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Archivio mensile:aprile 2015

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Da anni le evidenze giudiziarie hanno dimostrato l’esistenza di pericolosi collegamenti tra i clan della camorra campana e le organizzazioni terroristiche della jihad islamica. Da Napoli, crocevia dei traffici, è passato anche uno dei terroristi implicati nella strage della stazione di Atocha di Madrid, l’11 marzo del 2004.

Nell’ultima relazione presentata dai servizi di sicurezza al parlamento, l’accento posto sull’accresciuta effervescenza della galassia jihadista e sulla “connessa, accentuata capacità di presa del messaggio radicale, affidato a forme di comunicazione sempre più efficaci e pervasive”, dà la rappresentazione definitiva di una mutazione in atto, oppure già avvenuta, e delle nuove priorità nelle politiche di contrasto alle minacce di destabilizzazione dell’ordine democratico del paese, caratterizzate da fenomeni non più esclusivamente endogeni, per usare un’espressione che forse è già stata superata dai fatti. “L’estremismo homegrown”, prosegue il testo, “inteso anche quale bacino di reclutamento per aspiranti combattenti, viene individuato come il principale driver della minaccia terroristica, riferibile tanto a lupi solitari e a cellule autonome quanto al diretto ingaggio da parte di organizzazioni strutturate operanti nei teatri di jihad.”

La scelta strategica del qaedismo operata dallo Stato Islamico (IS) di Al Baghdadi, erede della filiale irakena di Al Qaeda, ovvero l’ispirazione del volontarismo individuale, con l’utilizzo di una sofisticata strategia di comunicazione e propaganda multimediale, come si è verificato nei recenti attentati in Francia, Belgio e Danimarca, evoca il fantasma di un nemico invisibile e rappresenta una problematicità che mette a dura prova gli apparati di sicurezza, con il rischio di favorire le condizioni politiche e culturali per nuove campagne antidemocratiche e contro il diritto all’informazione. Tuttavia, è questo l’allarme reiterato dagli apparati di sicurezza, uno dei problemi principali sul piano interno riguarda proprio la capacità dei gruppi, o degli individui virtualmente terroristi, a partecipare ad una vasta gamma di attività criminali che includono: traffico di sostanze stupefacenti; furti e rapine; sequestri di persona; estorsioni; falsificazione di documenti e valuta; frodi finanziarie e azioni predatorie sul territorio, in partnership con “agenzie criminali” italiane. Proprio quest’ultimo punto è quello che ci riguarda più da vicino.

Un bazar al centro del Mediterraneo

Crocevia di traffici illegali, bazar nel quale è possibile trovare quasi tutto il necessario per costruirsi un’identità valida per viaggiare in Europa, Napoli (ed il suo hinterland) è da decenni uno dei nodi della mappa globale del terrorismo jihadista, secondo i riscontri delle indagini giudiziarie. La città, usata come base logistica, nonostante abbia ospitato sin dal secondo dopoguerra il comando generale della Nato per le operazioni nel Mediterraneo, raramente è stata oggetto di attacchi terroristici. L’unico attacco terroristico di matrice mediorientale risale al 14 aprile 1988, in occasione del secondo anniversario dei bombardamenti USA sulla Libia, quando un’autobomba davanti la sede del circolo americano “Uso Club”, frequentato dai marinai della VI Flotta, causò la morte di 5 persone. L’attentato, realizzato in stile libanese, fu organizzato dall’URA, l’Armata Rossa giapponese di Junzo Okudaira, e rivendicato con due telefonate, una alla France Press ed un’altra alla sede di Beirut dell’Ansa, con la sigla delle Brigate Jihad.

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Successore del colonnello Renzo Rocca all’Ufficio REI dei servizi segreti, la misteriosa personalità del generale Nicola Falde, ricostruita attraverso gli atti della Commissione d’Inchiesta sulla P2, ci permette di entrare nel sottobosco del potere dei primi anni ’70, toccando alcuni dei più importanti scandali e misteri della storia italiana.

Falde: Gelli cercava un suo centro d’informazione e voleva utilizzare l’agenzia OP come suo organo. Diceva che voleva utilizzarla, ma di fatto cosa voleva fare? Una raccolta di notizie dalla periferia massonica a lui. Lui si teneva queste notizie e poi le avrebbe utilizzate. Cioè, nell’attività di Gelli si vede sempre un disegno costante di farsi un suo centro d’informazione. Praticamente, l’informazione è stata per lui un’arma operativa…

Presidente (Tina Anselmi): Generale Falde, in che senso Gelli ha fatto dell’informazione, come lei ha detto, un’arma operativa?

