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Lo scandalo della CPL Concordia ha investito il mondo delle cooperative italiane, tra Corruzione, Mafia e Servizi Segreti. Nelle intercettazioni pubblicate sono emersi gli inquietanti retroscena di un’evoluzione del sistema mafioso di controllo degli appalti, che non si basa più sulle tangenti ma sulle sovvenzioni alle fondazioni private e sulla costituzione di fondi neri all’estero. 

La CPL di Concordia sulla Secchia è un’impresa modello del mondo della cooperazione emiliana e non si può non riconoscere che sia diventata, in 116 anni di storia, un’azienda importante e di livello nazionale. Come si può leggere sul sito, è “un gruppo cooperativo multiutility fondato nel 1899”, attivo in Italia e all’Estero con 1800 addetti, 67 società, 17 sedi e un fatturato consolidato nel 2013 di 415 milioni di Euro.” La “ditta” vanta un volume d’affari che, nonostante la crisi, si è più che raddoppiato dal 2007, quando l’azienda chiuse con 200 milioni di euro di fatturato consolidato, mentre il portafoglio lavori attuale dell’azienda si aggira sui 900 milioni di euro, grazie a contratti con centinaia di clienti, sia pubblici che privati, in Italia ed in diversi paesi esteri, tra cui Grecia, Romania, Algeria, Tunisia, Polonia e paesi del Sud Est asiatico e del Medio Oriente.

Poca roba in verità, se messa a confronto con i dati dei colossi delle cooperative italiane di consumo, come la Unicoop Firenze e Coop Adriatica, che hanno avuto nel 2013 un fatturato netto di 11,2 miliardi di euro, con un ricavo (sotto la voce proventi finanziari) di 431 milioni di euro.

Nel campo sociale, invece, la Legacoop ha un fatturato complessivo di 3,7 miliardi di euro e può contare su 115mila addetti, poco più della metà di Confcooperative, la centrale a cui fa riferimento gran parte del mondo delle cooperative di ispirazione cattolica.

Le tre centrali cooperative, LegacoopConfcooperative e AGCI (Associazione Generale Cooperative Italiane) hanno dato vita, nel 2011, all’Alleanza delle Cooperative italiane, una specie di Confindustria del mondo delle cooperative, che rappresenta circa il 90% delle imprese, 43.000 per un totale di 140 miliardi di euro di fatturato con l’obiettivo di adeguare la cooperazione italiana alle normative europee sulla concorrenza. Sul totale complessivo delle tre centrali, la Legacoop vale il 51% dei ricavi ed il 43% degli occupati.

E’ un mondo, quello della cooperazione, da considerarsi uno dei motori anticiclici dell’economia del paese, potendo contare anche su alcuni privilegi di “settore”, come quelli sul costo del lavoro. In media un’impresa cooperativa sopporta un costo del lavoro inferiore del 21% rispetto a una impresa non cooperativa, potendo contare anche sulla non applicabilità dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Grazie ad una legge ad hoc infatti (l’art. 2 della legge 142/2001), la reintegra del socio-lavoratore licenziato per ingiusta causa non si applica perché vale il vincolo associativo. Una norma che è stata rimessa in discussione solo negli ultimi mesi, con l’applicazione del rito Fornero, come nel caso dell’ordinanza del Tribunale del Lavoro di Roma. (Fonte Dati: L’anomalia delle coop, il 10% del Pil tra affari e politica, di Paolo Bricco, Corriere della Sera, 1 aprile 2015)

Altri vantaggi esclusivi che riguardano il mondo della cooperazione sono indiretti, e riguardano la bassa conflittualità sindacale, in quanto le cooperative, nei fatti, sono delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, essendo loro stessi i propri “datori di lavoro”, almeno in teoria.

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Da anni le evidenze giudiziarie hanno dimostrato l’esistenza di pericolosi collegamenti tra i clan della camorra campana e le organizzazioni terroristiche della jihad islamica. Da Napoli, crocevia dei traffici, è passato anche uno dei terroristi implicati nella strage della stazione di Atocha di Madrid, l’11 marzo del 2004.

