Millennium People di J.G. Ballard. Gentrification e rivolta nichilista

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Non c’è nessun nemico là fuori. Sanno di essere loro il nemico. (Millennium People, Pag.100)

La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione, e ha concentrato in poche mani la proprietà. Ne è stata conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale. (Carl Marx, Manifesto del Partito Comunista)

Se il genere umano scomparisse improvvisamente, un giorno, lasciando però intatte le città in cui abita, un’eventuale civiltà aliena che, in un futuro non troppo lontano, venisse ad esplorare il nostro pianeta, ormai inabitato, potrebbe comprendere la psicologia dei terrestri osservando l’urbanistica e l’architettura delle città.

La città, secondo il sociologo urbano Robert Park, “dei tentativi fatti dall’uomo per rimodellare il mondo in cui vive secondo i propri desideri, è il più duraturo e nel complesso anche il più riuscito” (citato in David Harvey, “Il Capitalismo contro il diritto alla città”, pag. 2). L’uomo, creando la città ha di fatto creato sé stesso.

Prodotto di un cambiamento della geografia attraverso la produzione ed il consumo; mondo creato da sé, di conseguenza, la città, è il mondo in cui l’uomo è condannato a vivere.

Lo spazio urbano è tuttavia un mondo segmentato: abitare, circolare, lavorare, giocare, sono aspetti del vissuto che, nella visione di Deleuze e Guattari, sono segmentati spazialmente e socialmente:

La casa è segmentata secondo la destinazione delle sue stanze, le strade in funzione dell’ordine della città, la fabbrica secondo la natura delle mansioni e delle operazioni. Siamo segmentati binariamente, secondo grandi opposizioni duali: le classi sociali, ma anche gli uomini e le donne, gli adulti e i bambini, etc. Siamo segmentati circolarmente in cerchi sempre più vasti, in dischi o corone sempre più larghi, alla maniera della “lettera” di Joyce: i miei affari, quelli del mio quartiere, della mia città, del mio paese, del mondo…Siamo segmentati linearmente, su una linea retta, su linee rette, dove ogni segmento rappresenta un episodio o un “processo”: non appena abbiamo finito un processo ne iniziamo un altro, eternamente proceduristi o procedurati, famiglia scuola, Esercito, lavoro e a scuola ci dicono: “Non sei più in famiglia”, e nell’Esercito ci dicono: “Non sei più a scuola”. A volte i diversi segmenti rinviano a individui o a gruppi differenti, altre volte è lo stesso individuo o lo stesso gruppo a passare da un segmento all’altro, ma queste figure di segmentarietà, la binaria, la circolare, la lineare, sono sempre prese l’una nell’altra, si trasformano a seconda del punto di vista. (Deleuze, Guattari, “Mille Piani”, pag. 265)

Indispensabile per comprendere come si è configurato questo spazio urbano è il ruolo che vi ha svolto l’industrializzazione, il processo che nell’ultimo secolo ha formato e riformato il processo urbano, creando e ricreando le forze sociali.

Secondo l’interpretazione di David Harvey, le città moderne si sono sviluppate per facilitare lo smaltimento dell’eccedenza di prodotto, dunque, semplificando, l’urbanizzazione è sempre stato un fenomeno di classe ed è il capitalismo stesso ad aver prodotto la città per assorbire i prodotti eccedenti che produce.

Questo processo, a partire dalla fine degli anni ’70, sostituito dalla “deindustrializzazione” e dalle dinamiche economiche, comunicative e sociali causate dalla globalizzazione, ha visto continuare la crescita e diffusione degli urban sprawl, i quali stanno modificando il paesaggio europeo consumando suolo e trasformando l’organizzazione sociale di milioni di persone, creando nuove centralità periurbane in cui il potere si distribuisce, diffondendosi, e desimbolizzandosi in città ed ambienti urbani a maggiore o minore carica di funzioni politiche, di mercato, di terziario (banale o avanzato), di vocazione turistica, di presenza o assenza di funzioni produttive, etc.

