Utopia ed Eterotopia in Picnic sul Ciglio della Strada (Stalker), di Arkadi e Boris Strugatski

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“Che fai preghi?” gli chiedo. “E prega” gli dico “prega pure! Più entri nella Zona, più ti avvicini al cielo…” (pag.27)

“Temer si dee di sole quelle cose | c’hanno potenza di fare altrui male; | de l’altre no, ché non son paurose.” (Dante, Inferno, II, 88-90)

Romanzo seminale della letteratura fantascientifica mondiale, un genere che nella letteratura sovietica, dominata dal realismo socialista (in cui la rappresentazione del domani doveva al massimo essere individuata nel presente),  la SF stessa  considerata nell’ex URSS un ramo del genere fantastico-scientifico (naučnaja fantastika), Picnic sul ciglio della strada, scritto nel 1971 e pubblicato sulla rivista Avrora in tre puntate nel 1972 (per otto anni, fino al 1980, non ha avuto l’autorizzazione ad essere pubblicato in formato libro, la versione integrale senza tagli e censure è stata pubblicata solo nel 1990), dei fratelli Arkadi e Boris Strugatski,  linguista l’uno e astronomo l’altro, è uno squarcio metafisico sull’incubo nucleare, sulla decadenza del mondo occidentale, in cui echeggia, anche contro le intenzioni dichiarate degli autori, la stagnazione economica, etica e morale del periodo brezneviano, condizione ideale per generare Utopia; un romanzo ai confini dell’umano, in cui l’ideale illuministico della ragione universale, della centralità dell’uomo perfettibile, onnipotente ed autodeterminato, è posto davanti al riflesso di una vera e propria crisi epistemologica e morale.

Poco incoraggiata dall’establishment sovietico, preoccupato per il potenziale sovversivo della letteratura utopistica, definita come un idealismo profondamente e strutturalmente avverso alla politica (in: F. Jameson, Archeologies of the Future, infatti la caratteristica fondamentale di ogni Utopia sta nella dialettica tra identità e differenza), a partire dagli anni ’70, i pochi titoli di fantascienza disponibili in URSS, nonostante il vaglio della censura, iniziarono a raggiungere il rango di opere di culto presso un pubblico limitato ma significativamente rappresentativo della intelligentsia tecnica, che iniziava a cogliere nei romanzi di SF, come quelli dei fratelli Strugatski, le avvisaglie premonitrici di un un sistema prossimo al suo crollo, in una società dove i sogni diventavano necessariamente utopie, in una percezione del mondo dove tutto ciò che aveva un significato accadeva altrove.

Se si considerano le due caratteristiche fondamentali del discorso della SF classica, una cronotopia in cui l’effetto di straniamento cognitivo è sviluppato principalmente nelle aree del Landscape (il paesaggio o l’ambiente) e dei Corpi (l’aspetto umano o non umano dei personaggi), la fantascienza sovietica degli anni ’70, in particolare la strategia testuale che troviamo nella fabula di Picnic sul ciglio della strada, indagata sotto l’aspetto della creazione di altri mondi, è uno spazio dell’Eterotopia, più che dell’Utopia o della Distopia, un luogo altro, una specie di contestazione al contempo mitica e reale dello spazio in cui vivevano gli autori ed i lettori, intesi anche come lettori modello. Una visione escatologica di apocalittica grandezza, un’intersezione fatale di tempo e spazio in cui il rapporto tra Immaginazione e Fantasia non può essere disgiunto dal suo essere storicamente determinato dai rapporti di produzione che, nel caso sovietico, spingevano verso una semplificazione drammatica il compito dell’immaginazione letteraria.  All’Utopia, e solo all’Eterotopia, poteva competere il compito di abbattere quel modo di produzione, ed era proprio l’Utopia che la censura combatteva con le sue polizie intellettuali e spie.

A dispetto del patto finzionale che inviterebbe a leggere in Picnic sul ciglio della strada un testo di SF, nella passeggiata inferenziale che percorriamo attraverso il testo, lo spazio letterario di questo romanzo è un territorio ontologicamente ibrido, sospeso tra reale ed immaginario, abitato da un phantasma che richiede al lettore di posizionarsi in una dislocazione peculiare, parassitando il mondo reale, mettendo tra parentesi la maggior parte delle cose che si presume di sapere su di esso, determinando le relazioni di prossimità tra punti ed elementi per abduzione.