Nell’ultima relazione presentata dai servizi di sicurezza al parlamento, l’accento posto sull’accresciuta effervescenza della galassia jihadista e sulla “connessa, accentuata capacità di presa del messaggio radicale, affidato a forme di comunicazione sempre più efficaci e pervasive”, dà la rappresentazione definitiva di una mutazione in atto, oppure già avvenuta, e delle nuove priorità nelle politiche di contrasto alle minacce di destabilizzazione dell’ordine democratico del paese, caratterizzate da fenomeni non più esclusivamente endogeni, per usare un’espressione che forse è già stata superata dai fatti. “L’estremismo homegrown”, prosegue il testo, “inteso anche quale bacino di reclutamento per aspiranti combattenti, viene individuato come il principale driver della minaccia terroristica, riferibile tanto a lupi solitari e a cellule autonome quanto al diretto ingaggio da parte di organizzazioni strutturate operanti nei teatri di jihad.”

La scelta strategica del qaedismo operata dallo Stato Islamico (IS) di Al Baghdadi, erede della filiale irakena di Al Qaeda, ovvero l’ispirazione del volontarismo individuale, con l’utilizzo di una sofisticata strategia di comunicazione e propaganda multimediale, come si è verificato nei recenti attentati in Francia, Belgio e Danimarca, evoca il fantasma di un nemico invisibile e rappresenta una problematicità che mette a dura prova gli apparati di sicurezza, con il rischio di favorire le condizioni politiche e culturali per nuove campagne antidemocratiche e contro il diritto all’informazione. Tuttavia, è questo l’allarme reiterato dagli apparati di sicurezza, uno dei problemi principali sul piano interno riguarda proprio la capacità dei gruppi, o degli individui virtualmente terroristi, a partecipare ad una vasta gamma di attività criminali che includono: traffico di sostanze stupefacenti; furti e rapine; sequestri di persona; estorsioni; falsificazione di documenti e valuta; frodi finanziarie e azioni predatorie sul territorio, in partnership con “agenzie criminali” italiane. Proprio quest’ultimo punto è quello che ci riguarda più da vicino.

Un bazar al centro del Mediterraneo

Crocevia di traffici illegali, bazar nel quale è possibile trovare quasi tutto il necessario per costruirsi un’identità valida per viaggiare in Europa, Napoli (ed il suo hinterland) è da decenni uno dei nodi della mappa globale del terrorismo jihadista, secondo i riscontri delle indagini giudiziarie. La città, usata come base logistica, nonostante abbia ospitato sin dal secondo dopoguerra il comando generale della Nato per le operazioni nel Mediterraneo, raramente è stata oggetto di attacchi terroristici. L’unico attacco terroristico di matrice mediorientale risale al 14 aprile 1988, in occasione del secondo anniversario dei bombardamenti USA sulla Libia, quando un’autobomba davanti la sede del circolo americano “Uso Club”, frequentato dai marinai della VI Flotta, causò la morte di 5 persone. L’attentato, realizzato in stile libanese, fu organizzato dall’URA, l’Armata Rossa giapponese di Junzo Okudaira, e rivendicato con due telefonate, una alla France Press ed un’altra alla sede di Beirut dell’Ansa, con la sigla delle Brigate Jihad.

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Successore del colonnello Renzo Rocca all’Ufficio REI dei servizi segreti, la misteriosa personalità del generale Nicola Falde, ricostruita attraverso gli atti della Commissione d’Inchiesta sulla P2, ci permette di entrare nel sottobosco del potere dei primi anni ’70, toccando alcuni dei più importanti scandali e misteri della storia italiana.

