I collegamenti tra camorra e jihad islamica. Napoli crocevia dei traffici e base logistica

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Da anni le evidenze giudiziarie hanno dimostrato l’esistenza di pericolosi collegamenti tra i clan della camorra campana e le organizzazioni terroristiche della jihad islamica. Da Napoli, crocevia dei traffici, è passato anche uno dei terroristi implicati nella strage della stazione di Atocha di Madrid, l’11 marzo del 2004.

Nell’ultima relazione presentata dai servizi di sicurezza al parlamento, l’accento posto sull’accresciuta effervescenza della galassia jihadista e sulla “connessa, accentuata capacità di presa del messaggio radicale, affidato a forme di comunicazione sempre più efficaci e pervasive”, dà la rappresentazione definitiva di una mutazione in atto, oppure già avvenuta, e delle nuove priorità nelle politiche di contrasto alle minacce di destabilizzazione dell’ordine democratico del paese, caratterizzate da fenomeni non più esclusivamente endogeni, per usare un’espressione che forse è già stata superata dai fatti. “L’estremismo homegrown”, prosegue il testo, “inteso anche quale bacino di reclutamento per aspiranti combattenti, viene individuato come il principale driver della minaccia terroristica, riferibile tanto a lupi solitari e a cellule autonome quanto al diretto ingaggio da parte di organizzazioni strutturate operanti nei teatri di jihad.”

La scelta strategica del qaedismo operata dallo Stato Islamico (IS) di Al Baghdadi, erede della filiale irakena di Al Qaeda, ovvero l’ispirazione del volontarismo individuale, con l’utilizzo di una sofisticata strategia di comunicazione e propaganda multimediale, come si è verificato nei recenti attentati in Francia, Belgio e Danimarca, evoca il fantasma di un nemico invisibile e rappresenta una problematicità che mette a dura prova gli apparati di sicurezza, con il rischio di favorire le condizioni politiche e culturali per nuove campagne antidemocratiche e contro il diritto all’informazione. Tuttavia, è questo l’allarme reiterato dagli apparati di sicurezza, uno dei problemi principali sul piano interno riguarda proprio la capacità dei gruppi, o degli individui virtualmente terroristi, a partecipare ad una vasta gamma di attività criminali che includono: traffico di sostanze stupefacenti; furti e rapine; sequestri di persona; estorsioni; falsificazione di documenti e valuta; frodi finanziarie e azioni predatorie sul territorio, in partnership con “agenzie criminali” italiane. Proprio quest’ultimo punto è quello che ci riguarda più da vicino.

Un bazar al centro del Mediterraneo

Crocevia di traffici illegali, bazar nel quale è possibile trovare quasi tutto il necessario per costruirsi un’identità valida per viaggiare in Europa, Napoli (ed il suo hinterland) è da decenni uno dei nodi della mappa globale del terrorismo jihadista, secondo i riscontri delle indagini giudiziarie. La città, usata come base logistica, nonostante abbia ospitato sin dal secondo dopoguerra il comando generale della Nato per le operazioni nel Mediterraneo, raramente è stata oggetto di attacchi terroristici. L’unico attacco terroristico di matrice mediorientale risale al 14 aprile 1988, in occasione del secondo anniversario dei bombardamenti USA sulla Libia, quando un’autobomba davanti la sede del circolo americano “Uso Club”, frequentato dai marinai della VI Flotta, causò la morte di 5 persone. L’attentato, realizzato in stile libanese, fu organizzato dall’URA, l’Armata Rossa giapponese di Junzo Okudaira, e rivendicato con due telefonate, una alla France Press ed un’altra alla sede di Beirut dell’Ansa, con la sigla delle Brigate Jihad.

