Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch, di Philip K. Dick

dick

Sotto di lui si trovava il mondo tombale, l’immutabile mondo del demonico, basato sul principio di causa ed effetto. Nel mezzo si stendeva il livello dell’umano, ma un uomo poteva piombare in ogni momento nel livello infernale sotto di sé, discendendo come se affondasse. Oppure: poteva ascendere al modo etereo al di sopra, che costituiva il terzo livello di quel sistema ternario. Nel livello mediano dell’umano, si rischiava sempre di affondare. Eppure avevi sempre davanti la possibilità dell’ascesa; qualsiasi aspetto o sequenza della realtà poteva diventare l’uno o l’altro, in qualsiasi momento. Inferno e paradiso, non dopo la morte, ma adesso! La depressione, tutte le malattie mentali erano l’affondamento. E l’altro…come si otteneva? (pag. 89)

La satira sociale e metafisica di Philip Dick, in Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch (The Three Stigmata of Palmer Eldritch), scritto nel 1964 e pubblicato nel 1965 dalla Doubleday di New York, completa il superamento del simulacro naturalistico operato dallo scrittore californiano, sviluppatosi nel ciclo iniziato con La Svastica sul Sole (The Man in The High Castle) e proseguito poi con I Simulacri (The Simulacra). Illusioni e realtà sono un’unico evento fattuale nel romanzo, come in una visione artificiale mediata attraverso gli allucinogeni. Se le allucinazioni sono indiscernibili dalla realtà, sembra chiedersi Dick, e se l’umanità può mimetizzarsi e rendersi indistinguibile dal reale, cosa vuol dire davvero essere umani? Se l’individuo non è separabile da un mondo, cosa si chiama mondo?

Nella realtà dello spazio letterario di Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch, ogni personaggio è una monade psichica, un mondo come un cerchio di convergenze che può essere formato e pensato soltanto intorno ad individui che lo occupano e lo riempiono. Ogni monade può incarnarsi in un corpo, o meglio divenire uno stato di un corpo, riformarsi in una effettuazione ad un tempo collettiva ed individuale, interna ed esterna. Il corpo dell’uomo, nel romanzo di Dick, è un medium che, come osservava Antonio Caronia, “è già diventato simulacro, non ha più diritto ad uno statuto di originale rispetto al quale l’androide, con il suo carattere di copia, si demarca per ribadire una volta di più la supremazia del naturale sull’artificiale e dell’umano su entrambi.” E’ la storia stessa che diventa simulacro, la quale, “se non presenta ancora tutte le caratteristiche del nomadismo, denuncia già però una pronunciata difficoltà a tenere insieme le quinte ed i fondali del mondo delle apparenze con i tradizionali strumenti della ragione.” (E’ naturale che sia artificiale, in Universi quasi paralleli, pag. 26)

La questione ontologica sulla natura dell’essere, cosa distinta dalla sostanza, espressione della realtà, è un tema centrale del romanzo che Dick si pone chiaramente, come nell’episodo della barzelletta paradossale sul gatto, simile al paradosso del gatto quantico di Schrodinger. L’idea, qualsiasi idea, anche quella più paradossale, sembra dire Dick, necessita sempre di un’interazione umana per esistere:

…ti voglio raccontare la mia barzelletta del gatto. E’ corta e molto semplice. Una donna invita gente a cena e ha una bella bisteccona con l’osso da tre chili nella credenza della cucina in attesa di essere cotta, mentre lei sta in soggiorno a chiacchierare con gli ospiti…si bevono un paio di bicchieri e quant’altro. Ma quando la padrona di casa si scusa con gli ospiti e va in cucina per cuocere la bistecca, quella non c’è più. E c’è il gatto di casa, nell’angolo, che si pulisce placidamente il muso.
“Il gatto s’è mangiato la bistecca” dedusse Barney.
“Sicuro? Vengono chiamati gli ospiti; discutono della faccenda. Tre chili di bistecca sono spariti; il gatto se ne sta lì seduto, con l’aria sazia e allegra. ‘Pesate il gatto’ dice qualcuno. Hanno bevuto qualche bicchiere; sembra una buona idea. Per cui vanno in bagno e pesano il gatto sulla bilancia. Segna esattamente tre chili. Tutti possono vedere cosa segna la bilancia, e un ospite fa, ‘Okay, ecco fatto. La bistecca è lì’. Ora sono tutti contenti di aver capito cos’è successo; hanno la prova empirica. Poi a uno viene uno scrupolo e chiede, perplesso, ‘Ma il gatto che fine ha fatto?’”
“La sapevo già” commentò Barney. “E comunque non capisco cosa c’entra.”
Anne disse: “Quella barzelletta è il miglior distillato del problema ontologico che sia mai stato inventato. Se ci pensi abbastanza a lungo…(…) Il gatto non era la bistecca. Ma…il gatto potrebbe essere una manifestazione che la bistecca assumeva in quel momento. Si dà il caso che la parola chiave sia è.” (pag. 234)