Falde: Gelli cercava un suo centro d’informazione e voleva utilizzare l’agenzia OP come suo organo. Diceva che voleva utilizzarla, ma di fatto cosa voleva fare? Una raccolta di notizie dalla periferia massonica a lui. Lui si teneva queste notizie e poi le avrebbe utilizzate. Cioè, nell’attività di Gelli si vede sempre un disegno costante di farsi un suo centro d’informazione. Praticamente, l’informazione è stata per lui un’arma operativa…

Presidente (Tina Anselmi): Generale Falde, in che senso Gelli ha fatto dell’informazione, come lei ha detto, un’arma operativa?

Falde: Chi conosce controlla e può condizionare. La conoscenza è fondamentale; un’informazione retta e giusta consentirebbe allo Stato di essere più sicuro; un’informazione deviata, come sempre quella che ha avuto lo Stato, e ne abbiamo un esempio doloroso attraverso il degrado delle istituzioni… Cioè, se lo Stato, attraverso il servizio d’informazione, invece di avere un’informazione esatta, giusta e precisa, ha informazioni deviate, naturalmente la situazione è quella che noi vediamo…(Commissione P2, Volume VI, sedute 8 ottobre 1 novembre 1982)

Ufficiale dei servizi segreti, faccendiere, mediatore, amico dei potenti, informatore, vittima di un persecuzione politica, influencer, “intossicatore ambientale” oppure personaggio che perseguiva un proposito personale di vendetta; il generale Nicola Falde è forse stato tutte queste cose insieme, o nessuna. Se la sua figura è uscita fuori dal cono d’ombra del potere, lasciando uno strascico di tracce nei documenti delle commissioni parlamentari, in diversi procedimenti giudiziari, e sulla stampa, è stato principalmente perché la sua vicenda umana si è trovata, in un passaggio cruciale della storia italiana, nei pressi dei principali centri direttivi del poteri occulti, nel mezzo di uno scontro di forze che è stato decisivo per le sorti del paese, nel momento in cui la diffusione di massa di giornali, e soprattutto dei settimanali, iniziò ad essere in grado di orientare vaste porzioni dell’opinione pubblica nazionale.

In quel passaggio d’epoca, in una società in cui agivano potenze e tensioni divaricanti, cambiava sia lo statuto dell’informazione che la natura, l’organizzazione e le strategie degli apparati dei servizi. Proprio in quegli anni venne coniata la definizione “servizi deviati”, per indicare ruoli e compiti che uscivano dal dettato costituzionale, mentre un altro termine prendeva piede nel linguaggio giornalistico: “depistaggio”.

Nelle testimonianze lasciate dal generale Falde è riscontrabile sia la legittima preoccupazione personale affinché la sua fedeltà alle istituzioni venisse evidenziata limpidamente nelle vicende in cui egli stesso si è trovato coinvolto, sia l’impossibilità di negare una decisa intenzione perseguita nel volersi situare a tutti i costi in prossimità di quelle centrali del potere che gestivano uomini e risorse, nascosti dietro le quinte dello spettacolo politico-mediatico; anche quando era, a suo dire, un “militare a riposo”. Tra le tante testimonianze, spesso discordanti tra loro, questa ricostruzione si basa sulle dichiarazioni dello stesso Falde, e di altri protagonisti delle vicende, rilasciate nel corso degli anni ai giornali ed agli atti della magistratura e della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2 presieduta dall’on. Tina Anselmi.

La tempesta perfetta sulle attività dell’Ufficio REI di Renzo Rocca

A partire dal 1966, con la riforma dei servizi segreti che portò alla costituzione del SID (Servizio Informazioni Difesa), sotto la direzione dell’ammiraglio Eugenio Henke, l’Ufficio REI (Ricerche Economiche Industriali) dell’ex SIFAR, diretto ininterrottamente dal colonnello Renzo Rocca (dall’inizio degli anni ’50 la centrale di collegamento tra i servizi ed il mondo economico e finanziario), venne fortemente ridimensionato nelle sue funzioni e nel bilancio, passando alle dipendenze dell’Ufficio D, mutando il nome in Ufficio RIS (Ricerche Speciali). L’imponente archivio della struttura venne spostato da Rocca stesso in un ufficio della FIAT di via Bissolati a Roma, dove il colonnello si era trasferito dopo aver lasciato il servizio. L’ex Ufficio REI, tra la fine del 1967 ed il 1969, fu ereditato dal colonnello Nicola Falde.

