Dietro le quinte del Potere. Un enigmatico generale del SID, Nicola Falde

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Successore del colonnello Renzo Rocca all’Ufficio REI dei servizi segreti, la misteriosa personalità del generale Nicola Falde, ricostruita attraverso gli atti della Commissione d’Inchiesta sulla P2, ci permette di entrare nel sottobosco del potere dei primi anni ’70, toccando alcuni dei più importanti scandali e misteri della storia italiana.

Falde: Gelli cercava un suo centro d’informazione e voleva utilizzare l’agenzia OP come suo organo. Diceva che voleva utilizzarla, ma di fatto cosa voleva fare? Una raccolta di notizie dalla periferia massonica a lui. Lui si teneva queste notizie e poi le avrebbe utilizzate. Cioè, nell’attività di Gelli si vede sempre un disegno costante di farsi un suo centro d’informazione. Praticamente, l’informazione è stata per lui un’arma operativa…

Presidente (Tina Anselmi): Generale Falde, in che senso Gelli ha fatto dell’informazione, come lei ha detto, un’arma operativa?

Falde: Chi conosce controlla e può condizionare. La conoscenza è fondamentale; un’informazione retta e giusta consentirebbe allo Stato di essere più sicuro; un’informazione deviata, come sempre quella che ha avuto lo Stato, e ne abbiamo un esempio doloroso attraverso il degrado delle istituzioni… Cioè, se lo Stato, attraverso il servizio d’informazione, invece di avere un’informazione esatta, giusta e precisa, ha informazioni deviate, naturalmente la situazione è quella che noi vediamo…(Commissione P2, Volume VI, sedute 8 ottobre 1 novembre 1982)

Ufficiale dei servizi segreti, faccendiere, mediatore, amico dei potenti, informatore, vittima di un persecuzione politica, influencer, “intossicatore ambientale” oppure personaggio che perseguiva un proposito personale di vendetta; il generale Nicola Falde è forse stato tutte queste cose insieme, o nessuna. Se la sua figura è uscita fuori dal cono d’ombra del potere, lasciando uno strascico di tracce nei documenti delle commissioni parlamentari, in diversi procedimenti giudiziari, e sulla stampa, è stato principalmente perché la sua vicenda umana si è trovata, in un passaggio cruciale della storia italiana, nei pressi dei principali centri direttivi del poteri occulti, nel mezzo di uno scontro di forze che è stato decisivo per le sorti del paese, nel momento in cui la diffusione di massa di giornali, e soprattutto dei settimanali, iniziò ad essere in grado di orientare vaste porzioni dell’opinione pubblica nazionale.

In quel passaggio d’epoca, in una società in cui agivano potenze e tensioni divaricanti, cambiava sia lo statuto dell’informazione che la natura, l’organizzazione e le strategie degli apparati dei servizi. Proprio in quegli anni venne coniata la definizione “servizi deviati”, per indicare ruoli e compiti che uscivano dal dettato costituzionale, mentre un altro termine prendeva piede nel linguaggio giornalistico: “depistaggio”.

Nelle testimonianze lasciate dal generale Falde è riscontrabile sia la legittima preoccupazione personale affinché la sua fedeltà alle istituzioni venisse evidenziata limpidamente nelle vicende in cui egli stesso si è trovato coinvolto, sia l’impossibilità di negare una decisa intenzione perseguita nel volersi situare a tutti i costi in prossimità di quelle centrali del potere che gestivano uomini e risorse, nascosti dietro le quinte dello spettacolo politico-mediatico; anche quando era, a suo dire, un “militare a riposo”. Tra le tante testimonianze, spesso discordanti tra loro, questa ricostruzione si basa sulle dichiarazioni dello stesso Falde, e di altri protagonisti delle vicende, rilasciate nel corso degli anni ai giornali ed agli atti della magistratura e della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2 presieduta dall’on. Tina Anselmi.

La tempesta perfetta sulle attività dell’Ufficio REI di Renzo Rocca

A partire dal 1966, con la riforma dei servizi segreti che portò alla costituzione del SID (Servizio Informazioni Difesa), sotto la direzione dell’ammiraglio Eugenio Henke, l’Ufficio REI (Ricerche Economiche Industriali) dell’ex SIFAR, diretto ininterrottamente dal colonnello Renzo Rocca (dall’inizio degli anni ’50 la centrale di collegamento tra i servizi ed il mondo economico e finanziario), venne fortemente ridimensionato nelle sue funzioni e nel bilancio, passando alle dipendenze dell’Ufficio D, mutando il nome in Ufficio RIS (Ricerche Speciali). L’imponente archivio della struttura venne spostato da Rocca stesso in un ufficio della FIAT di via Bissolati a Roma, dove il colonnello si era trasferito dopo aver lasciato il servizio. L’ex Ufficio REI, tra la fine del 1967 ed il 1969, fu ereditato dal colonnello Nicola Falde.

Originario di Santa Maria Capua Vetere, Nicola Falde, nato nel 1917 ed entrato nella carriera militare nel 1932 alla Nunziatella di Napoli, dopo la guerra, durante la quale fu catturato dagli inglesi e tenuto prigioniero in un campo di concentramento in India, era stato segretario particolare del potente politico fanfaniano, massone iscritto alla loggia Giustizia e Libertà, Giacinto Bosco (anch’egli di Santa Maria Capua Vetere), dal periodo in cui questi era Sottosegretario alla Difesa (1953-58), fino al 1966, quando Bosco era Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. Tornato nei ranghi delle forze armate, Falde assunse l’incarico prima come capo della direzione dell’ufficio UISE (Euratom), nel 1966, per poi passare nell’anno successivo all’Ufficio REI del SID.

La prima riforma repubblicana dei servizi segreti coincise con lo scoppio dello scandalo sui dossier del SIFAR e con le prime indiscrezioni sul tentato golpe del generale De Lorenzo. Renzo Rocca, trovatosi al centro della tempesta politica e giornalistica, scaricato da Paolo Emilio Taviani, venne esposto agli attacchi delle opposizioni parlamentari e del generale Giuseppe Aloia, capo di Stato Maggiore della Difesa. Dallo scandalo emergeva il ruolo di Rocca nell’imponente schedatura e che l’Ufficio REI, oltre ad aver fornito protezione ed assistenza al contrabbando, effettuato il reclutamento di civili per funzioni di disturbo delle manifestazioni di piazza, finanziato organizzazioni dell’estrema destra come Ordine Nuovo e organizzato campagne diffamatorie contro le opposizioni ed i sindacati di sinistra, era anche una struttura di finanziamento occulto di correnti dei partiti politici e giornali.

Rocca morì tragicamente nel suo ufficio di via Bissolati, il 27 giugno del 1968, con un colpo di pistola alla testa, in circostanze che non sono mai state chiarite del tutto. Lo stesso giorno il colonnello aveva ricevuto una telefonata da Nicola Falde (alle 14:15) che gli chiese un appuntamento, probabilmente per avere ulteriori spiegazioni in relazione al suo nuovo incarico all’Ufficio REI. L’appunto fu trovato annotato sulla sua agenda: “Alle 17:30, al bar delle Terme, incontro con Falde” e, per assicurarsi la puntualità, Rocca aveva avvisato il suo autista, l’ex carabiniere Luigi Jacobini. La mattina stessa il ministro Paolo Emilio Taviani, cercato telefonicamente due volte dal colonnello, si era fatto negare dalla sua segreteria.

Le indagini condotte dal giudice Ottorino Pesce, nonostante le continue invasioni di campo degli uomini del SID, che fecero sparire anche l’archivio dell’ex militare, trovarono diversi indizi che smentivano l’ipotesi del suicidio. Un mese dopo però, il procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, Ugo Guarnera, su sollecitazione dell’ammiraglio Henke, tolse l’inchiesta al magistrato per affidarla al giudice Ernesto Cudillo (il quale tre anni dopo si rese protagonista rinviando a giudizio Pietro Valpreda ed altri anarchici per la strage di Piazza Fontana). Ottorino Pesce morì due anni dopo d’infarto, a 39 anni.

