’articolazione del discorso dialettico, fondato sul principio d’identità come fondamento, sul medesimo, sull’instaurazione di un sistema ontologico in cui il soggetto è il dato assoluto.

La Biblioteca di Babele, creata dai dottori del Dio e dell’Uomo, come San Girolamo, nella visione di Borges è tributaria del discorso del medesimo, della ripetizione infinita. La biblioteca dell’utopia antropocentrica è diventata così un sistema di classificazione più che un sistema di creazione, un criterio da biblioteca. Il libro infinito della biblioteca di Babele doveva essere destinato ad un lettore ideale, una sorta di eremita nel deserto, a cui il testo deve suscitare la grazia. Ma il libro invece provocò l’insorgenza di un mondo di apparizioni che travolgono l’ordine della sua mente, un mondo di eventi e violenze che avrebbe dovuto rimanere escluso dal disegno teologico. Il “libro di Dio” diventò così un libro di tentazione, rendendo presente proprio ciò che avrebbe dovuto scongiurare, la morte e la follia.

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