Nonostante le funzioni della metropoli partenopea siano cambiate molto, soprattutto se si prende in considerazione il ventennio tra il 1981 ed il 2001, con il trasferimento della Nato da Bagnoli a Giugliano, Licola e Grigignano d’Aversa, con nuove mission che interessano la sponda sud del Mediterraneo, come il programma Africom, la città ha visto crescere il proprio ruolo politico direzionale rispetto al quadro campano,  con una significativa perdita di popolazione nei quartieri storici e centrali (-17%), con i seppur lenti processi di gentrification, ovvero di ricolonizzazione del centro da parte dei ceti medio-alti, accompagnati da una progressiva deindustrializzazione delle periferie, avviando dei processi di riqualificazione urbanistica che stanno mutando significativamente la città grazie ad una serie di interventi iniziati spettacolarmente con l‘evento del vertice del G7 di Napoli del 1994.  Quando si parla di Napoli, in generale, si intende oggi un’area metropolitana che va anche oltre i propri confini amministrativi, da Castelvolturno, in provincia di Caserta, fino alle pendici del Vesuvio.

L’organizzazione del vertice G7+1 di Napoli del 1994, al quale fu invitato anche il presidente russo Boris Eltsin, rappresentò una svolta anche per le metodologie d’indagine e per l’attribuzione delle priorità nella gestione della sicurezza. Le caratteristiche urbane di Napoli, in cui i quartieri popolari si trovano a ridosso delle aree di prestigio monumentale, quindi degli edifici che furono usati dalle autorità per il summit, in un periodo caratterizzato da grandi tensioni, con il paese che era appena uscito dalla stagione stragista di Cosa Nostra, resero necessarie la predisposizione di misure speciali di sorveglianza e sicurezza e l’adeguamento dei protocolli di sicurezza per i grandi eventi. Una zona rossa a circolazione limitata fu inaugurata per la prima volta in Italia, per eventi di questo tipo, nelle zone popolari limitrofe al palazzo Reale, dove si teneva il vertice, nel cuore di Napoli. Per garantire la sicurezza dei capi di Stato, uomini delle intelligence americane, francesi, inglesi, tedesche, giapponesi, e persino russe, collaborarono con i funzionari italiani, scambiando tra loro informazioni strategiche per il controllo del fenomeno terroristico.

Un intero filone d’indagine che ha riguardato il terrorismo algerino, per un intero decennio, originò, come vedremo in seguito, proprio dal controllo delle potenziali cellule islamiche presenti a Napoli durante il vertice G7. L’imponente dispositivo di sicurezza predisposto consentì anche alcuni fuori programma all’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, celebrati in una foto che lo ritrae mentre mangia una pizza in una pizzeria del decumano maggiore, dove era andato a piedi. Sicuramente una scena da incorniciare tra le immagini del mondo, com’era prima dell’11 settembre 2001.

Le norme antiterrorismo introdotte dopo gli attentati alle Twin Towers di New York, nel 2001, e l’intensificarsi della collaborazione tra le polizie europee dopo gli attentati di Madrid del 2004, hanno reso via via più difficile nelle città mediterranee l’esistenza di aree grigie, adatte come basi logistiche, obbligando le organizzazioni terroristiche a mutare le loro strategie, puntando sulla crescita del volontarismo individuale di cellule o martiri solitari, strutturandosi come dei network immateriali di franchising, limitandosi a produrre software e materiali multimediali per pubblicizzare quella che è una vera e propria strategia di marketing del terrore.

 Network terroristici e traffici internazionali

Le reti di narcotraffico che riforniscono i più potenti clan napoletani finanziano in parte la jihad islamica e le reti di supporto distribuite sul territorio nazionale, dalle quali sono partiti i miliziani jihadisti per i teatri di guerra in Afghanistan, Cecenia, Balcani. Dal 2001 ad oggi, da quando è iniziata la “guerra globale al terrore”, delle oltre 200 persone arrestate in Italia con l’accusa di terrorismo, una buona parte avevano importanti collegamenti con Napoli. Tra questi, un’importante operazione fu effettuata nel 2008 con l’arresto, a Napoli, di 28 sospetti terroristi collegati alle Tigri Tamil dello Sri Lanka (l’organizzazione che fu la prima ad usare gli attacchi bomba condotti da martiri suicidi), con l’accusa di aver imposto il racket per finanziare l’organizzazione, costringendo gli immigrati (a Napoli c’è la seconda comunità singalese più grande d’Italia) a pagare una quota mensile. Il denaro raccolto, 4 milioni di euro all’anno, veniva inviato ad una centrale a Zurigo che fungeva da collettore. Ad oggi non risultano collegamenti significativi tra le Tigri Tamil e la galassia jihadista, considerato anche che nel 1990 poprio le Tigri si resero responsabili della pulizia etnica di 95.000 musulmani, che furono espulsi dal nord del paese durante la guerra civile dello Sri Lanka.