Nonostante la chiusura delle indagini per suicidio, Falde fu inseguito per anni dal sospetto di essere stato l’esecutore dell’omicidio di Rocca, ma la Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964 (SIFAR), presieduta dall’onorevole Giuseppe Alessi, non volle acquisire la sua deposizione. Anni dopo, nell’ambito delle indagini sulla strage di Brescia, Falde rilasciò una dichiarazione su Rocca che non aiuta certo a diradare le nebbie:

ll colonnello Rocca non aveva rapporti molto stretti con gli americani, anzi egli era più il referente della lobby informativa inglese che non di quella statunitense. Tuttavia egli manteneva rapporti con gli americani a seguito della forte influenza che D’Amato (capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, ndr) esercitava su Henke. Preciso che quest’ultimo fatto, cioè l’influenza di D’Amato su Henke, è una mia supposizione non acclarata da dati di fatto. (deposizione di Nicola Falde a personale del ROS, 26 giugno 1995).

Pochi mesi dopo il “suicidio” di Rocca, Falde, ancora a capo dell’ex Ufficio REI, fu oggetto di ripetuti attacchi giornalistici condotti da Mondo d’Oggi, una rivista dell’editore Leone Cancrini, diretta da Paolo Senise e Franco Simeoni, entrambi legati ad ambienti di destra ed ai servizi segreti, con la quale aveva iniziato una collaborazione anche l’avvocato Carmine Pecorelli. Nell’ambito di uno scontro tra le aziende di Stato per le commesse militari, la rivista accusava il generale di patrocinare l’acquisto dei carri armati M47, già in dotazione all’Esercito italiano dagli anni ’50, per favorire la commessa per la riparazione e l’assemblaggio alla Oto-Melara di La Spezia.

In un esposto denuncia presentato alla Commissione d’Inchiesta sulla P2, il 10 agosto 1982, Falde, che riteneva Henke il vero mandante degli attacchi giornalistici, ricostruirà la vicenda relativa al contrasto sulle commesse militari facendola risalire all’autunno del 1966, in seguito all’intervento del senatore democristiano Girolamo Messeri, il quale accusò Henke ed il colonnello Rocca di contrastare le sue attività negli USA. Nello stesso anno Aldo Moro era stato allontanato dal Ministero della Difesa da Giulio Andreotti, per assegnargli quello dell’Industria. Il contrasto vedeva opposte tra loro due aziende di Stato, la Finmeccanica (IRI), di cui la Oto Melara era parte, nelle persone del presidente Salvatore Magri e del direttore generale Leopoldo Medugno, che premevano per l’acquisto, la riparazione e la riesportazione degli M47, favoriti da Henke e dal colonnello Rocca, il quale operava d’intesa con la FIAT e la Confindustria, oltre che con Magri e Medugno; dall’altra parte a premere sullo stesso obiettivo c’era l’EFIM di Pietro Sette, sostenuta dal sen. Messeri e da Aldo Moro.

Henke, uomo di fiducia di Paolo Emilio Taviani, vero dominus del SID, riuscì a trovare una mediazione grazie al gen. Giuseppe Aloia, Capo di Stato Maggiore della Difesa e, Rocca, la cui posizione in difesa degli interessi FIAT era diventata insostenibile, fu costretto alle dimissioni, dedicandosi all’attività privata per conto del gruppo torinese. In seguito anche Falde, almeno in base a quanto dichiarato da lui stesso nell’esposto-denuncia, subì un trattamento analogo a quello ricevuto da Rocca, in quanto sgradito a Paolo Emilio Taviani, all’epoca in rotta con gli esponenti DC Giacinto Bosco, Giulio Andreotti, Aldo Moro e Amintore Fanfani. (Comm. P2, volume VI, tomo XVII).

Ad acuire le fibrillazioni nei principali corpi dello Stato, i cui dirigenti erano nominati in base ai blocchi di potere dei partiti di governo, con il governo Rumor I che si reggeva con una maggioranza tripartita che vedeva alleati il Partito Socialista Unificato (PSU), nato nel 1966 dalla fusione tra PSI e PSDI, ed i Repubblicani (PRI), mentre esplodeva la contestazione studentesca ed operaia, era lo scontro di potere interno alla Democrazia Cristiana, con la scissione di Paolo Emilio Taviani ed Aldo Moro (che formò un gruppo autonomo nel partito, detto dei “morotei”) nel novembre del 1968 dalla principale corrente dorotea. Il clima di contestazione si estese anche nel mondo cattolico, nel quale iniziarono a trovare spazio le prime posizioni di apertura alle opposizioni comuniste. Il clima di rinnovamento culturale spinse, nell’aprile del 1969, in un convegno a Firenze della “sinistra democristiana di base”, Ciriaco De Mita a lanciare la proposta al PCI di un “patto costituzionale per affrontare i problemi del paese”. Nell‘XI congresso nazionale della DC del giugno 1969 si evidenziò così la frantumazione della corrente doroteta, che rimase maggioritaria con Impegno Democratico, a cui aderivano il segretario Flaminio Piccoli, il presidente del Consiglio Mariano Rumor e Giulio Andreotti, ottenendo il 38.3%; con i fanfaniani di Nuove Cronache al 15,9%; gli amici di Taviani al 9,5%; ed i morotei al 12,7%; Nuova Sinistra di Fiorentino Sullo e Ciriaco de Mita ottennero il 2,6%; alla destra della DC la corrente Forze Libere di Oscar Luigi Scalfaro andò il 2,9%.

La scissione dell’area “socialdemocratica” all’interno del Partito Socialista Unificato, la quale diede vita al Partito Socialista Unitario, costrinse Mariano Rumor, nell’agosto del 1969, a varare un secondo governo, un monocolore democristiano, senza i socialisti. Nel turbolento autunno del 1969 venne approvata alla Camera dei Deputati la legge sul divorzio, con l’isolamento della DC, insieme ai missini ed ai monarchici, causando una ulteriore spaccatura nella corrente dorotea, con il tentativo di scioglimento della corrente Impegno Democratico da parte del segretario Flaminio Piccoli e del presidente del consiglio Mariano Rumor (decisione osteggiata da Emilio Colombo e Giulio Andreotti) per dare vita ad Iniziativa Popolare con Antonio Bisaglia. L’effervescenza delle tensioni nel paese raggiunse il suo apice con la strage di piazza Fontana del 12 dicembre del1969. La corrente dorotea, pur riassorbendo i pontieri di Paolo Emilio Taviani e continuando ad essere maggioritaria nella DC, non poté evitare la spaccatura con le dimissioni di Piccoli da segretario ed un nuovo rimpasto del governo Rumor, il 27 marzo 1970. Il governo Rumor III non riuscì a sopravvivere allo sciopero generale del luglio 1970. Il centro sinistra organico riuscì ad andare avanti fino al gennaio 1972 con il governo di Emilio Colombo, mentre la Conferenza Episcopale Italiana incoraggiava la raccolta delle firme per il referendum sul divorzio.

Nel 1969, in seguito ai contrasti maturati con l’amm. Henke, dimessosi da ogni incarico nelle Forze Armate, il generale Nicola Falde iniziò la carriera di “giornalista” collaborando con la RAI dove ritrovò una sua conoscenza, Giancarlo Elia Valori, cameriere di cappa e spada del Vaticano, affiliato alla loggia massonica Romagnosi nel 1965 (la stessa a cui era iscritto Licio Gelli), diventato nel 1972 funzionario alle relazioni internazionali della televisione di Stato.