…un concetto, quello di Idea, che è alla base della metodologia di costruzione dei testi usata da Philip Dick, come da lui stesso espresso in un’intervista radiofonica nel 1976:

“La prima cosa è l’idea. Un’idea pura. Successivamente sono i personaggi che si confronteranno in un ambiente basato su quell’idea…In altre parole, io effettuo una traslazione ( I traslate) un’idea in un mondo…cerco sempre di trovare qualcuno che è vittima dell’idea e qualcun altro che è il padrone dell’idea, cosicchè otteniamo una società biforcata con qualcuno che sta creando l’idea e qualcun altro che sta diventando vittima dell’idea.” (P.Dick, intervista radiofonica, giugno 1976)

Il riutilizzo delle radici visionarie della Science Fiction operato in Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch è una soluzione letteraria che mette in scena nuove convenzioni che rifiutano sia il modernismo che la tradizione Pulp della letteratura americana. Come in altre trame dickiane, i personaggi si muovono presumendo di essere liberi all’interno dei piani di una realtà onirica, un sogno a più livelli, in verità controllato e diretto da un sorta di regista celeste, un dio corruttibile ed imperfetto, implacabile, misterioso ed alieno all’umano, non necessariamente maligno e nemmeno benevolente, Palmer Eldritch, un cyborg ritornato da un misterioso viaggio a Proxima Centauri, nel quale in seguito ad un misterioso incidente ha subìto l’impianto di un braccio meccanico, di occhi e denti artificiali.

Palmer…è sempre la stessa cosa, è lui, il creatore. Ecco chi e cos’è, si rese conto. Il proprietario di questi mondi. Il resto di noi si limita ad abitarli e quando vuole li può abitare anche lui. Può buttare via le scene, manifestarsi, spingere le cose nella direzione che preferisce. Può essere anche chiunque di noi, se gli va. Tutti noi, in effetti se proprio lo desidera. Eterno, fuori del tempo e dei segmenti di tutte le altre dimensioni annodate insieme…può entrare persino in un mondo nel quale è morto.
Quando era andato su Proxima, Palmer Eldritch era un uomo; quando ne era tornato, era un dio. (pag. 209-210)

Nella fiction letteraria il pianeta Terra, governato dalle Nazioni Unite, è diventato un ambiente apocalittico, densamente urbanizzato e quasi inabitabile, dove nessuno può sopravvivere al surriscaldamento globale, obbligando l’umanità a stare sempre in ambienti chiusi o protetti dalle temperature esterne in sistemi termoisolati. La popolazione terrestre viene incentivata a colonizzare gli altri pianeti del sistema solare i quali sono abitabili benché desolati, tetri nell’ambientazione dei paesaggi.

Organizzati in piccole comuni, per rendere sopportabile la vita ai coloni espatriati sui pianeti, come unico intrattenimento, viene fornita loro una droga, il Can-D, una sostanza psicotropa che provoca delle allucinazioni collettive, illegale sulla Terra, prodotta segretamente dal monopolio di una gigantesca corporate interplanetaria, la Plastici P.P., diretta da Leo Bulero. La Plastici P.P. è un’azienda tipicamente post-fordista che impiega in qualità di esperti di marketing dei “Pre Cog” (Pre Cognitivi), sorta di chiaroveggenti per anticipare i trend popolari per prevedere gli ambienti di Perky Pat che si affermeranno sul mercato, i quali si sottopongono volontariamente ad una terapia che accelera l’evoluzione naturale, la Terapia E(volutiva) del dottor Denkmal, con la quale le stesse caratteristiche fisiche si modificano, portando i crani ad allungarsi, assumendo la forma tipica di una testa a bolla.