Tutta una serie di post-aggettivazioni vengono così usate per descrivere un fenomeno urbano che Henri Lefebvre, alla fine degli anni ’60, osservava nei processi congiunti di implosione ed esplosione, densificazione e concentrazione (soprattutto nelle aree centrali), in cui il valore d’uso iniziava a subordinarsi al valore di scambio, causando l’esplosione della città tradizionale: il suolo diventato merce, lo spazio indispensabile per la vita quotidiana che si vende e si acquista, la vitalità stessa della città scomparsa davanti alla generalizzazione del prodotto urbano.

L’esplosione della città tradizionale, la concentrazione del potere in centri di decisione che concentrano ricchezza, forza repressiva ed informazione, ha permesso processi multiformi di segmentazione e segregazione, separati gli uni dagli altri nello spazio. Il sistema politico moderno, così come si è configurato, è un tutto globale, unificato ed unificante che implica un insieme di sottosistemi giustapposti, in cui le decisioni sono distribuite in reti e nodi distribuiti nello spazio per frazionamenti e processi parziali.

Tutto questo processo non sarebbe potuto avvenire se, però, nello stesso tempo, la città non avesse la sua forza nella concentrazione di realtà e soggetti che interagiscono tra di loro in maniera non programmata, in una serendipity che costituisce la ragione stessa dell’urbano, e che ne fa un tratto essenziale dell’animal spirit capitalistico. La città rimane il luogo dove accadono le cose.

Ci si potrebbe chiedere se questa urbanizzazione ha reso l’umanità migliore? Oppure ha creato nuove forme di anomia, rabbia, frustrazione ed alienazione sconosciute al genere umano?

La grande metropoli è anche il luogo che produce un’intensificazione della vita nervosa, per Georg Simmel, stimolata dal rapido ed ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori ed interiori.

Fretta, maleducazione, irrequietezza, arroganza, disprezzo, eccitabilità, ansia, ricerca di novità e di grandezza, pretese di onniscienza e quindi prescienza, irritabilità, preoccupazione, ipocondria, etc.; i caratteri sintomatici delle nevrosi e delle patologie urbane minano ogni piacere e possono essere catalogati all’infinito, ascrivendosi al particolare tipo umano prodotto dalle grandi metropoli a partire dall’inizio del ‘900. Essere nevrotici in una grande città non è considerato un sintomo di disordine mentale, spesso viene associato con l’avere un legame con l’essere intellettuali, o avere una particolare sensibilità.

La specifica personalità dell’abitante della metropoli, l’individuo blasé, è basata su relazioni caratterizzate dall’anonimato, dall’indifferenza, dall’individualità e dal distacco. La stessa formazione dei gruppi non è un processo rigido ed oggettivo, nel quale gli individui possono venire assegnati ad un gruppo sulla base di identità fisse e permanenti.

Gli stessi movimenti sociali urbani che si costituiscono in risposta ai bisogni indotti dalla vita urbana sono basati su identità collettive porose, dall’affermazione soggettiva di affinità con un determinato gruppo ed il riconoscimento dell’appartenenza a quel gruppo da persone che si identificano in altri gruppi sociali. L’identità collettiva viene costruita così attraverso un network di relazioni fluide in cui gli individui identificano sè stessi e gli altri in termini di gruppi, facendo sì che l’identità dei gruppi si evolva e si modifichi insieme ai cambiamenti dei processi sociali. Ciascun individuo è al centro di una rete di potenziali identità multiple. (Iris Marion Young cit. in: “Geografia Politica”, di J. Painter, A. Jeffrey)

L’evoluzione di un gruppo sociale in un movimento necessita della costruzione discorsiva degli elementi che differenziano quel gruppo dagli altri, elevandoli ad oggetto di rilevanza politica. La costruzione discorsiva che si realizza dipende dalla combinazione di risorse che un determinato gruppo è in grado di mettere in campo, ed ha sempre una sua razionalità intrinseca.

Pertanto, nello spazio urbano, ogni costruzione discorsiva ha la sua razionalità, o irrazionalità, fuori da qualsiasi ambito referenziale.

Gentrification e rivoluzione. 

