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A volte la realtà è troppo complessa per la comunicazione orale.

Ma la leggenda la incarna in una forma che le consente di diffondersi in tutto il mondo”

Agente Lemmy Caution: missione Alphaville (Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution), girato nel 1965, con un piccolo budget e senza effetti speciali, più che una distopia di fantascienza è una favola realistica, un grido di protesta contro gli adoratori della scienza e della logica, con la quale Jean-Luc Godard non era tanto interessato a (ri)proporre l’illusione della realtà cinematografica ma la realtà dell’illusione. L’ironia di Godard in questo film è anti-illusionista ed anticipa l’arguta argomentazione di Guillaume nel successivo film La Cinese (La Chinoise, 1967) secondo cui i fratelli Lumière facevano film di finzione e Georges Méliès (Le Voyage dans la lune, 1902) faceva documentari, ponendo una serie di punti di domanda sulla civiltà, sul potere, sull’individuo, sull’esistenza, sull’arte, sul tempo, sul modello di vita urbano…e sul cinema.

Lo “spazio siderale” della società distopica e tecnocratica di Alphaville, in cui la parola “amore” è stata messa al bando e sono vietati concetti individualisti come il libero pensiero e la poesia, è attraversato dall’agente segreto Lemmy Caution (Eddie Constantine), un personaggio originariamente creato dallo scrittore pulp britannico Peter Cheyney e che Constantine aveva già interpretato in L’agente federale Lemmy Caution (A toi de faire, mignonne, 1963), diretto da Bernard Borderie.

Lemmy Caution (parola che in italiano significa “cautela”), sotto l’identità di Ivan Johnson, un corrispondente del giornale Figaro-Pravda, è un agente segreto di “Outlands” (termine che suggerisce il carattere “fuori luogo” del protagonista), alla ricerca di un agente scomparso, Henri Dickson (Akim Tamiroff), in missione per neutralizzare la “mente” di Alphaville, il professor Von Braun, e distruggere Alpha 60, il supercomputer che controlla la città e la sua gente, imponendo il suo orientamento logico su tutti gli aspetti dell’organizzazione sociale.

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Avrei voluto mettere nei titoli di testa dell’eclisse questi due versi di Dylan Thomas:

…qualche certezza deve pur esistere,

se non di amare bene, almeno di non amare.

(Michelangelo Antonioni)

“Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?”

E’ la domanda che accompagna il cinema di Antonioni, che in un momento di esasperazione pensò anche di sceneggiare i primi capitoli dell’Introduzione alla filosofia matematica di Bertrand Russell. Il numero tre”, scrive nella prefazione a Sei Film, “non è identificabile col terzetto composto dai signori Brown, Jones e Robinson. Il numero tre è qualcosa che tutti i terzetti hanno in comune”. Il “terzo”, nel cinema di Antonioni, affiora e si cancella nei rapporti tra i personaggi, tra i diversi piani della realtà, tra i sezionamenti visivi e logici, sullo sdoppiamento del soggetto, all’interno della triangolazione edipica o borghese, nello sguardo (l’occhio della macchina) che sta di fianco, sopra e oltre le tempeste che agitano i personaggi, il lato oscuro della ragione che emerge nei dialoghi e nell’espressione dei volti. Agisce oppure guarda. E’ ricerca del “terzo”, un soggetto fantasma, un occhio che rompe la sintassi degli sguardi e che, ponendosi di fianco e sopra, e oltre, rompe:

“…l’inquadratura-finestra giunge a guardare il luogo dove era la macchina da presa e dove ora resta solo il vuoto del soggetto nel cinema, necessario sempre perché il cinema si faccia, evidente qui dove della macchina apparato non resta traccia se non la messa a morte anch’essa sempre agita dal cinema (ma questa è anche – in qualche modo – la prima ripresa in soggettiva della Morte – e non “dell’assassino” – nella storia del cinema.” (Enrico Ghezzi, in Paura e desiderio, pag.233) 

Il terzo di Antonioni è il personaggio Altro, in senso lacaniano, l’Altro come personaggio, l’ombra di un soggetto che vede, con il  movimento di un’inquadratura ossessiva, al limite della concezione geometrica del quadro, alla ricerca del piano-vuoto e disabitato, in cui costringe il pensiero ad uscire da sè stesso a scontrarsi con la mancanza che lo costituisce e da cui si protegge. Oggetto del cinema di Antonioni è giungere all’eclisse del volto, cancellando i personaggi, arrivando al culmine del piano non figurativo

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Pasolini

“Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa praticamente ciò che vuole, e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune.

Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. E’ un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti.

Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale, e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano.

Il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della civiltà dei consumi, invece riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari. E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che noi non ce ne siamo resi conto. E’ avvenuto tutto in questi ultimi dieci anni. E’ stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto attorno a noi l’Italia distruggersi e sparire. Adesso risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non cè più niente da fare.

L’uomo è sempre stato conformista. Se cè una caratteristica principale dell’uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse biologicamente l’uomo è narciso, ribelle, ama proprio la propria identità, ma è la società che lo rende conformistico e lui ha chinato la testa una volta per sempre dinnanzi agli obblighi della società.

Io mi rendo ben conto che se le cose continuano così, l’uomo si meccanizzerà talmente, si alienerà talmente, diventerà così antipatico e odioso, che questa libertà qui andrà completamente perduta…”

PPP