“Quel Can-D” fece Leo “è roba forte, e non mi meraviglio che sia stato messo al bando. E’ come la religione; il Can-D è la religione dei coloni.” Ridacchiò. “Una presa, masticata per quindici minuti, e…” Fece un gesto con la mano. “Niente più tugurio. Niente più metano ghiacciato. Ti dà un motivo per vivere. Non ne vale il rischio e la spesa?” (pag. 43)

Il Can-D viene usato dai coloni per effettuare delle esperienze di traslazione iper-realistica ed ipnagogica delle condizioni che hanno vissuto sulla terra, mediante delle riproduzioni miniaturizzate di paesaggi, fanaticamente riprodotti in ogni minimo dettaglio, dove vengono disposti i simulacri di Barbie, Perky Pat Christiensen, e del suo boyfrend simile a Ken, Walt Essex. Attraverso questi diorami, sorta di vettori psichici, i coloni effettuano l’esperienza della traslazione nei corpi e nelle vite di Perky Pat e Walt, vivendo l’illusione semifisica e psichica di vivere sulla terra, a contatto con la cultura materialistica e disneyzzata del mondo di Perky Pat. Come nell’esperienza mistica del Mandala, la traslazione proietta le immagini interiori attraverso un processo di assorbimento mentale nell’ambientazione del diorama, le immagini psichiche organizzano le energie e le forze profonde e mettono in soggetti in relazione con i propri desideri.

Lui stesso era un credente; sosteneva il miracolo della traslazione, il momento quasi sacro in cui i manufatti miniaturizzati del plastico non si limitavano più a rappresentare la Terra ma diventavano la Terra. E lui e gli altri, uniti per mezzo del Can-D nella fusione della casa di bambole, venivano trasportati fuori dal tempo e dallo spazio locali. Molti dei coloni non erano ancora credenti; per loro i plastici non erano altro che simboli di un mondo del quale nessuno di loro poteva più fare esperienza. Ma a uno a uno gli infedeli cambiavano idea. (pag. 55)

Gli effetti di realtà prodotti dal Can-D non riguardano solo le mere manifestazioni esteriori dei luoghi e degli oggetti coinvolti, ma sono una vera e propria esperienza spirituale:

“Dovrebbe essere un’esperienza purificatrice. Perdiamo i nostri corpi carnali, la nostra corporeità, come la chiamano. E indossiamo invece dei corpi che non periscono, almeno per un certo lasso di tempo. O per sempre, se credi come certa gente che quel che accade sia fuori del tempo e dallo spazio, che sia eterno(…) Ma una cosa so. Quello che tu e gli altri sensualisti tra noi non capite è che quando mastichiamo il Can-D e lasciamo i nostri corpi, noi moriamo. E morendo perdiamo il peso del…” Esitò (…) “…del peccato.” (pag. 59-60)

Durante la traslazione è possibile commettere un incesto, un omicidio, un adulterio ma, per quanto l’atto sia vissuto come reale, dal punto di vista giuridico resta una fantasia o un desiderio impotente.

Lei si gettò sulla sabbia, giacque poggiandosi su un gomito, stringendo una pietra nera appuntita e tracciando disegni, con gesti rabbiosi che lasciavano solchi profondi; quasi subito gettò via la pietra e si sedette, girandosi per guardare l’oceano. “Ma gli accidenti…sono Pat.” Si mise le mani sotto i seni, quindi, alzandoli languidamente, un’espressione perplessa sul volto, disse: “Queste sono di Pat. Non mie. Le mie sono più piccole; me le ricordo.” Lui le si sedette accanto, senza dire niente. “Siamo qui per fare quello che non si può fare al tugurio” disse subito lei, “Dove abbiamo lasciato i nostri corpi corruttibili. Finchè teniamo i nostri plastici in ordine, questo…” indicò l’oceano, poi si tocco ancora, incredula “Non può deteriorarsi vero? Abbiamo indossato l’immortalità.” (pag. 64-65)