Sull’effettivo ruolo di giornalista di Falde alla RAI esistono pochi riscontri, mentre è rimasta una traccia della sua attività di “intossicazione ambientale” su una delle più importanti controinchieste degli anni ’70. La Strage di Stato controinchiesta, edito da Samonà e Savelli nel 1970, un best-seller di 600.000 copie, incentrato sulla tesi che dietro la strage di piazza Fontana ci fosse sia Avanguardia Nazionale che il comandante Junio Valerio Borghese. Secondo una versione del neofascista Stefano Delle Chiaie (fondatore di Avanguardia Nazionale), originariamente la controinchiesta doveva essere pubblicata dalla casa editrice ED (Nuova Sinistra Editrice), la cui collana “Per l’Azione” era curata da Roberto Di Marco per conto di Giovanni Ventura, un neofascista di Ordine Nuovo, coinvolto nell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana, legato a Franco Freda ed all’agente del SID Guido Giannettini, che era riuscito ad camuffarsi da editore di una piccola casa editrice della nuova sinistra.

La ED chiuse i battenti nel 1970 ed il testo fu proposto dall’avvocato Di Giovanni di Soccorso Rosso e dal giornalista Marco Ligini alla Samonà e Savelli. Ventura, che rivendicò la sua collaborazione al volume in un intervento a Radio Radicale, il 15 maggio 1976, avrebbe anche continuato a mantenere contatti con il comitato di controinformazione nato intorno alla pubblicazione. Molte delle notizie del volumetto erano tratte da documenti che furono ritrovati nella cassetta di sicurezza della madre di Ventura, in compagnia di numerosi dossier di Giannettini, presso la Banca Popolare di Montebelluna. Poco prima di morire, Marco Ligini avrebbe consegnato allo storico Giuseppe De Lutiis alcuni documenti del SID riguardanti un sindacalista socialdemocratico della UIL, Adelino Ruggeri, coinvolto nell’indagine “Rosa dei Venti”, che il giornalista sosteneva di aver ricevuto da Nicola Falde. (L’Aquila e il Condor, di: Delle Chiaie, Griner, Berlenghin, pag. 123 – Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro)

Nel 1971 Falde iniziò anche la collabozione con l’appena fondata agenzia Osservatorio Politico (OP), di Mino Pecorelli, con un articolo contro Camillo Crociani, presidente di Finmeccanica (in seguito, nel 1975, coinvolto nello scandalo Lockheed), in cui veniva accusato di essere il ministro ombra della Difesa. Anche Giancarlo Elia Valori diventò oggetto degli attacchi di OP, per i suoi rapporti con Juan Domingo Peròn, in cui il dirigente della RAI veniva apostrofato con l’appellativo “Fiore di loto”. Valori chiese a Falde un incontro con Pecorelli per far cessare gli attacchi, diventando in seguito una delle sue fonti principali.

Dalla sua nascita e, fino al 1978, quando divenne rivista, OP è stato un bollettino ciclostilato di informazioni scandalistiche, chiaramente basate su fonti riservate, che veniva inviato per posta a migliaia di indirizzi di abbonati, tra questi le personalità più influenti del paese. Su impulso del generale Vito Miceli, diventato direttore del SID nel 1970, e del colonnello Fiorani, OP avviò agli inizi degli anni ’70 delle spregiudicate campagne scandalistiche contro diversi personaggi ai vertici degli apparati di sicurezza, del potere economico e politico, come la campagna contro il il presidente della Repubblica Giovanni Leone, con la pubblicazione delle foto della moglie del capo dello Stato in crociera sulla nave Tiziano a Corfù, scattate dall’ufficiale del SID Antonio Maroni. Tra i vari obiettivi di Pecorelli, una particolare attenzione era rivolta al “progetto golpista e tecnocratico” dell’ex presidente dell’ENI, Eugenio Cefis, diventato capo di Montedison, uno dei più potenti ed influenti manager nell’Italia di quel periodo.

Intanto, nel 1971, con gli equilibri politici tenuti insieme su basi fragilissime, la tensione sociale del paese alle stelle, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica aveva diviso inevitabilmente le correnti della DC che non trovarono l’unità sulla candidatura di Amintore Fanfani. L’impossibilità di trovare un accordo con Moro portò alla elezione di Giovanni Leone, con i voti determinanti del Movimento Sociale Italiano, causando l’uscita dal governo dei Repubblicani. La crisi si protrasse per un anno, portando alle elezioni anticipate, le quali consentirono anche di evitare il referendum sul divorzio. Con le elezioni del 7 maggio del 1972, che videro la DC attestata sul 38,7%, il governo Andreotti II nasceva con i voti di DC, PSDI e PLI, e con l’appoggio esterno del PRI, con Moro fuori da ogni incarico governativo. La formula “centrista”, con l’esclusione dei socialisti, provocò le dimissioni dei rappresentanti delle correnti “Forze Nuove” e dei morotei dalla direzione nazionale della DC. Moro rimase presidente del partito con Forlani, primo segretario segretario nazionale della DC non doroteo.

Tra il mese di luglio del 1972 ed il luglio del 1973, Pecorelli, oltre a curare l’agenzia, divenne capo ufficio stampa dell’irpino Fiorentino Sullo, esponente storico della sinistra DC, allora ministro per l’attuazione delle regioni nel governo Andreotti II, mentre Giacinto Bosco venne nominato vicepresidente del CSM. Sullo, in seguito agli accordi di palazzo Giustiniani del giugno 1973, entrò poi in rotta di collisione prima con Fanfani, e poi con la nuova generazione della sinistra DC di De Mita, Mancino, Bianco e Gargani, uscendo definitivamente dal partito nel 1975 per aderire al PSDI, al termine di una campagna diffamatoria sulla sua presunta omosessualità, basata su un vecchio dossieraggio del SIFAR che risaliva al periodo in cui era stato Ministro dei Trasporti del governo Tambroni, nel 1960.

Falde diventò anche direttore di OP per pochi mesi (tra 1º dicembre 1973 al 31 marzo 1974), nel periodo in cui Pecorelli si era trasferito in Svizzera, dopo aver subito il danneggiamento a scopo intimidatorio della sua auto, tra il 7 e l’8 novembre 1973. I rapporti tra i due iniziarono però a deteriorarsi al ritorno di Pecorelli a Roma, nel febbraio del 1974. Il generale, che intendeva moderare i toni del bollettino e selezionare le notizie delle pubblicazioni, esercitando un controllo sull’agenzia, in seguito riferì alla Commissione P2 (Volume VI, sedute 8 ottobre 11 novembre 1982) che il motivo della rottura con Pecorelli fu dovuto alla sua “incontinentia pubblicandi”. In pratica Pecorelli era riuscito ad ottenere, tramite un prelato del Vicariato della Sacra Rota, il dott. Annibale Ilari, ex direttore dell’Archivio segreto della Santa Sede, dei fascicoli contenenti i verbali di annullamento dei matrimoni al Tribunale Ecclesiaistico. In piena campagna referendaria sul divorzio, OP curò così una rubrica con stralci dei verbali in cui i matrimoni erano stati annullati per “impotentia coeundi et generandi”, per “corruzione”, per “sospetto incesto”; sentenze che riguardavano la ricca borghesia e la nobiltà nera romana.

Nel 1974, stando a quanto dichiarato alla commissione P2, Falde tentò inutilmente di ottenere i finanziamenti da Mario Foligni per un suo progetto di giornale scandalistico, rifiutando l’offerta di Umberto Ortolani di dirigere l‘agenzia Stefani, di sua proprietà.

