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Archivio mensile:marzo 2016

“No hay banda! There is no band. Il n’est pas de orquestra! This is all a tape-recording. No hay banda! And yet, we hear a band. If we want to hear a clarinette, listen…It’s all a tape. It’s an illusion.”

Nessun regista, ad eccezione di David Lynch e di Quentin Tarantino, ha riproposto la musica nei suoi film con tanta enfasi e vigore, fino a dare origine a delle vere e proprie tendenze.

La colonna sonora di Mulholland Drive è costitutivamente parte della narrazione surreale della fabula, rafforzando la struttura allucinatoria dei piani di realtà del film, in cui la sparizione e lo sfinimento del soggetto viene diagnosticato nell’impossibilità di una forma lineare della narrazione.

La musica accompagna lo spettatore ad arrendersi all’oscurità della visione di Lynch…come se stesse viaggiando lungo una strada sconosciuta e deserta, di notte, nel buio più totale…

Il modo in cui ho iniziato era quello di fare gli effetti sonori su una chitarra,  poi ho iniziato a giocherellarci. Ma l’idea di fare musica era ancora molto lontana.

Mi piace pensare alla chitarra elettrica come un chopper del 1950s abbassato, nero, super-veloce con un basso rombo allo scarico…La chitarra elettrica può essere come un motore. Il suono è quasi come una droga. E’ così puro che quando va nelle orecchie, fa subito qualcosa per te. 

A volte è un paesaggio di un deserto, come il paesaggio del profondo sud. Ma sono le versioni del sogno. Non è un posto che abbia mai visto, è un deserto immaginario ed un profondo sud immaginato.

I personaggi sono lì, e il giorno dopo non ci sono più. E poi il giorno successivo ci camminano. Il personaggio è un’idea. La voce può cambiare in molti modi, e può innescare un carattere. E questo è una specie di momento magico, perché qui arriva un personaggio, canta e suona in un certo modo, ed è così che nasce.

Sono le idee che guidano. Questi sentimenti sono lì, negli elementi, ma non hanno potenza finché tutti gli elementi non si uniscono…Stai camminando per la strada e improvvisamente – Bingo ! – Ecco…

(Collage di interviste a David Lynch)

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Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

La presidenza di Ronald Reagan è rimasta un mistero assoluto per la maggior parte degli europei, mentre gli americani hanno accettato il personaggio con molta più facilità. Ascoltando i suoi discorsi di destra, nei quali fustigava in tono sarcastico il governo centrale spendaccione e infestato dalla burocrazia, vedevo un personaggio rozzo e ambizioso, più simile a quel brutale boss della malavita che aveva interpretato in un film del 1964, The Killers, la sua ultima apparizione hollywoodiana. Nei suoi spot Reagan usava un linguaggio fluido e i toni da perfetto telepersuasore di un venditore televisivo di automobili, per trasmettere un messaggio politico che era l’esatto contrario della dolcezza e della rassicurazione. C’era insomma una netta discontinuità tra le maniere e il linguaggio corporeo di Reagan, da una parte, e il rozzo semplicismo del suo messaggio ultrareazionario dall’altra. Ma quello che soprattutto mi colpiva era il fatto che Reagan fosse il primo uomo politico a sfruttare certe caratteristiche del mezzo televisivo: lo spettatore televisivo faceva poca attenzione, per non dire nessuna, a ciò che egli andava dicendo, e poteva invece benissimo ricavare, dai suoi modi e dalla sua capacità di presentarsi, l’esatto contrario delle parole che uscivano dalla sua bocca. (liberamente tratto da: La mostra delle atrocità, di James G. Ballard)

“President Washington began this tradition in 1790 after reminding the Nation that the destiny of self-government and the “preservation of the sacred fire of liberty” is “finally staked on the experiment entrusted to the hands of the American people.” For our friends in the press, who place a high premium on accuracy, let me say: I did not actually hear George Washington say that.” (Ronald Reagan, State of the Union speech, 26th January 1982)

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so it goes

”E’ un libro contro la guerra?”
“Si,” dissi, “credo.”