Sorta di premonizione delle trasformazioni antropologiche in atto nella società americana degli anni sessanta, uno dei livelli di realtà del romanzo di Philip Dick è introdotto dalla lotta tra Leo Bulero, il magnate della Plastici P.P., che produce segretamente il Can-D, con Palmer Eldritch, in uno scontro che non riguarda settori industriali particolari, ma produttori e commercianti dell’immaginario ottenuto tramite gli effetti di sostanze stupefacenti. Palmer Eldritch è espressione della nuova leva dei capitalisti tecnologici, esponente di una industria destinata a controllare i consumatori, ma anche simbolo di un raggiungimento dell’immortalità attraverso la manipolazione della realtà e del tempo, un ritorno al sacro nell’unica dimensione in cui esso è possibile, l’eternità e la pervasività del ciclo della merce (vedi Il prezzo dell’immortalità, in A. Caronia, Cyborg, pag. 73-77 )

“Dio promette vita eterna” disse Eldritch, “io posso fare qualcosa di meglio; posso metterla in commercio” (pag. 104)

Epitome del racconto, Palmer Eldritch ha intenzione di introdurre tra i coloni di Marte una nuova droga prodotta da licheni non solari, il Chew-Z, soppiantando il Can-D. Il Chew-Z è una potente droga che è in grado di produrre dei mondi artificiali senza nessun riferimento a stimoli esterni di partenza, in una trance controllata in cui i personaggi possono finire intrappolati, come accade a Leo Bulero, il rivale di Palmer Eldritch, ed a Barney Mayerson, inviato da Bulero a contrastare il concorrente. Il potere di traslazione del Chew-Z è infinito ed è in grado di dilatare la percezione della durata di un attimo senza nessuna fine, sospendendo lo spazio ed il tempo. Ben presto però, i consumatori di Chew Z scoprono che Palmer Eldritch ha la capacità di perpetuarsi e moltiplicarsi attraverso le varie realtà alternative prodotte attraverso la droga, come un dio virtuale. Nei mondi virtuali creati dal Chew-Z, le tre stimmate di Palmer Eldritch, ovvero il suo braccio bionico, i denti d’acciaio ed i suoi occhi artificiali, appaiono continuamente, replicandosi, infiltrandosi nelle visioni oniriche di ogni individuo, determinandone il destino, diventando con la propria fantasia un universo alternativo.

“…E guardati.” I sei Palmer Eldritch fecero un gesto sprezzante. “Sei un’illusione ottica, come ha detto Leo; posso letteralmente trapassarti con lo sguardo. Ti dirò cosa sei con una terminologia più accurata.” Dai sei corpi giunse allora la calma, spassionata dichiarazione: “Sei un fantasma.” (…) “Prova a costruire la tua vita su questa premessa” continuarono gli Eldrich. “Bé, hai quello che promette San Paolo (…) non indossi più un corpo perituro, carnale…hai indossato al suo posto un corpo etereo. Che te ne pare?” (pag.210-211)

Chi e cosa rappresenta Palmer Eldritch è una delle domande a cui è arduo dare una risposta, come è praticamente impossibile descrivere i livelli e le chiavi di lettura di questo romanzo. Se dietro la figura del Cyborg è possibile scorgere un rivolgimento antropologico contro cui ogni ribellione di una umanità inerme è destinata al fallimento, una delle chiavi di lettura è forse racchiudibile nella spaventosa sapienza che Dick ha ritagliato intorno al personaggio Palmer Eldritch, nelle molteplicità dimensionali che attraversano il racconto. Lo spavento della presenza dell’altro, la percezione della presenza di una misteriosa qualità dell’universo, un mondo metafisico. che Dick ha creduto possa essere una manifestazione dell’esistenza di Dio, una mattina del 1963 che cambiò per sempre la sua vita.  La visione di un invisibile regno delle cose lo ha portato in seguito, fino alla morte, a rifiutare la nozione di una singola oggettiva realtà, abbracciando l’ipotesi junghiana della percezione come una proiezione inconscia.