Falde: Chi conosce controlla e può condizionare. La conoscenza è fondamentale; un’informazione retta e giusta consentirebbe allo Stato di essere più sicuro; un’informazione deviata, come sempre quella che ha avuto lo Stato, e ne abbiamo un esempio doloroso attraverso il degrado delle istituzioni… Cioè, se lo Stato, attraverso il servizio d’informazione, invece di avere un’informazione esatta, giusta e precisa, ha informazioni deviate, naturalmente la situazione è quella che noi vediamo…(Commissione P2, Volume VI, sedute 8 ottobre 1 novembre 1982)

Ufficiale dei servizi segreti, faccendiere, mediatore, amico dei potenti, informatore, vittima di un persecuzione politica, influencer, “intossicatore ambientale” oppure personaggio che perseguiva un proposito personale di vendetta; il generale Nicola Falde è forse stato tutte queste cose insieme, o nessuna. Se la sua figura è uscita fuori dal cono d’ombra del potere, lasciando uno strascico di tracce nei documenti delle commissioni parlamentari, in diversi procedimenti giudiziari, e sulla stampa, è stato principalmente perché la sua vicenda umana si è trovata, in un passaggio cruciale della storia italiana, nei pressi dei principali centri direttivi del poteri occulti, nel mezzo di uno scontro di forze che è stato decisivo per le sorti del paese, nel momento in cui la diffusione di massa di giornali, e soprattutto dei settimanali, iniziò ad essere in grado di orientare vaste porzioni dell’opinione pubblica nazionale.

In quel passaggio d’epoca, in una società in cui agivano potenze e tensioni divaricanti, cambiava sia lo statuto dell’informazione che la natura, l’organizzazione e le strategie degli apparati dei servizi. Proprio in quegli anni venne coniata la definizione “servizi deviati”, per indicare ruoli e compiti che uscivano dal dettato costituzionale, mentre un altro termine prendeva piede nel linguaggio giornalistico: “depistaggio”.

Nelle testimonianze lasciate dal generale Falde è riscontrabile sia la legittima preoccupazione personale affinché la sua fedeltà alle istituzioni venisse evidenziata limpidamente nelle vicende in cui egli stesso si è trovato coinvolto, sia l’impossibilità di negare una decisa intenzione perseguita nel volersi situare a tutti i costi in prossimità di quelle centrali del potere che gestivano uomini e risorse, nascosti dietro le quinte dello spettacolo politico-mediatico; anche quando era, a suo dire, un “militare a riposo”. Tra le tante testimonianze, spesso discordanti tra loro, questa ricostruzione si basa sulle dichiarazioni dello stesso Falde, e di altri protagonisti delle vicende, rilasciate nel corso degli anni ai giornali ed agli atti della magistratura e della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2 presieduta dall’on. Tina Anselmi.

La tempesta perfetta sulle attività dell’Ufficio REI di Renzo Rocca

A partire dal 1966, con la riforma dei servizi segreti che portò alla costituzione del SID (Servizio Informazioni Difesa), sotto la direzione dell’ammiraglio Eugenio Henke, l’Ufficio REI (Ricerche Economiche Industriali) dell’ex SIFAR, diretto ininterrottamente dal colonnello Renzo Rocca (dall’inizio degli anni ’50 la centrale di collegamento tra i servizi ed il mondo economico e finanziario), venne fortemente ridimensionato nelle sue funzioni e nel bilancio, passando alle dipendenze dell’Ufficio D, mutando il nome in Ufficio RIS (Ricerche Speciali). L’imponente archivio della struttura venne spostato da Rocca stesso in un ufficio della FIAT di via Bissolati a Roma, dove il colonnello si era trasferito dopo aver lasciato il servizio. L’ex Ufficio REI, tra la fine del 1967 ed il 1969, fu ereditato dal colonnello Nicola Falde.

Originario di Santa Maria Capua Vetere, Nicola Falde, nato nel 1917 ed entrato nella carriera militare nel 1932 alla Nunziatella di Napoli, dopo la guerra, durante la quale fu catturato dagli inglesi e tenuto prigioniero in un campo di concentramento in India, era stato segretario particolare del potente politico fanfaniano, massone iscritto alla loggia Giustizia e Libertà, Giacinto Bosco (anch’egli di Santa Maria Capua Vetere), dal periodo in cui questi era Sottosegretario alla Difesa (1953-58), fino al 1966, quando Bosco era Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. Tornato nei ranghi delle forze armate, Falde assunse l’incarico prima come capo della direzione dell’ufficio UISE (Euratom), nel 1966, per poi passare nell’anno successivo all’Ufficio REI del SID.

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Sotto di lui si trovava il mondo tombale, l’immutabile mondo del demonico, basato sul principio di causa ed effetto. Nel mezzo si stendeva il livello dell’umano, ma un uomo poteva piombare in ogni momento nel livello infernale sotto di sé, discendendo come se affondasse. Oppure: poteva ascendere al modo etereo al di sopra, che costituiva il terzo livello di quel sistema ternario. Nel livello mediano dell’umano, si rischiava sempre di affondare. Eppure avevi sempre davanti la possibilità dell’ascesa; qualsiasi aspetto o sequenza della realtà poteva diventare l’uno o l’altro, in qualsiasi momento. Inferno e paradiso, non dopo la morte, ma adesso! La depressione, tutte le malattie mentali erano l’affondamento. E l’altro…come si otteneva? (pag. 89)

La satira sociale e metafisica di Philip Dick, in Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch (The Three Stigmata of Palmer Eldritch), scritto nel 1964 e pubblicato nel 1965 dalla Doubleday di New York, completa il superamento del simulacro naturalistico operato dallo scrittore californiano, sviluppatosi nel ciclo iniziato con La Svastica sul Sole (The Man in The High Castle) e proseguito poi con I Simulacri (The Simulacra). Illusioni e realtà sono un’unico evento fattuale nel romanzo, come in una visione artificiale mediata attraverso gli allucinogeni. Se le allucinazioni sono indiscernibili dalla realtà, sembra chiedersi Dick, e se l’umanità può mimetizzarsi e rendersi indistinguibile dal reale, cosa vuol dire davvero essere umani? Se l’individuo non è separabile da un mondo, cosa si chiama mondo?