I finanziamenti occulti di OP

Per poco più di due anni, a partire da quel tempo, dettavo a Pecorelli e qualche volta al suo collaboratore, le mie note che spesso venivano riprodotte con qualche grave oltraggio alla grammatica e alla sintassi e che talvolta facevano rumore perchè ciò che è vero tale è e tale resta. In tal modo O.P. decollò e con O.P. decollò anche Pecorelli che ne fece ahimè! un foglio pazzo, terribilmente accusatorio, provocatorio.
Da qui le accuse di ricattatore, mentre gli attacchi rivolti a Cefis e ai suoi manutengoli anche all’interno del Servizio, privarono Pecorelli anche di questa fonte di finanziamento che gli perveniva attraverso Gioacchino Albanese. Era un pò la denuncia certamente donchisciottesca al Sistema. (Esposto di Nicola Falde alla commissione parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia P2, 19 ottobre 1982)

Benché siano stati accertati i collegamenti con il SID, il finanziamento dei servizi segreti all’agenzia OP è sempre stato tenuto nascosto da Pecorelli, il quale riceveva contributi e lasciti (rigorosamente in “nero”) anche da aziende statali e parastatali, oltre che da personalità politiche, conquistandosi nel corso degli anni la fama di ricattatore, forse a sproposito.

Il 17 dicembre del 1975 sul conto corrente di OP fu liquidato un assegno di 30 milioni emesso dal Banco Ambrosiano con l’indicazione “Assfin c/speciale”, un conto corrente della finanziaria presiduta dall’on. Democristiano Giuseppe Arcaini, direttore dell’Italcasse.

Tra le note di Pecorelli, qualche anno dopo, vennero trovati alcuni appunti senza data, tra cui uno che riportava “Nicola pagato dal SID” ed un altro con scritto:

Dopo una serie di note riguardanti l’Iri e l’on. Bisaglia, il signor Mario Imperia è intervenuto di sua iniziativa, e dopo laboriose trattative da lui svolte con le parti che hanno figurato e l’avv. Pecorelli, si è giunti alla seguente intesa anche, nella parte finale, con i buoni uffici del gen. Miceli, invitato a intervenire per alcune note riguardanti il Quirinale, la presidenza del Consiglio e il Vaticano. Il gen. Miceli ha chiesto che la direzione dell’agenzia fosse assunta dal dott. Falde e che l’agenzia desistesse dallo scrivere note non amichevoli verso la presidenza del Consiglio, nei confronti dell’on. Ministro della Difesa, e venissero tralasciati argomenti di interesse personale nel settore militare, che cessassero le note polemiche nei confronti del Vaticano, del Quirinale, dell’on. Bisaglia. In cambio Pecorelli ha ricevuto 30 milioni per ripianare alcuni impegni contratti, una somma di L. 2 milioni per devoluzione mensile all’agenzia, L. 800 mila per consulenze all’Iri, verbalmente date allo stesso avv. Pecorelli; infine, sempre all’avv. Pecorelli una consulenza con lettera di una società dell’Egam per L.250 mila mensili. (Comm. P2, vol. VII, tomo XIV, pagg. 784-785)

A proposito dei finanziamenti all’agenzia OP, Falde ha affermato alla Commissione d’Inchiesta sulla P2 di aver assistito, agli inizi del 1973, alla consegna a Pecorelli di 30 milioni di lire da parte del faccendiere del SID vicino agli ambienti democristiani, Mario Imperia, il quale ha poi sostenuto di aver ricevuto il denaro dal piduista Francesco Cosentino, all’epoca segretario della Camera dei Deputati (Cosentino a sua volta, attribuì l’origine della somma ad una colletta organizzata dal presidente di Finmeccanica Camillo Crociani, quando però questi però era defunto e non poteva smentire la circostanza, a condizione che cessasse gli attacchi al presidente Giovanni Leone). L’on. Bisaglia ha sempre smentito di aver dato denaro a Pecorelli.

Altri appunti ritrovati in casa di Pecorelli riportavano invece “Dichiaro di avere versato alla agenzia OP… la somma di L.30 milioni quale sovvenzione da me personalmente sollecitata all’on. Bisaglia”; ed un altro che recitava “Vitalone ha detto… 30 milioni da Miceli”. Secondo il giornalista Enrico Fiorini, Pecorelli riceveva finanziamenti anche dall’Enel e da “Vito Miceli, all’epoca in cui il generale era capo del SID (…) mensilmente un milione di lire”. Altri soldi arrivavano dal braccio destro di Giulio Andreotti, Franco Evangelisti, il quale versava dai 3 o 4 milioni di lire al mese a Pecorelli. (Dossier Pecorelli, a cura di Sergio Flamigni, pag. 18-19). Dalle carte ritrovate nello studio del giornalista sembrerebbe inoltre che ulteriori finanziamenti arrivassero dalla Montedison e dalla Democrazia Cristiana, attraverso le figure di Flaminio Piccoli e il vicesegretario amministrativo del partito Egidio Carenini.

In un altro appunto ritrovato nel 1980, scritto su una pagina di un dossier del SID dal titolo “Guardia di Finanza”, Pecorelli aveva annotato: “La Guardia di Finanza doveva fare ispezione all’agenzia OP ed a Nicola Falde. Giudice (Ndr. Raffaele Giudice, un comandante della GdF che fu arrestato per lo scandalo del petrolio), ha fatto avvertire Falde che però si è comportato male perché ha fatto trovare la nota dei 30 milioni che Tony Bisaglia aveva dato a OP”.

L’appunto si riferiva ad una nota sul finanziamento occulto di OP ritrovata in casa di Falde nel 1974, durante una perquisizione domiciliare effettuata per ordine del giudice Tamburino, nell’ambito delle indagini sulla Rosa dei Venti. Falde, benché avvisato della imminente perquisizione dal comandante della Guardia di Finanza, Raffaele Giudice, non si preoccupò di far sparire le note che riguardavano i finanziamenti occulti di OP. Mario Foligni, ascoltato dalla Commissione P2 nel giugno del 1981, confermò che fu proprio lo stesso Falde ad accennargli che durante la perquisizione della Guardia di Finanza avesse fatto in modo che i militari trovassero il documento che attestava il passaggio di denaro da Bisaglia a Pecorelli. (Comm. P2, Volume VII, Tomo V)

Se il transito dei 30 milioni, l’unico accertato sul conto di OP, avvenne nel 1975, la nota sequestrata a casa di Falde doveva riferirsi certamente alla liquidazione di una tranche precedente, ma anche alla commissione P2 il generale non fu in grado di dare spiegazioni convincenti. Nel 1980, in una lettera inviata ai giornali, Falde avrebbe poi dichiarato che la rivista OP era stata finanziata dall’ammiraglio Henke, allo scopo di ricattare esponenti del mondo politico, dello Stato, e degli apparati di sicurezza, in quella che era una vera e propria guerra per bande. Il giorno dopo Henke smentì le dichiarazioni di Falde relativamente alla sua gestione del SID, che durò fino all’ottobre del 1970.

Il motivo dell’interruzione della collaborazione formale tra Falde ed OP sarebbe stato causato dal rifiuto del giornalista di consegnare al generale Vito Miceli il controllo completo sull’agenzia OP, nonostante i cospicui finanziamenti garantiti dal direttore del SID. Tuttavia Pecorelli è rimasto schierato con Miceli anche in occasione del suo arresto, avvenuto nell’ottobre del 1974 (coinvolto nell’inchiesta sul golpe Borghese, sulla Rosa dei Venti e sul SID parallelo), rivolgendo attacchi mirati agli uomini dell’Ufficio D del SID, diretto dal 1971 dal generale Gianadelio Maletti. Secondo gli articoli pubblicati su OP in quel periodo, Miceli era rimasto vittima di una congiura operata dai “circoli finanziari internazionali interessati a colpire colui che, per i suoi rapporti con alcuni paesi arabi era in grado di assicurare all’Italia il fabbisogno petrolifero nonostante la crisi energetica mondiale” (Dossier Pecorelli, pag. 22)

La fine del rapporto tra Falde e Pecorelli si collocò proprio nel periodo in cui nel SID entrava nella fase decisiva lo scontro interno tra il numero 1 ed il numero 2 del servizio, tra i generali Vito Miceli e Gianadelio Maletti. A partire dal novembre del 1973, nei fatti, OP era diventata una dependance del capo del SID, come dichiarato nel 1975 al giudice Priore da Maletti e, nella faida interna al SID, Pecorelli era schierato con Miceli, attaccando nel settembre del 1974 l’ammiraglio Henke, Maletti ed il Nucleo Operativo Diretto (NOD) del SID, diretto da Antonio Labruna.