Originario di Santa Maria Capua Vetere, Nicola Falde, nato nel 1917 ed entrato nella carriera militare nel 1932 alla Nunziatella di Napoli, dopo la guerra, durante la quale fu catturato dagli inglesi e tenuto prigioniero in un campo di concentramento in India, era stato segretario particolare del potente politico fanfaniano, massone iscritto alla loggia Giustizia e Libertà, Giacinto Bosco (anch’egli di Santa Maria Capua Vetere), dal periodo in cui questi era Sottosegretario alla Difesa (1953-58), fino al 1966, quando Bosco era Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. Tornato nei ranghi delle forze armate, Falde assunse l’incarico prima come capo della direzione dell’ufficio UISE (Euratom), nel 1966, per poi passare nell’anno successivo all’Ufficio REI del SID.

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Paris Match e Bild riportano nella trascrizione dei dialoghi tra i piloti del volo Germanwings 9525 un dettaglio fondamentale che finora non ha trovato nessuna spiegazione ufficiale. Una riflessione sul ruolo dei media digitali e sulle catastrofi, sulla politica della paura.

Nel capolavoro di Ernst Lubitsch del 1942, To Be or Not To Be (titolo tradotto in italiano con “Vogliamo Vivere”, ed in francese con “Jeux Dangereux”), la follia della seconda guerra mondiale, e l’assurdità dell’olocausto, vengono affrontati ad armi rovesciate, quelle della finzione e dell’immagine-azione, secondo un sottile gioco in cui, come ha sottolineato il filosofo francese Gilles Deleuze nel suo libro L’Immagine Movimento, una piccolissima differenza nell’azione o tra due azioni induce una grandissima distanza tra due situazioni.

L’unica logica giocabile contro la guerra è, nel film di Lubitsch, quella delle personalità molteplici dei personaggi di una compagnia teatrale di Varsavia, i quali, alla vigilia dell’invasione della Polonia, coinvolti in una trama di spionaggio, provano a giocare Shakespeare contro i bombardamenti, riuscendo ad entrare nei palazzi del potere, consapevoli che la vita e la morte dipendono da piccolissime differenze di comportamento. L’azione filmica si svela volta a volta, in un pezzo o un aspetto della situazione, avanzando nel buio o nell’ambiguità. Un capolavoro etico del genere non poteva che essere una commedia.

Lubitsch, che con Chaplin aveva compreso la potenza del mezzo cinematografico, è da considerarsi tra i veri vincitori della seconda guerra mondiale, laddove il cinema e le macchine ottiche iniziavano ad accelerare la realtà e ad intensificare l’esperienza sensoriale, creando, riproducendo e prolungando gli shock visivi che andavano a costituire il nuovo immaginario sociale, come un’esperienza di allucinazione collettiva e di illusione ottica capace di modificare le caratteristiche della percezione umana.

Un processo del genere è avvenuto grazie alla tecnica durante il Secolo della Paura, il ventesimo, il secolo dell’equilibrio del terrore della distruzione nucleare. Arte dell’accecamento secondo Paul Virilio, architetto e urbanista ma soprattutto massmediologo e politologo, la paura è una tecnica del potere, una cultura dominante, che ieri ha accompagnato velocità e politica ed oggi, nell’era del turbocapitalismo, accompagna velocità e cultura di massa, la questione politica non essendo più la guerra fredda ma la gestione di un panico freddo di cui il terrorismo, in tutte le sue forme, è solo uno dei sintomi.

