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Neapocalittica

4bis

Un fumetto sullo sfruttamento del lavoro minorile, sull’abbandono scolastico e sull’infanzia rubata a Napoli.

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Yona Friedman

Nel mondo la crisi durerà a lungo e tutto ciò che potremo fare contro di lei, a destra come a sinistra, non cambierà niente.

L’impoverimento generale sarà considerevole nel mondo un tempo ricco e toccherà tutte le classi della società occidentale.

A livello edilizio, in particolare, la catastrofe sarà spaventosa.

La gente non potrà più trovare casa e si ritroverà poco a poco in alloggi sempre più abbandonati a sé stessi e di cattiva qualità.

Conclusione: poiché le baraccopoli invaderanno il nostro ambiente, invece di costruire degli immobili e delle città, bisogna immaginare alla svelta delle nuove baraccopoli, confortevoli, funzionali e simpatiche, per limitare i danni. (La Strega Mascherata, pag. 154)

La Strega Mascherata (titolo originale Le rat débile et les rats méchants), secondo romanzo noir, fantapolitico, post-situazionista, della fortunata serie iniziata con Ammazza un Bastardo (titolo originale: Tuez un Salaud), pubblicato nel 1987 in Francia da Gallimard dal duo Colonel Durruti (Emmanuel Jouanne, scrittore di fantascienza e traduttore in francese di Philip K. Dick e Yves Frémion, ecologista radicale poi diventato parlamentare europeo), distribuito in italia dalla Edizioni Spartaco di Santa Maria Capua Vetere, è dedicato non a caso a Yona Friedman, architetto ungaro-israelo-francese.

Il disordine non esiste, esiste solo un ordine complicato (Yona Friedman)

Architetto, designer e urbanista (e fumettista), sociologo e studioso di matematica e fisica, utopista, Yona Friedman, ancora residente in Israele, dove si era trasferito per sfuggire ai rastrellamenti nazisti, nel 1956 iniziò la sua critica alle forme dell’abitare, per un’architettura in grado di comprendere la mobilità sociale e per l’adattamento delle infrastrutture ai cambiamenti sociali, con un Manifesto per l’Architettura Mobile, portato al Congresso Internazionale di architettura moderna di Dubrovnik. Nel 1958 fondò il GEAM, Groupe d’Etudes de Architecture Mobile. A partire dagli anni ’70, Friedman si è dedicato alle problematiche degli slum, producendo anche un manuale di sopravvivenza per gli abitanti delle bidonville, per l’Unesco.

Nella struttura nomadica di La Strega Mascherata, la cui azione è principalmente ambientata in Italia tra Bologna, Napoli, Palermo, Roma, Venezia, la Svizzera e la Francia, con protagonista l’utopia anarco-situazionista del collettivo rivoluzionario “Soviet”, vengono riecheggiati alcuni dei temi della critica all’architettura funzionalista, cari a Friedman e alle teorie per la fondazione dell’Urbanismo Unitario del movimento Situazionista, in particolare l’utopia rivoluzionaria dell’umanità nomade della New Babylon dell’Homo Ludens di Constant.

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Gian Domenico Tiepolo, "Gruppo di Pulcinella" (1760-1775)

Gian Domenico Tiepolo, “Gruppo di Pulcinella” (1760-1775)

Altri tempi, altro volatile. Povero come Giobbe – ma quasi sempre pasciuto come un Bacco ubriaco o come una donna gravida benchè pieno di una coraggiosa mobilità, di una sottile allegria, mentre il personaggio biblico si lamenta su una montagna di sterco – ma ricco di messaggi quanto Horus, Apollo e la Sirena riuniti, Pulcinella conferisce anche lui la sua forma a Napoli. Un Pulcinella festoso che balla sui larghi lastricati di lava frantumata al ritmo delle sue nacchere e dei tamburelli di latta e di lamiera che lo circondano. Puoi incrociarlo non solo nel periodo di Carnevale, ma generalmente in primavera o in autunno, al rinnovo delle stagioni, quando Pan si risveglia e quando si riaddormenta. Pulcinella balza verso di noi, volteggia, avviluppato in quel lenzuolo immacolato come in un kimono. Solo la sua maschera, dal naso uncinato come un becco, è tutta nera.

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fustigazione-di-una-prostituta

Tra i testi di Enzo Moscato, intarsiatore della lingua napoletana, Partitura, scritto nel 1988, è una scrittura poetica che si discosta dalla tradizione teatrale napoletana, sciogliendo il dialetto da gran parte delle sue incrostazioni “piccolo-borghesi”, dalle contaminazioni con la lingua italiana. Non si tratta però di una ricerca stilistica, un andare alla ricerca del barocchismo dei testi del ‘500 o del lirismo della canzone napoletana. I testi di Moscato sono spesso un porto franco dove si scontrano le culture della città-tribù napoletana, a volte narrati  con una sola voce, in cui echeggiano le stratificazioni storiche, che rivivono attraverso la complessa semantica della lingua napoletana, in una contrapposizione tra eros e sangue, in una germinazione di immagini che seguono il ritmo barocco di Partitura.

Una germinazione poetica che racconta la visione di una città dal lato femminile: la città-medusa immortale, gelatinosa e velenosa, uterina e fetida, compiacente e connivente, sapiente ed ignorante, avida e generosa…tradita ed abusata.