Le principali preoccupazioni sulla diffusione dell’estremismo islamico in Italia riguardano i legami con la criminalità organizzata, almeno stando ad un cable del 2008, pubblicato su Wikileaks, in cui c’è un riferimento ad un assessment dell’Intelligence dell’FBI del 2005 che lanciava l’allarme sui rischi legati all’interazione tra le organizzazioni criminali italiane ed i gruppi estremisti islamici, fornendo a terroristi potenziali l’accesso a risorse finanziarie e supporto logistico, grazie alle rotte stabilite con le organizzazioni mafiose per traffici di droga, armi ed esseri umani. L’allarme su una possibile connessione tra gruppi militanti islamici e clan della Camorra, come riportato nel dispaccio, era a sua volta già stato lanciato il 19 aprile del 2004 dal procuratore nazionale antimafia, Pierluigi Vigna, riferendosi all’esistenza di prove evidenti che implicavano la Camorra nello scambio di armi e droga con i gruppi terroristici.

E’ del 2004 il caso clamoroso di un boss di camorra del vesuviano, diventato poi collaboratore di giustizia, convertitosi all’Islam radicale, un fenomeno che ha anticipato di una decina d’anni il fascino esercitato dal fondamentalismo islamico sui giovani boss, come emerso dalle indagini che hanno riguardato dei giovani dei clan Sequino-Giuliano di Forcella, le cui immagini postate su Facebook li ritraggono con barbe lunghe e con una scritta in arabo sulla foto che suona in italiano come “Sono il prescelto”. Le barbe lunghe, secondo un’interpretazione diffusa dagli investigatori, potrebbe essere un metodo per essere riconosciuti all’estero.

Nel 2006, in una delle più grosse operazioni effettuate a Napoli contro il narcotraffico internazionale, con l’arresto di 106 persone appartenenti a dieci clan campani, tra cui i Misso, i Mazzarella, i Licciardi e i Sarno, portò alla luce l’esistenza di una pax mafiosa per impedire che faide e violenze potessero intralciare i traffici. Il business ruotava intorno a delle società di intermediazione composte da broker, che raccoglievano le quote di ogni clan per investirle nell’acquisto di grossi quantitativi di droga nei paesi produttori, o dove si trovano le basi degli intermediari (principalmente Sud America, Marocco e Balcani). Queste società, gestite da insospettabili, italiani e stranieri, si occupano dell’importazione e della distribuzione della droga. Nell’operazione del 2006, uno degli organizzatori risultò essere uno skipper che risiedeva a Malaga, specializzato nel traffico di hashish con il Marocco.

A favorire le condizioni per rendere Napoli base logistica di varie entità criminali del Mediterraneo, oltre a fattori di carattere “culturale”, con la presenza di ramificate organizzazioni camorristiche, e grazie alla postazione di crocevia di traffici di varia natura, in forza anche di una favorevole posizione geografica, non andrebbe dimenticato però il caos che per anni ha regnato nelle strutture amministrative adibite al rilascio dei titoli di soggiorno. Le procedure di rinnovo dei permessi di soggiorno introdotte dalla legge Bossi-Fini, ad esempio, per anni effettuate dai commissariati di zona di Napoli e provincia, senza un rigido coordinamento centrale, hanno favorito dei fenomeni di corruzione, con almeno un caso grave accertato di compravendita di permessi di soggiorno, avvenuto nel 2004, che ha coinvolto due funzionari dell’Ufficio Immigrazione della questura di Napoli, arrestati e processati per concussione falso in atto pubblico. Il caos amministrativo per le procedure per il rinnovo dei permessi è stato risolto poi dal questore di Napoli, Oscar Fioriolli, effettuando la centralizzazione ed il censimento della documentazione presentata all’atto del rinnovo, che non veniva trasferita dai commissariati di zona all’Ufficio Immigrazione, ragion per cui di un significativo numero di permessi in circolazione non si conosceva l’effettiva validità.

