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Lebowski’s Dream

 

“Forse non esiste alcun fenomeno psichico così irriducibilmente riservato alla metropoli come l’essere blasé. Innanzitutto, questo carattere è conseguenza di quella rapida successione e di quella fitta concentrazione di stimoli nervosi contraddittori, dai quali ci è sembrato derivare anche l’aumento dell’intellettualismo metropolitano; tanto è vero che le persone sciocche e naturalmente prive di vita intellettuale non tendono affatto a essere blasé. Così come la smoderatezza nei piaceri rende blasé perché sollecita costantemente i nervi a reazioni così forti che questi alla fine smettono di reagire, allo stesso modo anche le impressioni più blande impongono a chi è sciocco o inerte, con la velocità e la contraddittorietà del loro alternarsi, delle risposte tanto violente da sbatacchiarlo per così dire di qua e di là, in modo tale da mobilitare anche le sue ultime riserve vitali, senza che egli abbia modo, rimanendo nello stesso ambiente, di raccoglierne di nuove. Questa incapacità di reagire a nuovi stimoli con l’energia che competerebbe loro è proprio il tratto essenziale del blasé. un tratto che, a ben vedere, già ogni bambino della metropoli mostra in confronto ai bambini di un ambiente più tranquillo e meno stimolante. Ma a questa fonte fisiologica del carattere blasé che contraddistingue le metropoli se ne unisce una seconda, che deriva dall’economia monetaria. L’essenza dell’essere blasé consiste nell’attutimento della sensibilità rispetto alle differenze fra le cose, non nel senso che queste non siano percepite come sarebbe il caso per un idiota – ma nel senso che il significato e il valore delle differenze, e con ciò il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti. Al blasé tutto appare di un colore uniforme, grigio, opaco, incapace di suscitare preferenze. Ma questo stato d’animo è il fedele riflesso soggettivo dell’economia monetaria, quando questa sia riuscita a penetrare fino in fondo. Nella misura in cui il denaro pesa tutta la varietà delle cose in modo uniforme ed esprime tutte le differenze qualitative in termini quantitativi, nella misura in cui il denaro con la sua assenza di colori e la sua indifferenza si erge a equivalente universale di tutti i valori, esso diventa il più terribile livellatore, svuota senza scampo il nocciolo delle cose, la loro particolarità, il loro valore individuale, la loro imparagonabilità. Le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell’inarrestabile corrente del denaro, si situano tutte sullo stesso piano, differenziandosi unicamente per la superficie che ne ricoprono. A volte questa coloritura – o sarebbe meglio dire scoloritura – delle cose, che è prodotta dalla loro equivalenza col denaro, può essere impercettibile; si percepisce bene però nel rapporto che ha il ricco con gli oggetti che può comperare, e forse già nel carattere complessivo che lo spirito pubblico ora dappertutto attribuisce a tali oggetti. E per questo motivo che le metropoli, che sono la sede privilegiata degli scambi monetari, e dove quindi il fatto che ogni cosa sia un oggetto potenziale di acquisto si impone in tutt’altra misura che in ambienti più ristretti, sono anche la vera patria del blasé. Nell’essere blasé culmina, per così dire, l’effetto di quella concentrazione di uomini e cose che eccita l’individuo alle massime prestazioni nervose; con l’incremento puramente quantitatívo delle stesse condizioni questo effetto si capovolge nel suo contrario, cioè in quel singolare fenomeno di adattamento del blasé per cui i nervi scoprono la loro ultima possibilità di adeguarsi ai contenuti e alle forme della vita metropolitana nel vietarsi di reagire – una possibilità in cui l’autoconservazione di certe nature si dà al prezzo di svalutare l’intero mondo oggettivo, il che infine fa sprofondare inevitabilmente la stessa personalità in un sentimento di analoga svalutazione.”

(Georg SimmelLe metropoli e la vita dello spirito)

 

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All year the flax-dam festered in the heart

Of the townland; green and heavy headed

Flax had rotted there, weighted down by huge sods.

Daily it sweltered in the punishing sun.

Bubbles gargled delicately, bluebottles

Wove a strong gauze of sound around the smell.

There were dragonflies, spotted butterflies,

But best of all was the warm thick slobber

Of frogspawn that grew like clotted water

In the shade of the banks. Here, every spring

I would fill jampotfuls of the jellied

Specks to range on window sills at home,

On shelves at school, and wait and watch until

The fattening dots burst, into nimble

Swimming tadpoles. Miss Walls would tell us how

The daddy frog was called a bullfrog

And how he croaked and how the mammy frog

Laid hundreds of little eggs and this was

Frogspawn. You could tell the weather by frogs too

For they were yellow in the sun and brown

In rain.

 

Then one hot day when fields were rank

With cowdung in the grass the angry frogs

Invaded the flax-dam; I ducked through hedges

To a coarse croaking that I had not heard

Before. The air was thick with a bass chorus.

Right down the dam gross bellied frogs were cocked

On sods; their loose necks pulsed like sails. Some hopped:

The slap and plop were obscene threats. Some sat

Poised like mud grenades, their blunt heads farting.

I sickened, turned, and ran. The great slime kings

Were gathered there for vengeance and I knew

(Seamus Heaney, The Death of a Naturalist)

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…the vocal chords do not vibrate as a result of the air pushed out by the lungs but from impulses in the center of the brain

transplanting the spinal chord is a most difficult operation

the voice as an instrument of drives behind which there is an entire universe of desires

attentive to the area that lies between the psychic universe and the communication links between thought and word

the development of an absolute vocal system brought to the limits of discovery

each day it is necessary to completely wash away the blood

as someone said it was a performance that broke through the current communication gap

the things I do are spoken about by everyone

sing with the voice to liberate it from the conditioning of a cultural prison

an attempt to free ourselves from the condition of listener and viewer to which culture

and politics have accustomed us

when the lights went out the niggers raged boasted a black youth

after a few minutes the night was illuminated by fires the streets invaded by looters…

(Nanni Balestrini, Blackout)

 

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– ‘Who are you? From what peaks have you
descended,
Oh, virgin language, which only you understand.
What’s your name? What banner
have you carried or discarded?”

Asks Alkenos,
desiring to unveil the face of the dead man.
She asks from what peaks I have descended,
asks about my name –
My name is Odysseus.
I come from a land with no bounds,
carried on people’s backs.
I was lost here, was lost there,
with my verses.
And here I am, in the terror and withering,
knowing neither how to stay
nor how to return.

(Adonis, Odysseus, Translated by Kamal Abu-Deeb)

 

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A composition inspired by the dream scene of the movie Stalker (Andrei Tarkovskij)

And there an immense earthquake took place, and the Sun became dark as sack cloth, and the Moon was like covered with blood… ..And the stars of the heaven fell to the ground as if a fig-tree, shaken by a great wind, let its unripe figs fall down. And the sky hid itself, rolled up as a scroll; and various hills and isles moved from their places… And the kings on earth, and the dignitaries, and the rich, and leaders of the thousands, and the powerful, and all the free hid themselves in the caves and mountain-gorges and they told the mountains and the rocks: fall on us and hide us from the face of the One sitting on the throne and from the wrath of the Lamb; for the great day of His wrath is come, and who can withstand it?

 

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