“Ed è per questo che non siamo soddisfatti di noi stessi. Io non mi piaccio, e nemmeno tu ti piaci, David. (…) La gente non si piace al giorno d’oggi. Siamo una classe di redditieri, un retaggio del secolo scorso. Tolleriamo tutto, ma sappiamo che i valori liberali sono fatti apposta per renderci passivi. Pensiamo di credere in Dio, ma siamo terrorizzati dal mistero della vita e della morte. Siamo profondamente egocentrici, ma non riusciamo ad affrontare l’idea del nostro io finito. Crediamo nel progresso e nel potere della ragione, ma siamo assillati dai lati più oscuri della natura umana. Siamo ossessionati dal sesso, ma temiamo l’immaginazione sessuale e dobbiamo essere protetti da enormi tabù. Crediamo nell’eguaglianza, ma detestiamo le classi inferiori. Temiamo i nostri corpi e, più di qualsiasi cosa, temiamo la morte. Siamo un incidente della natura, ma pensiamo di essere al centro dell’universo. Siamo a pochi passi dall’oblio, ma in qualche modo speriamo d’essere immortali…”

“E tutto questo è colpa del…ventesimo secolo?”

“In parte ha contribuito a chiuderci le porte in faccia. Viviamo in un carcere a blando regime, costruito da generazioni precedenti di detenuti. In un modo o nell’altro dobbiamo evadere. L’attentato al World Trade Center del 2001 è stato un coraggioso tentativo di liberare l’America dal Ventesimo secolo.” (Millennium People, Pag. 126-127)

J.G.Ballard, nel suo penultimo romanzo, Millennium People,  scritto nel 2003, terzo di una trilogia in cui vengono indagati con una tecnica narrativa da Crime Story i labirintici incubi delle nuove ed insidiose forme del potere e della violenza nelle enclave “comunitarie” che, governate da una patologica noia viziosa, si oppongono alle norme sociali, nello spazio urbano, l’attenzione tipicamente ballardiana rivolta agli effetti psicologici dell’ambiente fisico “esterno” sugli individui, è dedicata ad un soggetto, il neoliberismo, in una particolare ambientazione psicogeografica: l’impatto sociale del neoliberismo sulla sua principale creatura: la Middle Class della Città Globale.

Costruita sul sito di un’ex officina del gas, Chelsea Marina era destinata a un ceto di professionisti salariati desideroso di conservare i propri tabù tribali – scuole private, una cultura da dinner-party e un’avversione mai ammessa per le classi “inferiori”, che includevano operatori della City, consulenti finanziari, produttori discografici e la lumpen-intellighenzia dei pubblicitari e dei giornalisti titolari di rubriche. Tutti costoro sarebbero stati bocciati dal comitato di ammissione, anche se quasi tutti avrebbero trovato Chelsea Marina troppo modesta e perbene per i loro gusti più ariosi. (Millennium People, pag. 50)

La voce narrante del romanzo, David Markham, è uno psicologo che, indagando sull’esplosione di una bomba all’aeroporto di Heathrow, in cui perde la vita la sua ex moglie,  riesce ad infiltrarsi come spia della polizia in un gruppo di protesta che ha sede a Chelsea Marina, nel cuore della Middle Class londinese,  diretto da un carismatico medico pediatra, John Gould, il cui obiettivo sembra essere la distruzione del ventesimo secolo. David si trova così invischiato in una rivoluzione, inizialmente, “così cortese e perbene che non se n’era accorto quasi nessuno”, in cui, nello sviluppo del racconto, le sue stesse certezze sull’organizzazione della società iniziano a vacillare.

“I ceti medi dovrebbero essere la spina dorsale della società, con tutti i loro doveri, le loro responsabilità. Ma le vertebre sono incrinate. Le qualifiche professionali non valgono niente: una laurea in lettere è come un diploma in origami. Quanto alla sicurezza, non esiste. Un computer del tesoro decide che i tassi d’interesse dovrebbero salire di un punto e io mi ritrovo a dovere al direttore della banca un altro anno di duro lavoro.” (Millennium People, Pag. 75)

In Millennium People, Ballard spinge all’estremo le sue considerazioni sulle trasformazioni sociali che sono avvenute con i processi di gentrification nella Inner London, un fenomeno che avviene (è sempre il caso di ricordarlo) quando la domanda di spazio di vita e di lavoro supera l’offerta nella città in cui una nuova classe di redditieri desidera vivere.