Le operazioni congiunte tra Spagna e Italia effettuate a partire dal 2004 hanno fatto emergere nel corso degli anni, in più di una circostanza, che il maggior flusso di denaro in favore dei narcotrafficanti marocchini, alcuni dei quali ritenuti collegati ad Al Qaeda, proviene proprio dalla camorra napoletana, che da tempo ha stabilito le sue basi nel sud della penisola iberica, trait d’union tra narcos sudamericani e criminalità mediterranea, una delle principali porte di accesso in Europa della droga proveniente dall’Africa e dall’America Latina. Prima delle misure antiterrorismo varate dal governo spagnolo dopo gli attentati del marzo 2004, criminali campani e calabresi hanno gestito quantitativi sempre crescenti di droga, cocaina dal Sudamerica, Rif dal Marocco, insieme ai traffici di migranti dal Nordafrica.

A svelare uno degli intrecci più inquietanti tra agenzie criminali, aprendo ad uno scenario su cui da anni indaga la Procura di Napoli, sono state le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, il narcotrafficante Biagio Di Lanno, arrestato da latitante nel giugno del 2011, ex affiliato al clan Polverino-Simeoli, una costola della potente cosca mafiosa dei Nuvoletta, legata da decenni alla fazione corleonese di Cosa Nostra, che ha rapporti strettissimi con i clan di Secondigliano. Personaggio chiave del racconto è Abdellillah El Fadoual El Akil, conosciuto da Di Lanno nell’occasione di una riunione d’affari nell’estate del 2001, a casa di Sabatino Cerullo, uomo del clan Polverino, con un grossista di hashish con basi operative in Spagna e nell’area di Giugliano e Marano di Napoli, un certo Rachid Echemlali Rahmadi, detto “Armando”, un marocchino sospettato di avere rapporti con il terrorismo islamico. Nella riunione, presenti anche un altro affiliato dei Polverino-Nuvoletta, Angelo D’Alterio, Biagio Di Lanno avrebbe appreso da “Armando” Rachid che sarebbe presto accaduto “qualcosa” utilizzando gli aerei, ed in seguito anche con i treni in Spagna. Poche settimane dopo ci furono gli attentati alle Twin Towers di New York.

“Rachid ricevette una telefonata da un altro suo sodale, con cui dialogava in spagnolo. Al termine di questa telefonata, Rachid parlò con Angelo D’Alterio, dicendogli che sarebbe accaduto qualcosa utilizzando degli aerei; per ‘qualcosa’ si intendeva un attentato e aggiunse anche che sarebbe accaduto qualcosa sui treni metropolitani in Spagna. Sul momento rimasi molto interdetto, perché era un argomento molto diverso da quelli ordinariamente oggetto delle nostre conversazioni. Quella telefonata ha invece assunto ben altro valore quando sono avvenuti gli attentati alle torri gemelle a New York e alla metropolitana di Madrid” (Stralcio del verbale di interrogatorio di Biagio Di Lanno, pubblicato su Il Mattino, 2 giugno 2011)