In un esposto denuncia che Falde consegnò alla Commissione P2 trovò posto anche un’altra ipotesi, in nuce, ovvero che in seguito agli attacchi rivolti contro il gen. Maletti, con accuse quali di essere al servizio di Eugenio Cefis e di aver operato per favorire il regime dei colonnelli in Grecia, sia stato proprio l’ufficio D ad aver abilmente fatto passare Pecorelli come una testa di legno di Miceli, danneggiandolo verso la stamoa e verso alcuni settori politici.

Francesco Siniscalchi, uno dei pochi massoni che denunciò le attività illegali della P2, dichiarò alla Commissione P2 che aveva saputo dal generale Rossetti, che era stato in alcune riunioni nella sede della P2, a cui era presente anche Nicola Falde, che la rivista OP era stata finanziata da Gelli e da Miceli (in Comm.P2 Volume I, sedute dal 9 dicembre 1981 al 20 gennaio 1982). Anche il capitano Antonio Labruna dell’ufficio D del SID, iscritto alla P2, riferì di essere a conoscenza che OP fosse finanziata dai servizi segreti. (Comm. P2, Volume VI)

La faida nel SID

Tra il 1969 ed il 1974, tra la strage di piazza Fontana, l’inizio della stagione terroristica, i tentativi di golpe Borghese e Sogno, e la strage dell’Italicus, i servizi segreti avevano deciso di scaricare una parte dei terroristi neri, cercando di orientare le azioni eversive nella logica degli “opposti estremismi” ma, a sovraintendere quella che diventò una vera e propria guerra per bande nei corpi dello Stato, fu decisivo lo scontro politico interno alla Democrazia Cristiana.

Con gli accordi di Palazzo Giustiniani che portarono alla leadership nella Democrazia Cristiana di Aldo Moro e Amintore Fanfani, favorevole al’ingresso dei socialisti nel governo, con l’elezione di Amintore Fanfani segretario del partito e Benigno Zaccagnini presidente della DC, nel XII congresso nazionale del giugno 1973 la sinistra DC riuscì ad estromettere la corrente dorotea ed Andreotti, il quale aveva guidato i governi centristi e di centro-destra nel 1972. Il governo Andreotti rassegnò le dimissioni e, il 7 luglio 1973, ritornò in carica il governo Rumor IV, con una coalizione di centro-sinistra DC, PSI, PSDI, e PRI, con Aldo Moro Ministro degli Esteri e Giulio Andreotti fuori dal governo, mentre anche il PCI, in seguito al golpe in Cile, avviava una profonda discussione sulla questione delle alleanze. Anche il governo Rumor IV ebbe vita breve e tormentata, agitato dalle tensioni sociali e dai venti di guerra sullo scacchiere mediorientale e dalla crisi energetico, e fu costretto alle dimissioni il 2 marzo 1974.

Il referendum sul divorzio del 1974 fu vissuto dalla DC come la prima grande sconfitta culturale del mondo cattolico. Il segretario della DC, Amintore Fanfani, sostenuto dalle gerarchie ecclesiastiche, aveva investito ingenti risorse del partito e tutte le sue energie per l’affermazione degli antidivorzisti e, dopo la cocente sconfitta, dovette cedere spazio ad Aldo Moro, che si proponeva come l’unico leader democristiano in grado di aprire una nuova fase di dialogo con il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer. Il ruolo politico di Giulio Andreotti, a difesa degli interessi atlantisti, anziché indebolirsi divenne così il polo delle tensioni e delle forze degli ambienti clerico-fascisti e dei settori economico-finanziari legati agli interessi USA e Nato nel mediterraneo.

Il 12 marzo del 1974, tornato al governo come Ministro della Difesa nel governo Rumor V, Giulio Andreotti decise di utilizzare le rivalità tra i corpi dello Stato per mettere in moto una lotta di potere contro Moro. Poco dopo esplose la bomba di Piazza della Loggia, a Brescia, il 28 maggio 1974.

Il conflitto tra le strategie, tra apparati dello Stato e pezzi di potere politico, personale ed economico, tra lealtà atlantica e costituzionale, si inasprì con ripetuti allarmi golpisti, riverberandosi all’interno della mezza dozzina di servizi segreti (i vari SIOS delle FF.AA., L’Ufficio I della GdF, l’Ufficio Sicurezza della NATO, l’Ufficio Affari Riservati del Viminale, ed i servizi occulti, come il Noto Servizio), e si scaricò sul SID dove Vito Miceli (in carica dal 18 ottobre 1970 al 30 luglio 1974), ex capo del SIOS (il controspionaggio dell’Esercito), era vicino ad Aldo Moro, apprezzato anche per aver sventato un tentativo di colpo di Stato nei confronti di Gheddafi. A dirigere l’Ufficio D del SID, il controspionaggio, (dal 15 giugno del 1971 al 30 settembre 1975), con il ruolo di numero due del SID, era stato collocato invece il generale Gianadelio Maletti, che aveva importanti collegamenti con i servizi segreti tedeschi ed israeliani, contatti con i settori progressisti della CIA, amico di Eugenio Cefis (da quando il manager era stato suo “cappellone” alla Scuola Militare di Milano), e vicino alla posizione di mediazione atlantista di Giulio Andreotti in relazione alla politica con il mondo arabo.

Benché entrambi i generali, ed altri protagonisti della faida interna al SID, fossero iscritti alla P2 (Maletti nel 1974, mentre i rapporti tra Miceli e Gelli risalirebbero al 1969), la faida, condotta a colpi di dossieraggi ed iniziative in cui ogni fazione cercava di creare problemi all’altra, si concluse con l’arresto del generale Miceli, nel 1974, con l’accusa di attività eversiva, nell’ambito dell’inchiesta sul “SID parallelo” e l’organizzazione eversiva “Rosa dei Venti”, e con l’arresto di Gianadelio Maletti ed il capitano Antonio Labruna, nel 1976, con l’accusa di aver tentato di favorire l’evasione di Giovanni Ventura, e di favoreggiamento personale di Guido Giannettini e Marco Pozzan nell’ambito della strage di Piazza Fontana.

In una memoria inviata nel 1993 al giudice di Bologna, Falde sostenne la tesi che Maletti era legato a Cefis, il quale gli aveva promesso la successione al generale Miceli a capo del SID.

La destituzione del generale Miceli da capo del SID comportò per Pecorelli la perdita delle fonti informative più preziose, che il giornalista cercò di compensare stringendo rapporti più stretti con il generale Enrico Mino (comandante generale dell’Arma dei Carabinieri) e con Federico Umberto D’Amato (esperto di spionaggio e dominus dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale), entrambi affiliati alla P2. Successivamente, con la nomina di Casardi a direttore del SID, Pecorelli si rivolse proprio a Maletti. Secondo quanto riferito da Nicola Falde alla Commissione P2, Pecorelli si sarebbe legato a Maletti e Labruna, dai quali avrebbe ricevuto il dossier Mi.Fo.Biali.