Nel plot essenziale, l’azione è ambientata a Marmont (Harmont nella versione originale), una cittadina che si trova ipoteticamente in Nordamerica, nei pressi di un’area chiamata la Zona,  una delle sei esistenti su tutta la Terra, un’area contaminata ed abbandonata, un distretto industriale grigio; uno scenario post-atomico il cui accesso è severamente vietato e ristretto solo ad esperti indicati dall’ONU e da un istituto internazionale che si avvale di robot per entrare nelle aree più pericolose, protetto da militari e barriere di filo spinato.  Intorno alla Zona si è sviluppato un fiorente mercato nero degli oggetti, tecnologicamente fantastici e bizzarri, che vengono trovati da speciali cacciatori di artefatti, i quali riescono ad introdursi furtivamente, a rischio della propria vita, evitando le aree dove si verificano degli strani fenomeni microclimatici, o dove si racconta che avvengano delle alterazioni sensoriali e percettive inspiegabili.

…nella Zona (…) per quel giorno non ci posso andare. E neanche il giorno dopo, o quell’altro ancora. E’ chiaro che i cari signori poliziotti hanno deciso di tenermi sotto osservazione, che non mi hanno dimenticato e, se anche ne avessero avuto l’intenzione, qualcuno glielo ha ricordato. Nessuno Stalker, a meno che non abbia proprio perso la testa, si avvicina di un passo alla Zona, se sa di essere controllato.  Adesso mi toccherà cacciarmi nell’angolo più nascosto della Terra. (pag.21)

Protagonista del romanzo è una guida, un trafugatore di artefatti della Zona, Redrich “Red” Schouart, un giovane e disperato Stalker senza fissa occupazione, padre di una bambina mutante, gravemente ammalata di una sindrome genetica.  Stalker, il termine inglese che gli autori usano nel romanzo in lingua originale, all’epoca in cui è stato scritto il romanzo non aveva ancora il significato che oggi viene riconosciuto anche nella lingua italiana, ovvero quello di “persecutore ossessivo di una persona”. Stalker viene dal verbo Stalk, di derivazione proto-germanica, e può essere tradotto con “camminare con circospezione, furtivamente”, indicando anche un “cacciatore in agguato, colui che insegue la preda”,  invitandoci a leggere il discorso narrativo congetturando sui criteri che reggono la struttura del gioco finzionale.

Solleva la testa dalla carta e si appoggia alla finestra. E anche io mi ci metto. I vetri delle nostre finestre sono spessi, e al di là dei vetri della Zona, eccola lì, a portata di mano, dal tredicesimo piano sembra una torta su un piatto di portata… E’ proprio così, se ti metti a guardarla, una terra come un’altra. Il sole vi splende come su qualsiasi altra terra e sembra che nulla sia cambiato, sembra che tutto sia ancora come tredici anni prima. Mio padre buonanima potrebbe guardarla e non notare nulla di particolare, magari chiederebbe “Perchè quella fabbrica non fuma, che c’è uno sciopero?” Coni di roccia gialla, camper che brillano al sole, binari, sui binari una locomotiva con i vagoni scoperti…Un paesaggio industriale, in poche parole. Solo che non ci sono le persone. Nè vive, nè morte. Ecco, si vede anche il garage: un budello: un lungo budello lungo e grigio, le porte spalancate e sulla piazzuola asfaltata i camion fermi. Stanno lì da tredici anni e non succede niente. Dio ci guardi dal finire tra due macchine, bisogna girarci intorno…Lì, c’è una fenditura nell’asfalto, a meno che nel frattempo non ci siano cresciuti dei rovi… (pag. 24-25)

Come annotato da Stanislaw Lem (in About the Strugatskys’ “Roadside Picnic”Science Fiction Studies Vol. 10, No. 3 (Nov., 1983), pp. 317-332), a parte l’informazione paratestuale e quella del dr. Peelman (descritto come un premio Nobel) nel primo capitolo del romanzo,  la strategia degli autori è, in primo luogo, quella di preservare il lettore dal mistero degli alieni. Non si sa che forma hanno, se esistono davvero, benchè i fenomeni anamorfici che avvengono nella Zona sembrerebbero delle trappole che testimoniano un loro passaggio sulla terra.  In secondo luogo, in Picnic sul ciglio della strada, la strategia testuale pertiene alla reazione degli umani rispetto all’unusual encounter con una ipotetica civiltà aliena. La cecità e le malattie che colpiscono con statistiche anomale gli abitanti di Marmont descrivono l’ambiente come colpito da una calamità, un disastro industriale o nucleare, i cui effetti nefasti si diffondono in maniera invisibile per anni sulla popolazione.