“Armando” Rachid, grazie alle dichiarazioni di Di Lanno è stato arrestato a Malaga nel febbraio del 2012, in un’operazione congiunta tra Italia e Spagna. Rachid era in grado di acquistare droga in Marocco e di rivenderla ai trafficanti napoletani ad un prezzo quattro volte superiore alla somma spesa per tonnellata, circa 600.000 euro per ogni 150.000 euro d’investimento. I carichi dal Marocco, di 5 tonnellate l’uno, venivano effettuati su apposite barche fino alle coste spagnole e Gibilterra, per poi essere trasportati in Italia. Le modalità di trasporto dalla Spagna variavano a seconda delle necessità, ma non sempre la “merce” riusciva ad essere consegnata, come nel caso – è sempre di Di Lanno a riferirlo ai magistrati – di un sequestro di 1700 kg di hashish avvenuto a Volla, nel maggio del 2010, presso il mercato ortofrutticolo di Napoli. Il carico “proveniva da Almeria e il camion era pieno di melanzane. Il camion doveva arrivare al mercato ortofrutticolo di Volla, da noi utilizzato in varie circostanze per scaricare la droga”.

Nel 2002, quando “Armando” Rachid era ancora in Spagna e non era ancora ricercato, durante un controllo della Guardia Civil esibì una patente di guida intestata ad Abdelillah El Fadoual El Akil, l’uomo presente all’incontro di cui parla Di Lanno, presentatogli da “Armando” Rachid come “uno di quelli che si vanno ad uccidere”.

Abdelillah El Fadoual El Akil, a sua volta, era già noto in Italia. Arrestato nel casertano, in possesso di sostanze stupefacenti, ed in compagnia di membri di un clan di Secondigliano, il quantitativo di stupefacenti sequestrato nell’occasione non fu sufficiente per una condanna per spaccio e Abdelillah El Fadoual El Akil, liberato dalle autorità italiane, se ne andò in Spagna, dove a sua volta fu identificato nel 2004 dalla Guardia Civil in possesso di un documento italiano. Abdelillah El Fadoual El Akil, che aveva una attività di import-export di vestiti tra l’Italia e la Spagna, è stato in seguito condannato a 9 anni di carcere per banda armata, nel processo celebrato per le stragi dell’11 Marzo, nel quale sono state accertate le sue frequentazioni con Jamal Ahmidan, detto El Chino, morto nell’attentato di Madrid, considerato l’uomo chiave dell’organizzazione logistica degli attentati che costarono la vita a 191 persone, causando 2.057 feriti. Abdelillah El Fadoual El Akil, in particolare, avrebbe aiutato El Chino ad introdursi in in Spagna, dopo che questi ebbe finito di scontare una pena per traffico di droga in Marocco, provvedendo a procurare auto rubate e documenti falsi ed aiutandolo a trovare le risorse economiche mediante il traffico di droga.

Uno dei testimoni al processo, Acharf Oouahabi, ha dichiarato che Abdellillah El Fadoual El Akil era conoscente di Rachid Aglif e Rafà Zouhier, nonchè amico intimo di lunga data di Jamal Zougam, tutti condannati per il loro ruolo strategico nell’organizzazione della strage di Madrid, in particolare Zougam ritenuto colpevole di aver fabbricato e collocato alcune delle bombe nei treni e che gestiva un negozio di telefonia mobile, dal quale, secondo le indagini sarebbero provenuti i telefoni cellulari utilizzati per far esplodere le bombe. Zougam era sotto osservazione dalla polizia francese e spagnola già dal luglio del 2001, in quanto ritenuto in contatto con alcuni presunti membri della cellula spagnola di Al Qaeda. Abdelillah El Fadoual El Akil, al processo ha confermato di conoscere Jamal Zougam dal 1999.

Predicazione e combattimento

Nel 2004, un’operazione dei carabinieri effettuata tra Napoli ed Aversa colpì una presunta rete di sostegno logistico del Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento. Tra gli arrestati figurarono due ex Imam accusati di fare proselitismo jihadista al centro di preghiera di Piazza Mercato a Napoli, Yacine Gasry, ex Imam della moschea di Aversa, ed Ammar Sahuane. L’inchiesta era basata su un ipotetico asse Napoli-Marsiglia sulla cui direttrice erano strutturate le basi logistiche del terrorismo algerino per ottenere permessi falsi. Nell’inchiesta figurarono anche le dichiarazioni del boss di Mondragone, Augusto La Torre, che riferì di aver conosciuto Djamel Lounici, nel carcere di Novara, indicatogli come uno dei capi del gruppo della Gia (il Gruppo Islamico Armato algerino) di Napoli, in grado di fornire permessi falsi, in cambio di armi e droga.