Il Dossier Mi.Fo.Biali

Nel 1974, poco dopo l’inizio della crisi energetica causata dalla guerra dello Yom Kippur, irruppe sulla stampa lo scandalo dei petroli, in cui si delineava il ruolo della lobby dei petrolieri per influenzare la politica energetica del governo. Lo scandalo investì l’ENEL e gli amici di Cefis e Fanfani (i petrolieri Vincenzo Cazzaniga ed Attilio Monti e Giacinto Bosco), e portò al rafforzamento della lobby nuclearista in seno ai fanfaniani.

Nel settembre dello stesso anno, Giulio Andreotti (all’epoca Ministro della Difesa), chiese al successore di Miceli al SID, Mario Casardi, di indagare su Mario Foligni, in stretto contatto con mons. Marcinkus e segretario del Nuovo Partito Popolare, una formazione politica centrista che disturbava lo spazio politico della Democrazia Cristiana, sospettata di ricevere finanziamenti dal leader libico Gheddafi. Le indagini, effettuate dal colonnello Demetrio Cogliandro dell’ufficio D del SID, confluirono in un dossier segreto chiamato Mi.Fo.Biali (che sta per: Mintoff, fratello dell’allora presidente di Malta; Foligni; e l’anagramma di Libia), in cui erano riportati gli esiti delle operazioni di controllo di alcuni alti ufficiali della Guardia di Finanza, tra cui il generale piduista Raffaele Giudice, diventato comandante della GdF grazie anche ai suoi legami con il petroliere Attilio Monti, ed il colonnello Giuseppe Trisolini. Dalle risultanze dell’indagine, con intercettazioni telefoniche ed ambientali non autorizzate dalla magistratura, emergevano elementi di particolare gravità in quanto fu accertato che Mario Foligni intratteneva rapporti con Gelli, Miceli, Ortolani, con il generale Raffaele Giudice e con ambienti Vaticani, con mafiosi siciliani e con alti funzionari maltesi e libici. L’acquisto del greggio veniva effettuato a prezzi inferiori a quelli fissati dall’OPEC, lucrando sulla differenza. Una parte dei traffici veniva scambiata in armi e droga ed un’altra finiva nel finanziamento illecito dei partiti, esportando illegalmente valuta all’estero.

Il dossier, consegnato ad Andreotti, non fu fatto pervenire alla magistratura e rimase segreto, benchè una copia del documento fu rinvenuta in possesso di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, ed un’altra fu trovata nello studio-redazione di Carmine Pecorelli dopo il suo assassinio. Op, tra il novembre ed il dicembre del 1978, aveva pubblicato alcuni articoli che si riferivano a notizie contenute nel dossier.

Diversamente andò a finire con un rapporto di 56 pagine che aveva invece ad oggetto tutte le attività eversive accadute in Italia tra il 1970 ed il 1974. A partire dal 1972, il generale Maletti aveva effettuato un’indagine sul golpe Borghese, che aveva individuato anche le responsabilità degli apparati militari fino al direttore del SID, il generale Miceli. Il dossier, dopo essere stato consegnato a Miceli stesso, nell’agosto del 1974, e ad Andreotti, il quale fece “sfrondare il malloppo” di alcuni nomi, venne consegnato a Claudio Vitalone, uomo vicino ad Andreotti, pubblico ministero dell’istruttoria sul golpe Borghese, mentre sulla stampa apparivano le prime indiscrezioni. Il processo sul golpe Borghese iniziò il 30 maggio del 1977, in concomitanza con la nuova riforma dei servizi segreti.

Il dossier Mi.Fo.Biali conteneva una serie di accuse specifiche a Falde, alcune di queste importanti, come l’aver partecipato ad un tentativo di golpe bianco con il Generale Raffaele Giudice, con il generale Favuzzi e con Mons. Bonadeo. Falde ha sempre replicato alle accuse sostenendo di essere una vittima di Maletti.

In una intercettazione telefonica tra Mario Foligni ed un certo Toni (nome in codice del maggiore Antonio Maroni), contenuta nel dossier, risulterebbe inoltre che secondo Foligni sia stato proprio Nicola Falde a fare da intermediario per Pecorelli per il finanziamento occulto di OP:

Toni: “L’articolo da pubblicare su OP è pronto?”

Foligni: “No, per fare che cosa?”

Toni: “Hai scritto su Panorama e tante altre cose. Quindi prepara un articolo e scrivi anche su OP, no?”
Foligni: “Si, ma poi bisogna dare a Pecorelli i soldi sottobanco.”
Toni: “Si, ma tu hai detto che gliene hai dati tanti.”

Foligni: “E lui, Pecorelli, lo sa?”

Toni: “Direttamente gliene hai dati?”

Foligni: “Da me Pecorelli non ha mai preso una lira. (…) E allora che parlasse con Vito Miceli”

Toni: “Va bene, ma Pecorelli non ha mai visto una lira, nemmeno attraverso Falde.”

Foligni: “Che parlasse con Vito, ma facciamo in modo che non succedano casini, se no quello, Pecorelli, chiama Falde e gli dice: tu ti sei fregato i soldi.” (Lettura di una intercettazione contenuta nel dossier Mi.Fo.Biali, Commissione P2, audizione Vito Miceli, Volume IV, sedute dal 9 giugno al 15 luglio 1982)

Alla Commissione d’inchiesta sulla P2, il maggiore Antonio Maroni dichiarò di aver conosciuto Mario Foligni nel 1975, presentatogli da Nicola Falde. Maroni fu anche candidato nelle elezioni del 1976 a Roma nella formazione politica di Foligni, il Nuovo Partito Popolare.

Il 1° agosto del 1974, l’Espresso pubblicò un articolo in cui si asseriva l’esistenza di una connection basata su attività di dossieraggio tra il generale Maletti, nome mai comparso sulla stampa fino a quella data, ed Eugenio Cefis, il potente ex presidente dell’ENI che, dopo la morte di Mattei, aveva trovato un accordo con le sette sorelle non disturbando più i loro affari in nord Africa ed in Medio Oriente, diventato poi presidente della Montedison. Cefis a partire dall’inizio degli anni ’70 aveva costituito in sistema di potere in grado di spostare gli equilibri politici, grazie alle risorse economiche ed al controllo di parte significativa della stampa nazionale. L’azione informativa sull’eversione condotta dall’Espresso non colpiva solo il SID, ma una sorta di “cospirazione del partigianato Bianco”, ovvero un asse Cefis-Cuccia-Agnelli-Fanfani, che si era saldato intorno allo sfruttamento del petrolio libico.

In quegli anni, nel ’71 – ’72, fra i vari attacchi di OP alcuni riguardavano anche Cefis. Vorrei ricordare che in quegli anni l’eversione era di moda, quasi. Tutti quanti ricordano che quelle proposte tecnocratiche non erano soltanto di Gelli ma anche di Cefis, non dimentichiamolo, questa è una cosa che ricordata; e Cefis in un certo momento, per me, ha costituito un punto di coagulo di forze politiche ed anche di proposta politica. Perchè mi ero preoccupato di Cefis? Che cosa mi aveva impressionato di Cefis? Che Cefis nel febbraio del 1972 va in Accademia a Modena e fa un discorso agli allievi, con quale motivazione econ quale legittimità ceramente è una cosa molto strana. E cosa dice? “Signori miei, ragazzi miei, lasciate la patria tradizionale. Noi abbiamo adesso la patria delle multinazionali. Io sono il rappresentante della patria delle multinazionali ed eccomi qua, io mi propongo come il grande orchestratore dell’avvenire nuovo e ammodernato e aggiornato del paese”. E’ un discorso che è passato come acqua ed invece andava attentamente meditato circa le intenzioni di questo Cefis. (Nicola Falde alla Commissione P2, Volume VI, sedute 8 ottobre 1 novembre 1982)

Cefis tenne un discorso all’Accademia Militare di Modena il 23 febbraio 1972, pubblicato poi dal mensile “Il Successo” con l’altisonante titolo “La multinazionale ecumenica”, considerato da molti osservatori dell’epoca un vero e proprio manifesto politico sulla tecnocrazia e sulle tendenze del capitalismo italiano, invitando gli allievi a prepararsi a difendere gli interessi delle grandi imprese multinazionali. Se il potere politico non si sarebbe adeguato alla capacità di tenere il passo delle multinazionali, il fulcro del discorso, si sarebbe condannato a diventare una scatola vuota e priva di valore, svuotato di senso, ed i centri decisionali non sarebbero più stati il governo ed il Parlamento, ma nelle direzioni delle grandi imprese, essendo queste di fatto una realtà politica.