Il panico è di conseguenza diventato un fatto sociale totale, è irrazionale. Gli sconvolgimenti panici di una popolazione sono connessi a fenomeni di attesa e di ripetizione degli eventi, all’ansia di una depressione spesso mascherata dalle abitudini della vita quotidiana. Il panico freddo non è altro che un’angoscia collettiva sospesa in attesa dell’evento inatteso, una sorta di nevrosi che sfocia in uno stato di dissuasione civile tra le nazioni, replica della politica della deterrenza.

Obbedire ad occhi chiusi è l’inizio del panico (Maurice Merleau Ponty)

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Tra fantasia e realtà, un romanzo di Vito Faenza ricostruisce la vicenda della trattativa per la liberazione dell’ex assessore Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse, invitando a riflettere su alcuni punti oscuri, come l’incredibile anomalia della lussuosa detenzione del boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo.

“Storia vera volutamente romanzata”, o meglio “liberamente ispirato a storie vere”, Il Terrorista e il Professore (ed. Spartaco, 2014), di Vito Faenza, dopo Il Vomerese, di Attilio Veraldi, scritto nel 1980, è il secondo romanzo in assoluto ad affrontare l’oscura vicenda della colonna napoletana delle BR, una storia sulla quale anche la saggistica non è andata al di là di un pugno di pagine sparse.

Il motivo per cui lo Stato decise di trattare per la liberazione di Ciro Cirillo, durante gli 89 giorni del suo sequestro, tra il 27 aprile ed il 23 luglio del 1981, e non per la liberazione di Aldo Moro, rappresenta certamente una delle pagine più nere dell’intera storia della Repubblica, tanto che lo stesso Cirillo, ritiratosi dalla politica dopo il sequestro, ha preferito affidare la sua verità, scritta in una quarantina di pagine, ad un notaio il quale, dopo la sua morte, provvederà a farla recapitare a chi di dovere. Non prima.

Giornalista e saggista, Vito Faenza, dal 1976 all’Unità, è stato osservatore diretto della deriva napoletana verso la lotta armata e lo scontro tra i clan della camorra dopo il terremoto. La sua carriera quarantennale lo ha visto anche sulle pagine di Panorama, il Messaggero, Agi e Corriere della Sera.

La scelta del romanzo fantapolitico, con nomi e personaggi di fantasia, dietro solo alcuni dei quali i più attenti possono trovare facilmente i tratti dei protagonisti della vicenda storica, almeno per come la si può conoscere, porta a domandarsi fin dall’inizio se la questione del vero e del falso riguardi solo le soluzioni narrative adottate, a partire dalla citazione di Heinrich Boll, da Opinioni di un clown, che apre il prologo: “Mi appare come non vero o irreale ciò che ho vissuto realmente”.

Faenza faceva parte della redazione napoletana dell’Unità quando, alcuni mesi dopo il sequestro Cirillo, venne pubblicato in due puntate, il 16 ed il 18 marzo 1982, il famoso (quasi) falso dossier Mininter sulla trattativa Stato-Br-Cutolo che causò il posto di direttore a Claudio Petruccioli e l’arresto di una cronista, che venne anche processata, la quale aveva ricevuto dal suo ex compagno, un informatore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno e con legami con il criminologo Aldo Semerari, un documento nel quale si faceva riferimento ad una trattativa segreta tra il boss della camorra Raffaele Cutolo e due esponenti della Democrazia Cristiana, Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca, i quali si sarebbero recati nel supercarcere di Ascoli Piceno, dove Cutolo era detenuto, per chiedere una intermediazione per il rilascio di Cirillo. Aldo Semerari venne poi trovato decapitato il 1° aprile del 1982, nei pressi della casa di Cutolo ad Ottaviano, nello stesso giorno si suicidò con un colpo di pistola la sua collaboratrice e compagna Maria Fiorella Carraro. Poco dopo venne appurato che Semerari, prima di scomparire, si era accusato di essere l’autore del falso con una lettera. Lo scandalo obbligò, il 5 luglio del 1982, il governo Spadolini ad ammettere che era stata condotta una trattativa con la camorra per il rilascio di Cirillo, anche se fino ad oggi non sono mai stati rivelati i nominativi delle personalità istituzionali che si sarebbero recati a parlare con il boss della camorra.