Djamel Lounici si è unito alla Gia nel 1992 ed aveva le sue basi per il traffico di armi e droga in Marocco, da dove riforniva i gruppi armati durante la guerra civile. E’ stato condannato a morte in contumacia in Algeria, in seguito all’attacco terroristico all’aeroporto internazionale di Algeri del 26 agosto 1992, che causò 9 morti e 100 feriti. Dal 1994, Djamel Lounici è ritenuto l’organizzatore di Al Qaeda nel Maghreb. Nell’aprile del 2004 è stato arrestato a Venezia, con l’accusa di aver fornito supporto logistico e materiale al Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento, l’organizzazione nata da Hassan Hattab, un ex paracadutista dell’esercito algerino, creata dopo il 1995 da una costola del GIA (Gruppo Islamico Armato), dal quale prese le distanze per l’intenzione di colpire solo obiettivi militari e non civili. Il Gruppo Salafita di Predicazione e Combattimento, che conta una presenza significativa in Francia, Italia e Spagna, dopo l’uccisione del leader Nabil Sahroui, nome di battaglia di Abou Ibrahim, ha vissuto un momento di crisi con la migrazione dei suoi aderenti in altre formazioni terroristiche islamiche.

Le indagini sviluppate dalla procura di Napoli, a partire dal vertice G7 del 1994, durante il quale si verificò il massacro dei sette marinai di Monte di Procida a bordo della nave Lucina nel porto algerino di Djendjen, consentirono di individuare in pochi anni una rete di sostegno al terrorismo in Algeria, dedita in particola al traffico internazionale di armi, di cui gli artefici erano Djamel Lounici ed il suocero Deramchi Othmane, dirigente del FIS (Il Fronte di Salvezza Islamico algerino). La cellula aveva una base nel quartiere della Duchesca, a pochi passi da Piazza Garibaldi e collegamenti con altre cellule in Francia, Belgio, Germania, Regno Unito, Olanda e Svizzera. Per finanziarsi, secondo l’accusa, il gruppo produceva documenti falsi: negli appartamenti di Napoli dove vivevano gli integralisti sono stati trovati moduli per certificati anagrafici rubati nelle circoscrizioni, passaporti algerini falsi o rubati, e patenti stampate in Italia clandestinamente.

Del gruppo napoletano della Gia avrebbe fatto parte anche l’ex Vice Imam della Moschea di Corso Arnaldo Lucci, Ahmed Nacer Yacine, aderente al Fis, che era finito nella black list dei terroristi globali stilata dagli Stati Uniti ed in quella dell’Unione Europea. Durante il processo in cui era imputato con altri 10 presunti terroristi del Gruppo Salafita di Predicazione e Combattimento, Othmane si allontanò dall’Italia, ma fu arrestato a Parigi dai carabinieri dei Ros, coordinati dalla procura di Napoli.

I lanciamissili di Al Qaeda

Ad avere relazioni pericolose con il terrorismo islamico sarebbero stati anche i casalesi, almeno in base alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia Roberto Vargas, il quale ha riferito ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia delle intenzioni di Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco Schiavone “Sandokan”, il quale progettava attentati da compiere contro i magistrati della DDA, in particolare contro il giudice Federico Cafiero de Raho, contro il boss “rivale” Michele Zagaria e contro Carmine Schiavone. L’attentato, da effettuarsi con bazooka e lanciamissili anticarro, secondo le intenzioni, avrebbe dovuto essere effettuato da terroristi di Al Qaeda, con i quali il figlio di Sandokan era entrato in contatto.