Il testo sceglie di non chiarire cosa è successo nella fase di creazione della Zona lasciando spazio al lettore per inferire senza mai poter possedere gli schemi adeguati per completare la narrazione empiricamente. La descrizione particolareggiata dei fenomeni che avvengono nella Zona fornisce solo il pretesto per credere che ci siano misteri ancora più insoluti man mano che i personaggi si addentrano passeggiando tra “pittoresca” grandezza della vicenda e orribile miseria, tra la natura restrittiva del potere (il divieto di accesso alla Zona, il controllo poliziesco sugli Stalker) e la produzione (flussi desideranti sugli oggetti della Zona, resistenza e violazione delle norme dei divieti).

Mi tolgo la tuta, la butto direttamente sul pavimento – la raccoglierà qualcuno – e mi dirigo alla doccia. Mi chiudo nella cabina, tiro fuori la fiasca, svito il tappo e mi attacco, come una sanguisuga. Sto seduto sulla panca, nelle ginocchia c’è il vuoto, nella testa il vuoto, nell’anima il vuoto, penso solo a mandare giù come fosse acqua. Vivo. La Zona mi ha lasciato andare. Mi ha lasciato andare, la troia. Vigliacca. Vivo. I Novellini non possono capirlo. Nessuno, tranne uno stalker può capirlo. E Lungo le guance scendono le lacrime, per l’alcol o per qualcos’altro, non so. (pag. 41-42)

Il vuoto, lo stato descritto in questo passaggio, descrive efficacemente l’effetto di straniamento provocato dall’esperienza nella Zona, spazio magico ed enigmatico dell’alterità, terra di morte ma allo stesso tempo zona di possibilità,  spazio di flusso nomadico, spazio iniziatico che metamorfizza, annulla le identità.  Non siamo ancora nello spazio letterario postumano, perchè la voce è ancora quella della prospettiva dell’uomo, ma è già un (ex)centrarsi che si muove nell’immaterialità delle informazioni che, incomprensibili alla razionalità umana, provocano un cortocircuito ideologico, un’incapacità nella reale realizzazione del desiderio, caratterizzato proprio da quel vuoto dell’assenza, dal fallimento della interpretabilità delle visioni fantasticate.

…a un tratto lo colpì un’idea terribile: è un’invasione. Non possono cambiare noi, ma penetrano nei corpi dei nostri figli e li cambiano a loro immagine e somiglianza. Rabbrividì, ma ricordò subito di aver letto da qualche parte una cosa del genere, un qualche libro tascabile con la copertina lucida, e questo ricordo lo fece sentire più leggero. Si può inventare qualsiasi cosa. Ma in realtà le cose non vanno mai nel modo in cui vengono inventate. “Uno ha detto che non è più una persona umana” concluse Gutta. (pag.159-160)

Un comportamento umano che opera nella strategia testuale, fornendo uno sfondo logico agli avvenimenti, addomesticando   la Zona, è tratteggiato nel grottesco circo di personaggi e criminali che fanno affari nell’underworld con gli artefatti trafugati dagli Stalker, sicuramente uno dei temi narrativi dominanti. Gli Stalker sono gli unici in grado di penetrare illegalmente nella Zona, generalmente per portare oggetti bizzarri da rivendere al mercato nero, ma talvolta, in cambio di denaro, accompagnano curiosi attratti dalle leggende sui fenomeni paranormali che avvengono nell’area protetta, ritenuta il segno di una visita aliena, come se degli extraterrestri all’ultimo grado della scala di Kardashev si fossero fermati per un picnic, per poi proseguire il loro percorso, lasciando dietro di sè un’intera area di Cosmic Debris.  Un’intera economia parallela della città di Marmont si alimenta del mercato nero creatosi intorno alla Zona, con alberghi e stamberghe che ospitano uomini d’affari, contrabbandieri, prostitute e militari corrotti. A contatto con i pericoli ed i fenomeni paranormali della Zona, le facoltà mentali degli Stalker, come Redrich, sono sottoposte ad un pesante stress, obbligati così a vivere una vita travagliata e borderline, vittime di ansia e paranoia, dediti all’alcool e privi di obiettivi esistenziali.