L’episodio è riportato anche nel romanzo, nel quale la paternità dell’iniziativa è attribuita a don Vittorio, il nome di fantasia che Faenza usa per uno dei protagonisti, un potente boss della camorra, detto il Professore, che in seguito ad un’ordinanza di un giudice, in cui si faceva riferimento all’ipotesi di una trattativa per la liberazione dell’ostaggio, ed alle polemiche delle opposizioni parlamentari, decide di mettere in atto un depistaggio. L’obiettivo di far pervenire ai magistrati il memoriale però non riesce. Un criminologo di sua fiducia manipola il testo ed un informatore di polizia fa pervenire il dossier nelle mani di un cronista di un giornale di sinistra. Dopo la sua pubblicazione però, i giornali iniziano ad occuparsi della comoda detenzione di Don Vittorio, persino dei pranzi fuori dal carcere e dei colloqui intrattenuti con uomini dei servizi segreti e il polverone che ne segue causa il trasferimento del Professore, per ordine del presidente della Repubblica, nel carcere dell’Asinara, chiuso da tempo, dove diventa l’unico detenuto, iniziando un inevitabile declino.

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A distanza di anni, molte questioni che hanno riguardato le indagini sulla banda della Uno Bianca rimangono ancora da chiarire. Una storia che da Bologna arriva fino a Catania, passando per Castelvolturno. Le analogie con la banda del Brabante Vallone. Il ruolo della Falange Armata, di Cosa Nostra e di Gladio.

Un paese che si accontenta della verità giudiziaria è un paese che ha scelto di convivere con le ombre, i fantasmi, gli scheletri negli armadi. Che rifiuta di specchiarsi nella propria memoria e dunque si adatta a subire il costante ricatto di quelle forze oscure che, attraverso l’uso “istituzionalizzato” della violenza, ne hanno determinato le svolte più traumatiche. (dalla prefazione di Andrea Purgatori a Uno Bianca e Trame Nere, di Antonella Beccaria)

103 azioni criminali in Emilia Romagna e Marche tra il 1987 ed il 1994. 91 rapine ed altri 11 attacchi al solo scopo di uccidere senza nessun obiettivo economico. 82 colpi solo in nella regione emiliana. 24 morti tra cui 6 carabinieri, 3 pensionati, 2 rom, 2 cittadini “extracomunitari”, 1 poliziotto, guardie giurate, 2 benzinai e 102 feriti. Un bottino che in totale non ha superato i due miliardi delle vecchie lire, di cui 2/3 ottenuti solo nell’ultima fase della banda, quando si è concentrata sulle rapine in banca. Sono, queste, solo alcune delle cifre della scia di sangue della banda della Uno Bianca, durata otto anni, i cui conti ancora oggi non tornano.

La banda della Uno Bianca non è stata una semplice “impresa criminale di natura familiare”, è stata una delle vicende più oscure della storia italiana ed è tuttora una delle chiavi per cercare di comprendere i tentativi di destabilizzazione dell’ordine democratico messi in atto dalle forze oscure della “guerra surrogata” che si è svolta in Italia. La vicenda non può essere scollegata quindi dal contesto politico in cui si è manifestata, anche secondo la tesi contenuta nel libro L’Italia della Uno Bianca, di Giovanni Spinosa, uno dei magistrati che si è dedicato per anni alla ricerca di una verità in cui i fatti trovassero una loro collocazione nel quadro generale della strategia della tensione.