Nicola Falde, generale. Fascicolo P2 0119

“Mi hai sempre parlato di incarichi nel settore della stampa. Di fatto non c’è stato niente di niente. Una volta tu mi hai pregato di prepararti una memoria sulla repubblica presidenziale da te ritenuta come la panacea di tutti i mali. Mi hai detto che dovevi preparare uno studio ed una proposta per il Presidente Leone (…) Tu hai tra i tuoi dipendenti iscritti all’obbedienza secondo quanto tu stesso mi dicevi, ministri, direttori generali, militari di alto rango, carabinieri, pubblica sicurezza, guardia di finanza, personalità in ogni tipo di attività. Sindona ad esempio pende dalla tua volontà!” (Lettera di Nicola Falde a Licio Gelli dell’8 marzo 1976)

D’Arezzo Bernardo: Lei ha mai ritenuto Gelli pericoloso per l’ordine democratico?

Salvini: No, quello è un pragmatico, non ha ideali di nessun tipo; la sua gioia maggiore, la sua più grande soddisfazione, sarebbe stata quella di far fare la pace – mi si perdoni l’irriverenza – fra il papa e Berlinguer; è un uomo che non ha ideali, è un pragmatico puro, e con il senno di poi, ho anche compreso che difficilmente si poteva sospettare che egli desiderasse un governo forte, perchè in un governo forte i mediatori non hanno vita. (Commissione P2, Volume I, doc. XXIII, n 2-ter/1)

Nelle sue deposizioni davanti alla magistratura ed alle commissioni d’inchiesta del Parlamento, Falde ha sempre giurato solennemente sulla sua lealtà alle istituzioni repubblicane, tuttavia egli stesso ha ammesso di essere stato iscritto alla Massoneria di Palazzo Giustiniani, iniziato in “punta della spada” alla Loggia Fratelli Arvali, sin dal 20 febbraio 1968. Il suo nominativo fu inoltre ritrovato negli elenchi della P2 sequestrati a Castiglion Fibocchi, nella residenza di Licio Gelli (fascicolo 0119, riportato come “in sonno”).

Il ruolo del generale nella P2 non sembrerebbe affatto essere stato marginale in quanto, in base al verbale della direzione della P2 riunitasi il 29 dicembre del 1972, presso l’Hotel Baglioni di Firenze, presenti Licio Gelli, il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Lino Salvini, il generale Luigi De Santis, il generale Siro Rossetti, ed altri, Falde fu proposto da Gelli nel ruolo di addetto stampa della loggia massonica. Nella stessa riunione venne assunto il compito di approntare un elenco degli affiliati alla P2, suddivisi per funzioni assolte nel “mondo profano”, e di inviare una lettera-circolare a tutti i piduisti invitandoli a “voler fornire quelle notizie di cui possono venire a conoscenza e la cui divulgazione ritengono possa tornare utile per lottare contro il malcostume e le degenerazioni”. In pratica si trattava di raccogliere notizie di illeciti da passare poi “all’agenzia OP”. Nella lettera-circolare scritta da Gelli si legge anche la frase “Mentre siamo lieti di informarti che possiamo disporre di una nostra Agenzia Stampa (la OP di Mino Pecorelli, ndr), Ti saremmo grati se potessi, tempestivamente e riservatamente, comunicarci tutto quanto avviene nella tua Provincia, indicando dati, nomi e fatti di ogni episodio che si manifesti o che reputi darne notizia alla stampa.” (Comm. P2, Volume III, tomo I, pagg. 517-520)

La permanenza di Falde nella loggia P2, secondo quanto da lui stesso dichiarato, sarebbe iniziata nel 1971 e sarebbe durata fino al 1974, quando avrebbe sospeso il pagamento della quota annuale, nel periodo in cui Gelli fu colpito da primi scandali e quando si interruppe il rapporto con OP. Tuttavia Luigi Bisignani, nel suo libro “L’uomo che sussurra ai potenti”, riferisce che ha conosciuto Licio Gelli tramite il capo di Stato Maggiore della Difesa, Giuseppe Aloia, il quale gli presentò Nicola Falde, il quale a sua volta portò Bisignani nella famosa suite 127-129 del primo piano dell’hotel Excelsior di Roma, dove Licio Gelli aveva una sorta di ufficio romano. La circostanza raccontata da Bisignani è importante in quanto il giornalista (nato nel 1953) iniziò a lavorare all’Ansa dopo la laurea e nel 1976 divenne capo ufficio stampa del Ministro del Tesoro, il piduista Gaetano Stammati. In un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, Licio Gelli ha dichiarato che Luigi Bisignani aveva la massima fiducia del venerabile e che gli fu affidato l’incarico di addetto stampa dell’Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell’Assistenza Massonica, il 1° gennaio del 1975.

Gelli, che nel 1971 era stato nominato segretario organizzativo del Grande Oriente d’Italia dal Gran Maestro Lino Salvini, intendeva creare una sorta di agenzia d’informazione interna alla ricostituenda loggia P2, utilizzando oltre alle soffiate degli affiliati, anche i dossier del SIFAR trafugati dal generale Allavena, affiliato alla P2, all’epoca dello scandalo che investì il generale De Lorenzo. La Loggia P2 si configurò quindi come una sorta di struttura occulta che continuò ad effettuare il dossieraggio che veniva fatto dal SIFAR, in ottemperanza agli accordi segreti con gli USA. E’ del 18 gennaio del 1972 il primo riferimento (velato) della Loggia P2 su OP, in un’articolo in cui si parla di una “snella ed efficientissima organizzazione, ottimamente mimetizzata, alla conduzione della quale è preposto un personaggio del quale non possiamo rivelare l’identità essendo Egli pressoché ignoto alla quasi totalità degli iscritti militanti. Questo personaggio è l’elemento determinante delle più delicate e complesse vicende della vita politica italiana.”

La loggia P2 assunse una impronta marcatamente anticomunista, in concomitanza con la costruzione di una strategia eversiva che vedeva l’organizzazione massonica coinvolta fin dal fallito golpe Borghese dell’8 dicembre del 1970. Il nominativo di Gelli venne fatto depennare da Giulio Andreotti dal dossier del generale Maletti sul golpe Borghese, insieme a quelli di alcuni ufficiali, come l’ammiraglio piduista Giovanni Torrisi, che divenne in seguito capo di Stato Maggiore (tra il 1980 ed il 1981), e di Stefano Delle Chiaie, che nell’inchiesta risultava in rapporti con il prefetto Federico Umberto D’Amato. Ma il ruolo della P2 venne alla luce anche nelle indagini relative alla Rosa dei Venti, e sul fallito golpe di Edgardo Sogno.

Nel 1972 il Grande Oriente d’Italia aveva ottenuto, dopo 110 anni, il riconoscimento dalla Loggia Unita d’Inghilterra. Le confessioni delle logge di Piazza del Gesù e di Palazzo Giustiniani si unificarono nel 1973, già nel 1974, però, vennero alla luce i primi scandali con protagonisti affiliati alla P2, con il coinvolgimento del procuratore generale Carmelo Spagnuolo (alla della Corte d’Appello di Roma tra il 1971 ed il 1974), e del banchiere Michele Sindona. Il Gran Maestro Salvini, temendo il coinvolgimento dl Grande Oriente d’Italia, tentò di sopprimere la loggia P2. La reazione di Licio Gelli si fece sentire attraverso OP che, il 5 ed il 6 novembre dello stesso anni, pubblicò degli articoli contro Salvini che riguardavano gli “intrallazzi” politico-affaristici del Gran Maestro.