Una visione che si è poi incrociata con l’ossessione post-kennedyana di Dick relativa al timore che una potenza (un gruppo politico, una corporation, un’organizzazione religiosa, etc.) potesse impadronirsi dei mezzi biopolitici in grado di cambiare le percezioni ed i desideri degli altri, come ha ricordato Charles Platt in una testimonianza pubblicata sul New York Times. Una lotta contro il fantasma interiore che lo contrastava nel suo tentativo di trovare una spiegazione razionale per qualcosa di inesplicabile, i labirinti metafisici che fornivano il materiale per i suo straordinari romanzi.

“Quel che ha incontrato Eldritch e gli è entrato dentro, quello con cui ci stiamo confrontando, è un essere superiore a noi e come dici tu non lo possiamo giudicare, nè possiamo capire il senso di quel che fa o vuole; è misterioso e al di là delle nostre facoltà. (…) Un qualcosa che se ne sta a mani vuote non è Dio. E’ una creatura plasmata da qualcosa che le è superiore, come noi; Dio non è stato plasmato e non è perplesso” (pag. 233)

Sullo stesso autore:

Eye in the Sky. Philip K. Dick, immaterialismo e compossibilità (dei simulacri)

I Simulacri di Philip K. Dick

Appunti su: Verità interiore e Wu in “The Man of High Castle” di Philip K. Dick

Licenza Creative Commons

Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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3 commenti
  1. Sono indubbiamente molteplici le letture possibili di un personaggio come Palmer Eldritch. Ma senza scomodare per forza l’ombra del metafisico, quel richiamo allo scontro tra due capitalismi e la figura di Palmer Eldritch come via a “un ritorno al sacro nell’unica dimensione in cui esso è possibile”, mi sembra la traccia più ricca nella notevole complessità che questo romanzo presenta. Il mondo di Eldritch è il sogno estremo, finale del capitale; il sogno di vivere interamente nel mito senza più alcun residuo mondano, immersi nella macchina totalizzante del capitale stesso. Alcuni romanzi dopo, Philip K. Dick offrirà l’antidoto necessario sotto forma dello spray-Ubik. Ma intanto, in Eldritch, l’”eroe” dickiano Barney Mayerson reagirà nell’unico modo che in quel momento gli è possibile, con una proposta contraddittoria, scandalosa, folle: quella di diventare una pietra nel deserto. Di fronte alla beatitudine eterna, nella prospettiva di essere colmato di tutti i beni terreni e immerso nella felicità e di fronte alla ragione, che indicherebbe questa strada non solo come la più auspicabile ma comunque come l’unica realistica, Mayerson, come in un passo delle “Memorie del sottosuolo” di Dostoevskij, è disposto piuttosto a diventere “pazzo, apposta per essere privo di ragione e tener duro!”.
    Approfitto dell’occasione, sperando di fare cosa gradita, per segnalare il convegno che si terrà a Milano il 5 e 6 giugno su Antonio Caronia http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2015/04/giornate-di-studi-antonio-caronia.html

    • ..grazie di cuore per aver letto e per il prezioso commento, che mi onora e mi incoraggia…non so se sarò a Milano, il 5 ed il 6 giugno…ma spero che verranno pubblicati i materiali…così come spero venga ripubblicato tutto ciò che ha scritto Caronia, a partire proprio da Un’ambigua utopia, che come lei sa, è quasi introvabile…

      • Non so se verranno pubblicati i materiali, sicuramente però è in progetto un libro con articoli di Antonio e interventi sul suo lavoro. A fine maggio ci sarà anche un convegno a Berlino in cui verrà presentata la traduzione in inglese del Cyborg. Per quanto riguarda Un’ambigua utopia e il libro Nei labirinti della fantascienza, sono stati tutti ristampati dalla casa editrice Mimesis, rispettivamente nel 2010 e 2012.
        Auguri per il suo lavoro

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