E’ un fenomeno certamente non nuovo nella capitale britannica. Dalla fine della seconda guerra mondiale, il mercato immobiliare di Londra ha avuto una crescita costante. Case di prima categoria che negli anni ’40 avevano un valore medio di 5.000 sterline, negli ultimi due decenni, nonostante una bassa inflazione, hanno visto moltiplicarsi i valori immobiliari. La stessa casa che dopo la fine della guerra costava 5.000 sterline, oggi potrebbe valerne 5 o 10 milioni di sterline.

Avanguardia dei newcomers nei quartieri presi di mira da questo processo sono in genere persone creative ed avventurose, giovani professionisti della Service Class (la classe dei servizi professionali e finanziari), in genere più ricchi (o potenzialmente più dinamici dal punto di vista professionale) dei già presenti.

I processi di gentrification che hanno interessato Londra a partire dagli anni ’60 hanno investito anche gli spazi pubblici, del commercio al dettaglio e dell’occupazione, generando una domanda di negozi, ristoranti, e servizi di alto livello, che hanno trasformato completamente l’ambiente sociale e culturale, e generalmente provocato l’espulsione verso le periferie degli abitanti di classi sociali inferiori, o etnicamente connotate, creando spazi di cittadinanza che implicano un continuo processo di frammentazione urbana ed esclusione sociale tra insiders e outsiders.

E’ questa una forza di cambiamento urbano, condotta dalla Middle Class, che ha come conseguenza immediata la crescita dei valori immobiliari, e che viene accelerata (o rallentata) da vari fattori, come la natura di un quartiere, i flussi finanziari, la disponibilità di terreni o fabbricati, i poteri e le articolazioni di diversi livelli di governo, le priorità nelle scelte pubbliche, la disponibilità dei proprietari a vendere o affittare casa, il gusto personale, etc.; ed ha segnato in molte città il passaggio da un approccio pubblico ad uno privato ed orientato al mercato dello sviluppo urbano.

“Vacanze a buon mercato, alloggi troppo costosi, un’educazione che non dà più nessuna sicurezza. Chiunque guadagni meno di 300.000 sterline l’anno non conta praticamente niente. Sei solo un proletario con un completo a tre bottoni. (Millennium People, Pag. 126)

In Millennium People, la Middle Class, protagonista dei fenomeni di gentrification, viene vista da Ballard come la nuova classe sfruttata (da tasse, consumi, rendita immobiliare, sussunzione nelle dinamiche di stabilità sociale, etc.) e quindi un potenziale soggetto rivoluzionario. 

Vogliono abbattere il complesso, darci la buonuscita e raderlo al suolo. Poi chiameranno Foster e Richard Roberts per progettare enormi palazzi di appartamenti di lusso”(…) Ci hanno strizzato fino all’osso, e non c’è niente di inafferrabile in una mano che ti prende per le palle. L’amministrazione comunale ha appena fatto dipingere la doppia riga gialla dappertutto. (…) Possono fare qualsiasi cosa. Queste sono strade pubbliche. E così ci hanno graziosamente forniti di parchimetri. Kay deve pagare per posteggiare davanti a casa sua. (…) Per l’amor di Dio, abbiamo investito fino all’ultimo centesimo in Chelsea Marina. Siamo tutti incastrati da ingenti ipoteche. La gente paga rette scolastiche da capogiro, e la banca gli sta con il fiato sul collo. Inoltre dove possiamo andare? Nel cupo Surrey? In un posto a due ore di treno, a Richmond o a Guilford?(…) Siamo in trappola come la vecchia classe operaia nelle sue case di ringhiera. Le professioni basate sulla conoscenza sono l’ennesima industria estrattiva. Quando le vene si esauriscono, veniamo scaricati come un sacco di software scaduto. Mi creda, capisco bene perchè i minatori sono entrati in sciopero. (Millennium People, Pag. 74-75)

Chelsea, il quartiere di Londra in cui si sviluppa il racconto, non è un quartiere di recente gentrificazione. Fin dai tempi vittoriani è un’area alla moda, preferita da molti artisti, in cui la ricchezza alla fine ha prevalso sulla raffinatezza e sulle tendenze innovative. Tuttavia negli ultimi due o tre decenni l’area urbana ha subito una vertiginosa trasformazione economica, con un afflusso di ricchezza che ha colpito i residenti meno ricchi.