La loggia P2 fu poi effettivamente “demolita” in un‘assemblea della Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia, tenutasi a Napoli, il 13 dicembre 1974, ma Gelli si rifiutò di consegnare le deleghe e, nel gennaio del 1975, gli attacchi a Salvini su OP proseguirono con accuse ancora più gravi. Il 20 febbraio del 1975 Gelli convocò una riunione con i piduisti Carmelo Spagnuolo, il generale Osvaldo Minghelli ed il Gran Maestro aggiunto Giovanni Bricchi, nella quale venne conferito all’avvocato massone Martino Giuffrida il compito di accusare il Gran Maestro Salvini di appropriazione indebita di denaro nel corso dell’assemblea della Gran Loggia riunita a Roma nel successivo 22 marzo all’Hotel Hilton. Nel corso di quella assemblea, Salvini, accusato pubblicamente di essersi intascato mezzo miliardo di lire, accusò il colpo e, durante una pausa dei lavori, chiese a Gelli che stazionava nella hall dell’Hotel per godersi lo spettacolo, di convenire ad un accordo di riappacificazione. Il 9 maggio 1975 il Gran Maestro Salvini firmò una lettera in cui nominava Licio Gelli Maestro venerabile della loggia P2, decretandone la ricostituzione.

Nell’agosto del 1975 la P2 iniziò a far circolare tra i propri affiliati il programma politico dello Schema R (Schema di Massima per il risanamento generale del paese), che venne presentato da Gelli e Salvini al presidente della Repubblica Giovanni Leone. Tuttavia non cessarono gli scandali che interessavano la loggia P2. Il 10 luglio del 1976 venne assassinato il giudice Vittorio Occorsio, dal neofascista di Ordine Nuovo, Pierluigi Concutelli. Occorsio aveva indagato sul Golpe Borghese, sul Piano Solo, sullo scandalo SIFAR, su Piazza Fontana, e stava dedicando le sue attenzioni investigative sui rapporti tra massoneria ed eversione. Concutelli risultò anni dopo iscritto ad una loggia massonica, la Camea, retta da Michele Barresi e frequentata da personaggi legati a Cosa Nostra.

Occorsio aveva intuito che le cifre pagate per i riscatti dei figli di Umberto Ortolani (il socio di Gelli fece rapire suo figlio Amedeo per allontanare i sospetti sui suoi legami con la criminalità), Alfredo Danesi e Giovanni Bulgari (tutti e tre iscritti alla P2), erano finiti nelle mani di Gelli. Le indagini portarono all’arresto del boss Albert Bergamelli e dell’avvocato del boss Gian Antonio Minghelli, figlio del generale Osvaldo Minghelli, e segretario organizzativo della loggia P2. Minghelli venne accusato dalla Magistratura di riciclaggio di denaro sporco proveniente dai sequestri di persona (venne poi prosciolto). Nel corso degli anni Minghelli diventò membro del gruppo di penalisti “Soccorso Nero” ed uno dei principali avvocati di fiducia della Banda della Magliana.

I nuovi scandali portarono all’attenzione dei più diffusi settimanali le attività della P2, mentre a Ginevra chiudeva i battenti per insolvenza l’ultima banca di Michele Sindona, la Finabank-Banque de Financement de Genève e, sul finire dell’anno, il liquidatore Giorgio Ambrosoli riusciva ad entrare in possesso delle 4mila azioni al portatore costituenti l’intero capitale sociale della Fasco Ag (la capofila del castello di carta dell’ex impero sindoniano), costringendo questa volta Gelli a richiedere a Salvini la sospensione della Loggia P2, che venne accordata il 27 luglio del 1976. In un estremo tentativo di salvataggio del bancarottiere siciliano, diventato latitante negli Stati Uniti, Gelli arrivò anche a mobilitare gli ambienti massonici americani. I reiterati tentativi di salvataggio di Sindona culminarono poi con l’assassinio di Giorgio Ambrosoli.

”Chi conosce, controlla e può condizionare”

Ufficialmente Falde diede le dimissioni dalla Loggia P2, in una lettera datata 8 aprile 1976, in cui criticò Gelli per essersi circondato di uomini di estrema destra. Nel 1976, con il presidente della Repubblica Giovanni Leone investito in pieno dallo scandalo Lockheed, con l’accusa di essere il personaggio che si nascondeva dietro l’identità di Antelope Cobbler (accuse mai provate) era iniziato anche il tramonto dell’uomo politico che aveva accompagnato la carriera de generale Falde, Giacinto Bosco, passando da vicepresidente del CSM a giudice presso la Corte di Giustizia europea.

Una testimonianza di Giancarlo Elia Valori, che nel 1972 era entrato nella P2 e, di lì a poco, costituì un sodalizio con Gelli ed Ortolani, dimostrerebbe che Falde avesse effettivamente sviluppato un rapporto conflittuale con il capo della P2. Valori aveva un fratello che lavorava per l’ENI in Argentina, grazie al quale potè entrare in amicizia con Juan Domingo Peròn, ed il suo segretario José Lopez Rega. Fu proprio Valori a presentare Gelli a Peròn, spalancandogli le porte per tessere la rete piduista anche in Argentina. Nel 1973, grazie ai rapporti intessuti tra Gelli e i vertici militari argentini, il venerabile venne designato Console onorario, con tanto di passaporto diplomatico, e consigliere economico dell’Ambasciata argentina in Italia. In seguito Valori risulterà essere stato espulso dalla loggia P2, dopo essere stato consigliato da Falde di non proseguire la relazione imprenditoriale con Gelli ed Ortolani. La società di import export che i tre avevano costituito venne sciolta, e così Valori potè proseguire la sua carriera di “boiardo di Stato”, diventando presidente di Italstrade nel 1976. Grazie ai contatti di Valori in Argentima, la P2 , con Gelli e Calvi, era arrivato a controllare ben 23 testate giornalistiche del paese sudamericano, tutte schierate con la giunta militare anche durante i massacri dei desaparecidos.

I rapporti con Pecorelli rimasero invece stretti fino a poco prima dell’assassinio del giornalista, il 20 marzo del 1979, come testimoniano le sue agende, in cui sono annotati i contatti periodici con le sue “fonti”, fino all’ultimo anno di vita. Tra queste note si leggono i nomi del prefetto Umberto Federico D’Amato (106 annotazioni), di tale “Tonino” (probabilmente da identificare con Antonio Labruna: 70 annotazioni), dell generale Vito Miceli (56 annotazioni), di Nicola Falde (22 annotazioni), di Licio Gelli (46 annotazioni). Nell’ultimo mese figurano anche il colonnello del SISMI Musumeci (2 annotazioni), e il capitano Giancarlo D’Ovidio (3 annotazioni).

Alla Commissione P2, Falde riferì di aver visto Pecorelli “un paio di mesi prima che venisse ucciso (nel gennaio 1979 ndr).

“Mi parve tranquillo e molto sicuro di sé. Pecorelli era uomo assai riservato circa le sue fonti informative…Ricordo che gli dissi, l’ultima volta che lo vidi, di calmarsi e di smetterla con la sua ‘incontinentia pubblicandi’ (come io la definivo scherzosamente), ammonendolo che qualcuno lo avrebbe ucciso – testualmente gli dissi che correva rischi mortali…Alla mia ammonizione Pecorelli rispose: ‘Viva la libertà, me ne fotto, si campa una volta sola!’” (Commissione P2, Volume VI, sedute 8 ottobre 1 novembre 1982)

Articolo originale pubblicato su Agoravox

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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