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Dopo le prime rapine ai caselli autostradali, tra il gennaio del 1988 ed il giugno 1989, i banditi della Uno Bianca si specializzarono nelle rapine ai supermercati Coop, otto dei quali finirono nel loro mirino, con azioni condotte in abbigliamento militare, i volti travisati, e con un volume di fuoco tale da ricordare gli episodi della banda del Brabante Vallone, verificatisi in Belgio tra il 1982 ed il 1985

La banda del Brabante Vallone condusse 16 azioni terroristiche nei supermercati che provocarono la morte di 28 persone ed il ferimento di altre 25, prima di sparire nel nulla. Le auto usate, tra cui una onnipresente Volkswagen Golf, venivano guidate con una tecnica che si apprende negli addestramenti militari, simile a quella adottata dalla banda della Uno Bianca in almeno un’occasione. La banda belga usava armi automatiche e d’assalto come quelle in dotazione alle unità speciali delle forze NATO, senza lasciare bossoli, come la banda della Uno Bianca. Le modalità operative dei componenti della banda, che indossavano tute mimetiche, e con i volti travisati da maschere di carnevale, era tipica dei commando delle unità speciali antiterrorismo, come la banda della Uno Bianca che ha condotto alcuni assalti con una tecnica definita la Pirate Mammoth Sniper. La ferocia con cui la cellula del Brabante Vallone si è accanita sulle vittime non era giustificata dai bottini, piuttosto magri.

Tra le testimonianze sulle caratteristiche fisiche dei componenti della banda, la stampa belga si focalizzò su un uomo, definito “il Gigante”, alto un metro e novanta, freddo e estremamente professionale, che dava gli ordini agli altri mentre sparava con un fucile Spas 12 prodotto in Italia, una impressionante somiglianza con uno dei membri della banda della Uno Bianca, il “Lungo”.

Le indagini della commissione d’inchiesta istituita dal parlamento belga sulla banda del Brabante Vallone, si scontrarono con le incredibili omissioni della polizia, oltre che con le resistenze di strutture militari che in seguito si apprese facevano parte della operazione Stay Behind di quel paese, e conclusero che “le stragi del Brabante erano state opera di governi stranieri o di servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica”.

Tra Gladio e Falange Armata

La vicenda della banda della Uno Bianca attraversa una delle fasi cerniera della storia italiana del secondo dopoguerra, in uno degli snodi più complessi ed intricati, tra la prima e la cosiddetta “seconda repubblica”, tra la fine del sistema dei partiti che aveva affrontato il secondo dopoguerra e la nuova organizzazione del consenso politico scaturita dal superamento del PCI e dalla scomparsa della DC e del PSI; tra le prime rivelazioni sull’esistenza dell’operazione coperta Gladio, e lo scontro tra lo Stato e l’ala stragista dei corleonesi di Cosa Nostra, in seguito alla celebrazione del primo maxiprocesso alla Mafia a Palermo, con le bombe di Capaci e di via D’Amelio; tra la caduta del muro di Berlino e i venti di guerra nell’ex Jugoslavia ed in Iraq; tra il tentato golpe in Russia che segnò la fine della Perestrojka e lo sbarco spettacolare, a Bari, dei 27.000 albanesi della nave Vlora; tra la ridefinizione degli obiettivi della NATO e l’accelerazione europea per dare forma alle istituzioni economiche e finanziarie che in seguito daranno vita all’Euro.

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In un cable segreto del 1988, inviato dal consolato USA a Gerusalemme, un fotogramma preciso del modus operandi e degli obiettivi di Hamas durante la prima Intifada. Lo sviluppo del movimento fondamentalista islamico, oppositore dell’OLP, potrebbe essere stato indirettamente aiutato nella sua ascesa dagli israeliani.