Negli ultimi vent’anni, una parte dell’elìte tradizionale di Londra, come gli avvocati, gli architetti e gli accademici, sono stati spinti fuori dalle loro enclave a Mayfair, Chelsea ed Hampstead da un afflusso di investitori globali super ricchi, causando una reazione a catena di gentrification in tutta la capitale britannica, spostandosi in aree che prima consideravano indesiderabili, provocando a catena una spinta che costringe i residenti a basso reddito ai margini della città.

Questi processi che si verificano nelle fasce più alte del mercato immobiliare creano effetti di risonanza su tutta Londra, provocando in alcune aree un drammatico innalzamento dei prezzi delle abitazioni.

In un contesto di questo tipo, che caratterizza con dinamiche più o meno simili tutte le principali metropoli europee, nell’incapacità di presa analitica sul reale da parte delle figure cardine della politica moderna (lo Stato, la classe, il partito, etc.), tramontata una teoria dell’emancipazione in grado di arginare la tensione verso interessi individuali e privati, il soggetto sociale potenzialmente rivoluzionario intravisto da Ballard, la Middle Class, più che considerarsi un divertissement, o una sottile provocazione, può essere ritenuto plausibile ben oltre la fiction letteraria.

Guarda il mondo intorno a te, David. Cosa vedi? Un interminabile parco a tema, dove tutto è stato trasformato in intrattenimento. Scienza, politica, educazione sono altrettante giostre di una fiera. Per quanto triste, la gente compra i biglietti e sale  bordo. (Millennium People, Pag. 60)

Spazio urbano e quotidianità

Violenza ed aggressività, nell’ultimo sguardo su Londra di Ballard, sono endemici e fuori dall’orizzonte morale. Gli spazi astratti di Chelsea Marina, sorta di “micronazione” in cui si sviluppa il racconto, diversi dalle strutture in cemento del funzionalismo modernista che ha caratterizzato gli interventi urbanistici a Londra dopo i bombardamenti tedeschi, sono la rappresentazione di un’isola psicogeografica dove sono ancora possibili esperienze autentiche, in cui tempo, tecnologia e psicopatologia possono essere sperimentati, riordinati e ricambiati in una eterotopia che si colloca dentro e fuori dall’ordine del discorso dominante, creando da sé le proprie regole.

Tutti sognano la violenza, e quando tanta gente fa lo stesso sogno significa che sta per succedere qualcosa di terribile… (Millennium People, Pag. 55)

La città che fa da sfondo, il suo frammento totalizzante o (micro)cosmologico, è un paesaggio fluido dove il tempo libero è una variabile che contende forza dinamica al valore del possesso dei beni di lusso lungo la linea ideale del costo opportunità nelle professioni precarie del terziario avanzato.

Il tempo libero nei frammenti della vita quotidiana individuale nello spazio urbano è una sequenza di momenti (così come nell’interpretazione di Henri Lefebvre) con propria memoria, propria durata, proprio contenuto, propria consistenza morfologica ed ognuno di questi momenti può diventare assoluto, una festa individuale vissuta su un piano diverso dalla quotidianità. Ogni momento quindi è una possibilità di liberazione totale, creazione di senso ed è un momento in grado di creare le situazioni, dettando un ordine nel caos dell’ambiguità del quotidiano

…dato che è il momento a creare le situazioni tenendo presente il rapporto congiuntura-struttura per cui “congiuntura è quasi la situazione e il momento è quasi la struttura”(…)una via di fuga, quindi, da un totale eterogeneo di elementi di un quotidiano che si pone come mediatore tra natura e cultura.  (P. Stanziale, “Visioni della quotidianità”, pag.21)

Laddove per Guy Debord sia il momento che la situazione sono tesi verso l’assoluto con coscienza di passaggio, essendo il massimo del momento dato da un insieme di situazioni collegate ad uno stesso tema, che è il desiderio realizzato.