Nella realtà dello spazio letterario di Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch, ogni personaggio è una monade psichica, un mondo come un cerchio di convergenze che può essere formato e pensato soltanto intorno ad individui che lo occupano e lo riempiono. Ogni monade può incarnarsi in un corpo, o meglio divenire uno stato di un corpo, riformarsi in una effettuazione ad un tempo collettiva ed individuale, interna ed esterna. Il corpo dell’uomo, nel romanzo di Dick, è un medium che, come osservava Antonio Caronia, “è già diventato simulacro, non ha più diritto ad uno statuto di originale rispetto al quale l’androide, con il suo carattere di copia, si demarca per ribadire una volta di più la supremazia del naturale sull’artificiale e dell’umano su entrambi.” E’ la storia stessa che diventa simulacro, la quale, “se non presenta ancora tutte le caratteristiche del nomadismo, denuncia già però una pronunciata difficoltà a tenere insieme le quinte ed i fondali del mondo delle apparenze con i tradizionali strumenti della ragione.” (E’ naturale che sia artificiale, in Universi quasi paralleli, pag. 26)

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Paris Match e Bild riportano nella trascrizione dei dialoghi tra i piloti del volo Germanwings 9525 un dettaglio fondamentale che finora non ha trovato nessuna spiegazione ufficiale. Una riflessione sul ruolo dei media digitali e sulle catastrofi, sulla politica della paura.

Nel capolavoro di Ernst Lubitsch del 1942, To Be or Not To Be (titolo tradotto in italiano con “Vogliamo Vivere”, ed in francese con “Jeux Dangereux”), la follia della seconda guerra mondiale, e l’assurdità dell’olocausto, vengono affrontati ad armi rovesciate, quelle della finzione e dell’immagine-azione, secondo un sottile gioco in cui, come ha sottolineato il filosofo francese Gilles Deleuze nel suo libro L’Immagine Movimento, una piccolissima differenza nell’azione o tra due azioni induce una grandissima distanza tra due situazioni.

L’unica logica giocabile contro la guerra è, nel film di Lubitsch, quella delle personalità molteplici dei personaggi di una compagnia teatrale di Varsavia, i quali, alla vigilia dell’invasione della Polonia, coinvolti in una trama di spionaggio, provano a giocare Shakespeare contro i bombardamenti, riuscendo ad entrare nei palazzi del potere, consapevoli che la vita e la morte dipendono da piccolissime differenze di comportamento. L’azione filmica si svela volta a volta, in un pezzo o un aspetto della situazione, avanzando nel buio o nell’ambiguità. Un capolavoro etico del genere non poteva che essere una commedia.

Lubitsch, che con Chaplin aveva compreso la potenza del mezzo cinematografico, è da considerarsi tra i veri vincitori della seconda guerra mondiale, laddove il cinema e le macchine ottiche iniziavano ad accelerare la realtà e ad intensificare l’esperienza sensoriale, creando, riproducendo e prolungando gli shock visivi che andavano a costituire il nuovo immaginario sociale, come un’esperienza di allucinazione collettiva e di illusione ottica capace di modificare le caratteristiche della percezione umana.

Un processo del genere è avvenuto grazie alla tecnica durante il Secolo della Paura, il ventesimo, il secolo dell’equilibrio del terrore della distruzione nucleare. Arte dell’accecamento secondo Paul Virilio, architetto e urbanista ma soprattutto massmediologo e politologo, la paura è una tecnica del potere, una cultura dominante, che ieri ha accompagnato velocità e politica ed oggi, nell’era del turbocapitalismo, accompagna velocità e cultura di massa, la questione politica non essendo più la guerra fredda ma la gestione di un panico freddo di cui il terrorismo, in tutte le sue forme, è solo uno dei sintomi.

Il panico è di conseguenza diventato un fatto sociale totale, è irrazionale. Gli sconvolgimenti panici di una popolazione sono connessi a fenomeni di attesa e di ripetizione degli eventi, all’ansia di una depressione spesso mascherata dalle abitudini della vita quotidiana. Il panico freddo non è altro che un’angoscia collettiva sospesa in attesa dell’evento inatteso, una sorta di nevrosi che sfocia in uno stato di dissuasione civile tra le nazioni, replica della politica della deterrenza.

Obbedire ad occhi chiusi è l’inizio del panico (Maurice Merleau Ponty)

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