Il movimento fondamentalista islamico Hamas (in italiano “Entusiasmo”, “Zelo nel sentiero di Allah”), acronimo di Ḥarakat al-Muqāwamah al-ʾIslāmiyyah (Movimento di Resistenza Islamica), è stato costituito nel 1987, durante la prima Intifada, come costola palestinese dei Fratelli Musulmani (al-Ikhwān al-Muslimūn), l’organizzazione panislamica fondata in Egitto 1928 e strutturatasi in Palestina sin dal 1935, sotto l’influenza del gran Mufti di Gerusalemme, Al-Hajj Amin al-Husseini, e dell’islamista e patriota antibritannico ‘Izz al-Din al-Qassam

Lo sceicco Ahmed Yassin, uno dei cofondatori di Hamas e guida spirituale del movimento fino alla sua tragica morte, il 22 marzo 2004, quando fu assassinato a Gaza da un missile lanciato da un elicottero israeliano, nel patto dell’organizzazione del 18 agosto 1988, indicò chiaramente, tra gli obiettivi del movimento, la lotta alla secolarizzazione nel nome dei precetti fondamentali dell’Islam, la liberazione della Palestina storica dall’occupazione israeliana e l’instaurazione di uno Stato islamico.

Netto il giudizio sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), nell’art. 27 della “carta” di Hamas:

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ci è più vicina di ogni altra organizzazione: comprende i nostri padri, fratelli, parenti e amici. Come potrebbe un buon musulmano respingere suo padre, suo fratello, il suo parente o il suo amico? La nostra patria è una, la nostra tragedia è una, il nostro destino è uno, e il nemico è comune.

A causa delle circostanze in cui è avvenuta la formazione dell’OLP, e la confusione ideologica che prevale nel mondo arabo a causa dell’invasione ideologica che lo ha colpito dopo le Crociate e che è proseguita con l’orientalismo, il lavoro dei missionari e l’imperialismo, l’OLP ha adottato l’idea di uno Stato laico, ed ecco quello che ne pensiamo. L’ideologia laica è diametralmente opposta al pensiero religioso. Il pensiero è la base per tutte le posizioni, i modi di comportamento e le decisioni.

Pertanto, nonostante il nostro rispetto per l’OLP – e per quello che potrà diventare in futuro –, e senza sottovalutare il suo ruolo nel conflitto arabo-israeliano, ci rifiutiamo di servirci del pensiero laico per il presente e per il futuro della Palestina, la cui natura è islamica. La natura islamica della questione palestinese è parte integrante della nostra religione, e chi trascura una parte integrante della sua religione certamente è perduto.

Quando l’OLP avrà adottato l’islam come il suo sistema di vita, diventeremo i suoi soldati e la legna per i suoi fuochi che bruceranno i nemici. Fino a quando questo non avvenga – ma preghiamo Allah perché avvenga presto – la posizione del Movimento di Resistenza Islamico rispetto all’OLP è quella di un figlio di fronte al padre, di un fratello di fronte al fratello, di un parente di fronte al parente che soffre per il dolore dell’altro quando una spina gli si è conficcata addosso, che sostiene l’altro nella sua lotta con il nemico e gli augura di essere ben guidato e giusto.

Tralasciando altre questioni, oggetto di durissime critiche, come l’art. 6, che recita testualmente che “Il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento palestinese unico. Offre la sua lealtà ad Allah, deriva dall’islam il suo stile di vita, e si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina”, interpretabile come un impegno solenne a non riconoscere l’esistenza di Israele; oppure l’art. 32, in cui si attribuisce credibilità e verità storica ad un fantomatico piano per il dominio globale degli ebrei contenuto nei Protocolli dei Savi di Sion – il quale è in realtà un documento con finalità di propaganda antisemita prodotto probabilmente dalla polizia segreta russa tra 1903 ed il 1905, riadattando un libello scritto contro Napoleone III nel 1864 -; all’art. 14, il movimento di resistenza islamica individua chiaramente la strategia per la liberazione della Palestina storica nella necessaria azione concomitante dei palestinesi, degli arabi e dell’intero mondo islamico, indicando la questione nazionale palestinese come parte integrante della Jihad, ovvero parte integrante degli obiettivi che ogni musulmano si deve dare nella sua tensione verso l’adesione ai precetti dell’Islam. Nello statuto di Hamas, tutta la Palestina storica è considerata un waqf, un bene comune, proprietà di Dio, inalienabile e soggetto al diritto coranico.

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