Il piano urbano e postcivile della Londra ballardiana è un’armatura architettonica che ridisegna costantemente i suoi codici di significazione in un dedalo di trasformazioni che ridefiniscono i contorni dello spazio pubblico e privato attraverso l’azione dell’industria culturale, che attivando con continuità il consumo, promuove stili di vita normalizzati ed allineati al piano del capitale, che ne manipola così le false necessità, con l’obiettivo di realizzare un consumo programmato che incoraggia le illusioni ed allo stesso tempo contribuisce a stabilizzare gli individui al loro posto nella struttura sociale.

Il ruolo dei media nella costruzione dei modelli di consumo è fondamentale ai fini della stessa riproduzione sociale:

…utilizzando delle rappresentazioni simboliche, mirano ad una acquiescenza effettiva dei dominati. Questa stimolazione del consumo si rivolge particolarmente ad una classe media consolidata e désidéologisée e si attua mediante il marketing e la pubblicità che utilizzano delle micromythologies pianificate ma che, allo stesso tempo, mascherano, strumentalmente, il dominio di classe che esiste nella società. A partire da questa constatazione, il registro soggettivo dell’immaginario acquista un’importanza particolare. (P. Stanziale, “Visioni della quotidianità”, pag.22)

Il soggetto di questo spazio è percepito allo stesso tempo come integrato in un sistema che interessa tutto il tessuto sociale, accondiscendente ai bisogni di funzionalità, pianificazione e razionalità, ibridato in un ambiente sociale nel quale l’inerzia e la routine si impossessano del vissuto, e dal quale può essere espulso in qualsiasi momento per effetto della destabilizzante entropia sociale della città globale.

Nel cuore dell’economia globale, all’ombra dei dispositivi di comando ed obbedienza, il processo di addomesticamento che si attua mediante forme sofisticate di controllo sociale, provoca una gamma inesauribile di desideri propagandati e vissuti come fossero naturali. La tirannia diventa docile, un morbido totalitarismo, ossequioso come un cameriere che serve del buon vino, e accompagna la suburbanizzazione dell’anima. Non è permesso disturbare nel gioco di gruppo.

…è solo qui che il sistema delle classi è uno strumento di controllo politico. Il suo vero compito non è reprimere il proletariato, ma tenere sotto controllo i ceti medi, assicurarsi che siano docili e sottomessi. (…) La gente qui è vittima di una potente illusione, il sogno borghese nella sua totalità. E’ tutto quello per cui vivono: un’educazione liberale, responsabilità civica, rispetto della legge. loro possono anche pensare di essere liberi, ma sono intrappolati ed impoveriti. (Millennium People, pag 79)

La Londra di Chelsea Marina è un non luogo, un’area di transito, espressiva della airport culture, la sua trasformazione in uno spazio eterotopico cambia la natura dello spazio pubblico in una terra di nessuno, il cui dominio fa emergere il bisogno di una via di fuga.

La linea dell’abolizione

La rivolta è un’insurrezione locale che non è contro il potere in generale – un’ideazione metafisica – ma, senza dimostrare una visione parziale del mondo (come potrebbe: l’essere rivoltante è la verità della finitezza che noi siamo a noi stessi), evoca il luogo dove la vita veramente resiste.  (Pierandrea Amato, La Rivolta, pag.47)

Il legame tra politica ed esistenza, alla base delle rivoluzioni urbane che, dal 1848 al 1968, si sono sviluppate nelle capitali europee, spesso ha costituito un tratto indefinito e generico delle motivazioni che univano lavoratori disoccupati ed utopisti borghesi, per i quali l’idea di una repubblica sociale era l’unica risposta alle diseguaglianze generate dalla società capitalistica e censitaria dell’Ottocento e del primo Novecento. E’ questa genericità un’indeterminazione molecolare della natura umana, la quale ribaltando la logica della bio-politica statuale del ventesimo secolo, tende a rompere il nesso tra geografia, natura umana e politica che costituisce il fondamento spirituale dell’incubo storico dell’ultimo secolo.

Una relazione tra politica e vivente collide necessariamente con qualsiasi strategia bio-politica interessata alla vicenda dello Stato. Le rivolte urbane, al di là delle sintesi politiche che ne definiscono scopi o che le collocano, addomesticandole, su un piano di razionalità storiografica, sono manifestazioni molteplici e molecolari e per questa ragione irrapresentabili.