La rivelazione del collaboratore di giustizia, Roberto Vargas, è stata ritenuta attendibile in quanto la Procura di Venezia, in un blitz effettuato il 2 aprile del 2009 in una moschea di Vicenza, durante il quale furono sequestrati computer, cd e dvd di una trentina di persone, compreso l’Imam, ritenute affiliate al gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento, trovò un foglietto con gli orari delle preghiere della moschea di San Marcellino, nei pressi di Casal di Principe. L’Imam della Moschea di San Marcellino, coinvolto involontariamente nell’inchiesta, fu poi scagionato dalle accuse.

La nave bomba

E’ dell’anno 2005 invece una delle più importanti operazioni antiterrorismo effettuate dai ROS. L’operazione Full Moon, basata su un’indagine iniziata nel 2003, portò all’arresto di tre algerini,Yamine BouhramaKhaled Serai e Mohammed Larbi, ritenuti collegati con il Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento, ed accusati di falsificazione e ricettazione di documenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nei confronti dei tre algerini arrestati, a Yamine Bouhrama vennne contestato il reato di aver diretto e organizzato il gruppo operante a Napoli e in altre zone del territorio italiano, coordinando l’attività dei membri della cellula italiana, in raccordo con i vertici dell’organizzazione transnazionale. Nei confronti di Khaled Serai, la contestazione riguardava l’accusa di aver partecipato all’associazione mantenendo i rapporti con altri affiliati presenti nel territorio italiano ed in altri Paesi europei, mentre Mohammed Larbi veniva accusato di aver partecipato all’associazione, assicurando l’approvvigionamento di dichiarazioni di ospitalità e certificati di residenza fittizi in Italia. I tre, secondo gli investigatori, progettavano un attentato spettacolare, una nave bomba imbottita di tritolo da far esplodere in un porto.

Khaled Serai, nato il 3 agosto del 1970 ad Algeri, si è sempre proclamato innocente. Nel 1998, dopo aver lasciato l’Algeria, si sarebbe recato in Norvegia dove avrebbe vissuto fino al 2004 con un permesso di soggiorno francese falso, in seguito si sarebbe trasferito in Italia per procurarsi i documenti. Al momento del suo arresto, il 15 novembre del 2005, le due procure di Brescia e Napoli entrarono in conflitto per la convalida del fermo.

Secondo l’indagine dei Carabinieri del ROS non c’erano dubbi sul carattere internazionale del circuito di relazioni del gruppo, che avrebbe avuto specifici collegamenti con altri sospettati residenti in Francia Inghilterra. La cellula avrebbe avuto intenzione di effettuare operazioni orientate alla destabilizzazione del contesto algerino. Tra i tre principali accusati, Yamine Bouhrama era inoltre interessato alla Bosnia, alla Cecenia ed all’Iraq. L’indagine su Mohamed Larbi, in particolare, avrebbe documentato il coinvolgimento nell’attività di falsificazione di documenti di identità e i suoi rapporti con altri presunti terroristi nel Regno Unito. Tra questi, alcuni erano già in contatto con Bouhrama ed erano stati identificati dalla polizia britannica prima di essere arrestati a Manchester il 14 gennaio del 2003. Uno dei componenti la cellula indagata, l’algerino Kamel Bourgass, uccise un detective dell’antiterrorismo britannico, l’ufficiale Stephen Robin Oake, durante un’operazione finalizzata all’individuazione dei responsabili di un progetto di attentato bioterrorista alla metropolitana di Londra.

In base alle indagini, Yamine Bouhrama, dopo essersi allontanato dalla Campania, si era riorganizzato a Vicenza con Khaled Serai, con il quale per un certo periodo avrebbe anche condiviso l’abitazione, prima di trasferirsi a Brescia. L’indagine avrebbe documentato anche la raccolta di fondi effettuata per sostenere la causa palestinese da Yamine Bouhrama nella moschea di Vicenza, i trascorsi in Grecia e Turchia e la conoscenza, seppure superficiale, di materiali utilizzabili per la fabbricazione di esplosivi.