L’incertezza sulla causa dei fenomeni paranormali che avvengono nella Zona è il pretesto narrativo per creare uno spazio testuale interiore e fantasmatico, nel quale, come verrà adattato successivamente nella trasposizione cinematografica di Andrei Tarkovskij, i personaggi proiettano la loro presenza derealizzata sullo sfondo di un mistero ontologico che riguarda i fondamenti della realtà, la soggettività della percezione e la capacità di controllare e comprendere la visione e la percezione di fenomeni incomprensibili, in cui i confini tra interno ed esterno diventano opachi.

“Newton non ci avrebbe capito niente”.

“Sbaglia a pensarla così. Newton era una persona molto acuta”.

“Si? va bene, Dio l’abbia in gloria, Newton. Ma, insisto, come interpreta lei la Visita? Sia pure non seriamente…”

“Va bene, glielo dirò. Ma devo avvertirla, Richard, la sua domanda rientra nelle competenze di quella pseudoscienza chiamata xenologia. La xenologia è un innaturale miscuglio di fantascienza e logica formale. Alla base del suo metodo c’è un principio sbagliato, l’attribuzione della psicologia umana ad una mente extraterrestre”.

“Perchè è sbagliato?”

“Perchè i biologi a suo tempo fallirono quando tentarono di applicare la psicologia dell’uomo agli animali. E agli animali terrestri, badi bene”.

“Permetta” disse Noonan. “Ma questa è tutta un’altra faccenda. Noi stiamo parlando della psicologia di esseri dotati di ragione…”

“Si. E tutto sarebbe perfetto, se solo sapessimo cos’è la ragione”.

“Perchè non lo sappiamo?” si stupì Noonan.

“Pensi un pò…Non lo sappiamo. In genere si parte da una definizione molto banale: ‘La ragione è quella proprietà dell’uomo che distingue la sua attività dall’attività degli animali’. Questo è, sa, un tentativo di tracciare una linea di demarcazione tra il padrone e il cane, che capisce tutto, ma non può parlare. Del resto, da questa definizione banale ne derivano altre più acute, che si basano su dolorose osservazioni compiute sulla menzionata attività dell’uomo. Per esempio: ‘La ragione è la capacità di un essere vivente di compiere azioni inopportune o innaturali’”.

“Si, questa è per noi” convenne Nooman.

“Purtroppo. Oppure, prendiamo una definizione-ipotesi. ‘La ragione è un istinto complesso che ancora non è riuscito a perfezionarsi’. Con questo si intende che l’attività istintiva è sempre opportuna e naturale. Passerà un milione di anni, l’istinto si perfezionerà e noi smetteremo di compiere errori che, a quanto sembra, sono una caratteristica imprescindibile della ragione. Allora, se nell’universo qualcosa cambierà, noi ci estingueremo felicemente ancora una volta, perchè avremo disimparato a compiere errori, cioè a provare varianti diverse, non previste dal rigido programma….”

“Che quadro avvilente, umiliante…”

“Ecco, allora, ancora un’altra definizione, molto nobile ed elevata. ‘La ragione è la capacità di usare le forze del mondo circostante senza distruggerlo’” (Pag. 140-142)

Il culto per i bizzarri artefatti si alimenta della leggenda relativa all’esistenza di una Sfera d’Oro nel cuore della Zona, inaccessibile anche per gli Stalker, molti dei quali hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’oggetto misterioso. La Sfera d’Oro è ritenuta avere il potere di esaudire i desideri di chi riesca ad avvicinarvisi. Sorta di specchio cosmico, l’intero attraversamento della Zona per raggiungere la Sfera d’Oro è un’allegoria della condizione umana che aspira alla salvezza, in cui i sopravvissuti possono arrivare ai segreti dell’Universo, al mistero di Dio, una volta arrivati a destinazione, ovvero dall’altra parte dello specchio.

Frederic Jameson, nelle sue Archeologie del Futuro, attribuisce ad un testo utopico il carattere di istanza politica di testimonianza autentica dell’impossibilità della speranza. Nella migliore delle ipotesi, un’Utopia serve a renderci più consapevoli delle nostre prigioni ideologiche. Ed è probabilmente questa la risposta che il lettore può ottenere nelle pagine finali del romanzo, quando Redrich lo Stalker si trova davanti la Sfera d’Oro, e possiamo scoprire finalmente, al termine di un cammino tra il bene ed il male (ciò che nella Zona c’è di buono o male per noi) se la sua è un’Utopia egoistica o altruistica.

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