“I mezzi se sono abbastanza disperati, giustificano il fine.” (Millennium People, Pag. 144)

E’ quando la rivolta passa il segno e diventa Terrorismo che l’eccedenza di realtà si impone nel mondo. La rivoluzione della Middle Class di Millennium People, per quanti sforzi faccia per spezzare le catene, non raggiunge i risultati sperati ed i ribelli ritornano a Chelsea Marina, nelle loro case, più docili di prima. Nel mondo realmente pacificato, per il carismatico dottor Gould, per il quale evidentemente il postmoderno è oppresso da un surplus di significato,  i soli atti che avranno un significato sono atti di violenza senza senso, che non avanzano nessuna causa, per quanto sbagliata.

Dobbiamo scegliere bersagli privi di senso. Se il tuo bersaglio è il sistema monetario globale, non attacchi una banca. Attacchi la sede Oxsfam della porta accanto. Deturpi il cenotafio, spruzzi Agent Orange sul Chelsea Physic Garden, bruci lo Zoo di Londra. Siamo nel ramo della creazione del disagio. (…)Un gesto privo di senso ha un significato speciale tutto suo. portato a termine con calma, scevro da qualsiasi emozione, un gesto privo di senso è uno spazio vuoto più vasto dell’universo che lo circonda. (…) La violenza è come un incendio della boscaglia, distrugge un sacco di piante ma rinvigorisce la foresta, spazza via il sottobosco soffocante, così possono crescere più alberi. Dovremo pensare ai bersagli giusti. Bisogna che siano del tutto insensati… (Millennium People, Pag. 157-158)

La rivolta così si trasforma in gesto nichilistico, indifferente per la cosa del mondo, tuttavia un gesto di passione per l’assenza del mondo. L’assenza di ogni movente razionale scardina nei fatti uno dei caposaldi del liberalismo, il quale presuppone proprio la razionalità individuale e comportamenti leali a fondamento dell’esistenza di mercati perfettamente efficienti.

La via di fuga dall’apocalisse “imbottita” che offre Gould è una via di fuga disperata che supera la linea della passione di abolizione del flusso di desiderio, la distruzione pura contro cui Deleuze e Guattari mettevano in guardia, relativamente al suo oltrepassamento, alla base della domanda cruciale “Perchè il desiderio desidera la propria repressione?” Perchè l’uomo desidera il fascismo? Perchè questa pulsione di Morte? Perchè la linea di fuga è una guerra contro il mondo da cui si può venire distrutti?

E’ una domanda a cui nemmeno Deleuze e Guattari riuscirono a rispondere risolutivamente. Il desiderio, essendo concatenato, anche al livello delle linee di fuga, viene tracciato dal concatenamento che crea la macchina da guerra. Le mutazioni conducono a questa macchina, che non è propriamente da guerra, nel senso che non è la guerra il suo oggetto, ma la deterritorializzazione, il passaggio di flussi mutanti. Il Fascismo da questo punto di vista è una risposta assolutamente umana al disagio indotto dal mutamento, in quanto si costruisce su una linea di fuga intensa, che si trasforma in linea di distruzione ed abolizione pura. Le folle negli anni ’30 applaudivano i fascisti, che promettevano loro la morte, perchè volevano questa morte che passava per quella degli altri.

E’ lo stesso Ballard, in un’intervista pubblicata sul Guardian nel 2004  a descrivere come Richard Gould sia la rappresentazione di una paura dell’autore, quella di un neofascismo strisciante, razzista, vizioso e sapientemente estetizzato, come conseguenza della globalizzazione, che cova silenzioso tra la noia e l’inerzia dei quartieri delle aree urbane più esposte alla gentrification, in attesa del suo giorno di gloria.

Una paura che, nel bagliore del sole dello spettacolo consumista, perso ogni senso di distanza critica alle realtà del capitalismo e della globalizzazione, Ballard lascia in sospeso per il suo ultimo romanzo, Regno a venire.

Dello stesso autore:

Il postliberalismo in “Regno a Venire” di Ballard. Geofilosofia ultra-feticista e incubo totalitario…

Inner Space e immaginario sociale in Atrocity Exhition, di J.G.Ballard

Crash! The Dark Side of the Human

Critica e psicopatologia dell’architettura funzionalista in High Rise di J.G.Ballard

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