Il giudice di Napoli, competente per le indagini preliminari, convalidò il fermo per Yamine Bouhrama, mentre il tribunale di Brescia escluse il reato di associazione terroristica e negò le finalità di terrorismo per Mohammed Larbi e Khaled Serai. In seguito i tre, condannati a 6 anni di reclusione ognuno, per associazione con finalità di terrorismo internazionale e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sono stati espulsi dall’Italia e riaccompagnati in Algeria tra il 2010 ed il 2011.

Documenti falsi e zecche clandestine

Nel 2006 un’operazione congiunta della polizia francese e quella italiana, individuò un traffico di documenti falsi lungo la rotta Marsiglia-Napoli-Algeri, arrestando 11 persone tra Napoli e Marsiglia, nove delle quali algerini, e due italiani, un imprenditore e un impiegato dell’ufficio anagrafe, entrambi di Aversa.

Dall’indagine emergeva che un documento falsificato aveva un costo che andava da un minimo di150 euro, fino ad un massimo di 500 euro. I documenti falsi, prodotti a Napoli, venivano portati fino a Marsiglia in pullman, per poi arrivare via nave in Algeria. Nell’indagine venne individuata una presunta cellulla italo-francese del Gruppo Salafita di predicazione per il combattimento, tra gli algerini colpiti dall’indagine, Neal Djamel e Larkam Lofti, risultarono avere collegamenti con cellule terroristiche.

Un’operazione della Guardia di Finanza, coordinata dalla Procura di Napoli, portò alla scoperta, nel 2009, di una stamperia clandestina di dinari algerini, nei pressi di Giugliano, in provincia di Napoli. L’inchiesta era partita da una rapina effettuata con modalità militari del novembre del 2006, a Marsiglia, di una partita di 44 bobine di carta filigranata prodotta per la Banca d’Algeria da un’azienda tedesca, trasportate su un camion. Nel settembre del 2008, la polizia francese arrestò due fratelli tunisini, nei cui bagagli furono ritrovati 51 milioni di dinari falsi. Alcune bobine filigranate furono rinvenute in una stamperia clandestina a Licola e gli inquirenti parlarono di sospetti collegamenti con i gruppi terroristici algerini. Parte dei biglietti stampati a Licola furono ritrovati a Lione, mentre altri già erano in circolazione nell’Ovest dell’Algeria.

Nell’operazione fu arrestato anche il boss del clan camorristico Longobardi-Beneduce che opera tra Pozzuoli e Quarto. La scoperta della stamperia di dinari algerini aveva avuto, in Europa, un solo precedente, in Francia. Nell’occasione furono sequestrati l’equivalente di 3.5 milioni ero in dinari falsi. Un valore che se fosse finito nell’economia algerina avrebbe potuto provocare la destabilizzazione economica e politica del paese.

Il gigantesco affare dei documenti falsi venduti in nord Africa e Medio Oriente è emerso anche in un’indagine dello scorso gennaio che ha portato all’arresto di 90 persone ed al sequestro di 250 milioni di euro tra immobili, pizzerie, ristoranti e negozi di lusso, tra Napoli e Roma. Al vertice dell’organizzazione di falsari è stato incriminato Edoardo Contini, detto Edoardo ‘o romano, narcotrafficante di cocaina ed hashish, il cui clan domina nelle zone del Vasto e dell’Arenaccia. Il prezzo per i documenti variava tra i 75 euro per una carta d’identità ed i 2mila euro per un passaporto. Centro nevralgico per gli affari , ovviamente, la zona di piazza Garibaldi, dove il clan Contini domina da anni. Nell’indagine sono finite anche decine di società di import-export di prodotti contraffatti con il Medio Oriente e con l’Africa, gestite al 50% da prestanome della criminalità campana e da soggetti stranieri. Tra i traffici potrebbero essere finite anche le oltre 1000 carte d’identità rubate dalla cassaforte del comune di Boscotrecase, nella zona vesuviana, un bottino che secondo le stime degli esperti potrebbe valere circa 400mila euro.

 Articolo originale pubblicato su Agoravox

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