“Sa cosa rispondo quando uno mi dice che sta scrivendo un libro contro la guerra?”
“No. Cosa dice, Harrison Starr?”

“Dico: perché non scrive un libro contro i ghiacciai, allora?”
Quello che voleva dire, naturalmente, era che ci saranno sempre guerre, che impedire una guerra è facile come fermare un ghiacciaio. E lo credo anch’io.

E poi, anche se le guerre non fossero come i ghiacciai, ci sarebbe sempre la morte, la morte pura e semplice. (Pag. 13)

“L’esperienza di guerra è la conferma definitiva della capacità umana di ascrivere significato ad un mondo, anche quando quel mondo paia impermeabile ad ogni significazione” (Eric J. Leed – Terra di Nessuno, pag. 6)

“Forse è anche l’età che sopraggiunge traditrice, e ci annuncia il peggio. Non si ha più molta musica in sé per far ballare la vita, ecco. Tutta la gioventù è già andata a morire in capo al mondo nel silenzio della verità. E dove andar fuori, ve lo chiedo, quando uno non ha più dentro una quantità sufficiente di delirio? La verità è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere: morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi io”. (Louis Ferdinand Celine, Viaggio al termine della notte)

“Non c’è niente di intelligente da dire su un massacro” (Kurt Vonnegut)

Pochi romanzi, nella storia della letteratura americana del novecento, possono essere annoverati tra le opere che hanno segnato un’epoca o una generazione, come Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini (Titolo originale: Slaughterhouse-Five, or The Children’s Crusade: A Duty-Dance with Death) di Kurt Vonnegut, pubblicato nel 1969 da Delacorte, all’apogeo del movimento controculturale Flower Power e delle contestazioni contro la guerra in Vietnam.

E io m’interrogai sul presente: quanto fosse vasto, quanto fosse profondo, quanto fosse mio.(Pag.26)

Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini, è un libro sulla guerra che, come dice il titolo originale, danza per dovere con la morte dei giovanissimi soldati mandati a combattere in Europa durante il secondo conflitto mondiale, ma è soprattutto una via di fuga dal trauma della guerra, che Vonnegut ha vissuto in prima persona come prigioniero, a Dresda, nel 1945, nei giorni in cui avvenne il bombardamento che distrusse la città, causando decine di migliaia di morti, uno dei più gravi massacri di civili della storia europea.  Un trauma risolto al termine di una gestazione durata più di vent’anni proprio con lo sviluppo di un procedimento meta-narrativo che ricostruisce il sé oltre i limiti di tempo e spazio, come un processo terapeutico di autocoscienza e di salvazione che si libera dell’assurdità paranoica temporale e storica della propaganda del nazionalismo americano del dopoguerra, fondato sul mito della crescita illimitata dei consumi e sull’esaltazione della potenza militare, ricostruendo un legame con il senso, con il mondo, attraverso la decostruzione del racconto. Un sistema testuale che ancora oggi fa di questo romanzo un testo politico ed uno dei migliori esempi in assoluto di letteratura postmoderna.

…Qualcuno giocava con gli orologi, e non solo con gli orologi elettrici, ma anche con quelli  a molla. La seconda lancetta del mio orologio ebbe uno scatto, e passò un anno, poi ebbe un altro scatto.

Non c’era niente da fare. Come abitante della Terra dovevo credere a tutto quello che dicevano gli orologi…e i calendari. (Pag. 28)

Se il postmoderno in letteratura può essere definito anche come la sovversione dello spazio e del tempo, la percezione dell’impossibilità di una rappresentazione comprensiva, una versione frammentata e non lineare della rappresentazione stessa, nel vuoto di senso storico, allora Vonnegut è riuscito a costruire con i suoi collage, con i suoi personaggi sconnessi con il passato, alcuni dei temi che fanno parte a pieno titolo dell’iconografia postmoderna, benché proprio la crociata pacifista di Vonnegut, che si lamentava del fatto che i suoi libri non venissero letti dai generali e dai senatori, ai quali voleva avvelenare le loro menti con il senso di umanità, lo abbia collocato per anni un gradino al di sotto di altri autori postmoderni di successo.

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