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pianta porto

E’ guerra di carte bollate tra petrolieri ed Autorità Portuale di Napoli. Ben cinque i ricorsi presentati contro il nuovo Piano Regolatore Portuale (PRP), e contro il “Grande Progetto” per il porto. In gioco finanziamenti per 1,3 Miliardi di euro ed il futuro della città. Interviste a Luciano Dassatti, presidente dell’ Autorità Portuale di Napoli ed Antonio Marfella, tossicologo ed oncologo, primario dell’Istituto Pascale di Napoli.

Lo sviluppo del porto di Napoli, legato fin dal dopoguerra alla presenza delle raffinerie (dismesse nel 1983) e dei depositi di idrocarburi, oli combustibili e GPL, realizzati sull’area costiera nei pressi della darsena di Levante, a partire dagli anni ’90 ha risentito notevolmente dello scontro sui nuovi indirizzi urbanistici che ne prevedono la delocalizzazione, nonché della lentezza nell’adeguamento agli standard essenziali di sicurezza, trattandosi di depositi ubicati nella “zona rossa” del Vesuvio, l’area cioè più alto rischio in caso di eruzione.

Gli elevati costi che le aziende dovrebbero fronteggiare in termini di delocalizzazione e trattamento dei residui delle sostanze tossiche per le bonifiche ambientali hanno per ora prevalso sull’interesse “generale”. Un problema, quello del rispetto delle norme urbanistiche ed ambientali, che interessa anche la poco distante centrale turbogas di Vigliena della Tirreno Power, anch’essa situata in “zona rossa” e dotata di un importante contenitore di GPL, su una linea di costa che, secondo la variante di Piano Regolatore Generale del comune di Napoli, prevede la riqualificazione della fascia litoranea del quartiere di San Giovanni, dal ponte dei Granili fino a Pietrarsa, “con la costituzione di un sistema di attrezzature di livello urbano e territoriale oltre che a servizio dell’intero quartiere, e il recupero del rapporto tra il quartiere e il mare, interrotto dalla realizzazione della linea ferroviaria costiera”. Le attrezzature previste dal PRG riguarderebbero “il settore della formazione universitaria, anche al fine di anticipare e sostenere la riqualificazione e il rilancio produttivo della zona orientale, e altre attività per i ragazzi, i giovani e, più in generale, per il tempo libero”.

In questo quadro di riqualificazione della fascia costiera, nelle linee di indirizzo per la pianificazione urbanistica del 1994 e nella “Proposta di Variante per la zona orientale di Napoli” del 1996, era prevista la trasformazione della centrale termoelettrica Enel di Vigliena, a seguito della sua dismissione, per “realizzare una struttura per lo spettacolo e il tempo libero, in particolare dedicata ai giovani e alla musica” ed il ”recupero di complessi ex industriali di valore testimoniale, e il riutilizzo, a seguito di una loro dismissione, di aree occupate da grandi strutture impiantistiche (la centrale elettrica di Vigliena, il depuratore di S.Giovanni)”. Sempre la variante al Piano Regolatore Generale, presentata nel 1999, rimasta in sospeso fino al febbraio 2001, quando venne adottata una prima volta, riadottata poi con le controdeduzioni alle osservazioni nel luglio 2003 e definitivamente approvata nel giugno 2004, vide apparire la destinazione delle aree della zona orientale ad insediamenti urbani integrati e ad attività di beni e servizi il cui carattere dovrà essere finalizzato alla riqualificazione urbanistica ed economica della città.

La variante del 2004 prevede infatti, per la zona orientale, la disincentivazione e la delocalizzazione delle grandi industrie (impianti petroliferi, Ansaldo, Fiat, Whirpool), in parte già dismesse o in via di dismissione all’approvazione del piano, puntando invece a dotare la città di attività imprenditoriali medio-piccole ad alta tecnologia ed a basso impatto ambientale, collegate ad “un grande parco di circa 170 ettari, che collega la piana agricola al mare, seguendo l’andamento del nuovo corso d’acqua che ricorda il Sebeto, e dal lungo viale che, partendo dalla nuova piazza che duplica piazza Garibaldi in corrispondenza del binario d’arrivo dell’Alta Velocità, raggiunge Ponticelli”. Il processo di riqualificazione che la variante proponeva pretende così, come condizione preliminare la delocalizzazione di tutti gli impianti petroliferi ”non solo i residui depositi, ma anche l‘attracco delle petroliere nel porto”. In mancanza della riqualificazione e della conseguente bonifica infatti “gli oleodotti continueranno a rappresentare un’ingombrante e pericolosa presenza, incompatibile con la nuova qualità degli insediamenti”. Anche le attuali infrastrutture stradali contrastano vistosamente con gli obiettivi di qualità del piano regolatore, infatti è previsto che “in accordo con il piano comunale dei trasporti, si propone una drastica semplificazione dell’attuale intricato reticolo, anche con la demolizione delle infrastrutture incompatibili con gli standard di qualità urbana perseguiti.”

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Città della Scienza

Il rogo che ha distrutto i capannoni di Città della Scienza ha colpito una storia, un’idea della città e del lavoro rivolta al futuro, nata dalla dismissione industriale dell’area dell’ex Italsider di Bagnoli, l’acciaieria che ha attraversato un secolo di storia della città di Napoli e che aveva incarnato le speranze di progresso; non solo per la sinistra cittadina, che pur aveva difeso la fabbrica da tutte le ipotesi di dismissione fin dagli anni ’70, fino alla presa d’atto della fine del futuro industriale della città.

L’Italsider di Bagnoli, l’intera area dell’ex Ilva, è stata, e continua ad essere, uno dei nodi nevralgici della storia Napoli nell’immaginario di intellettuali, scrittori, registi, opinionisti e politici, che per decenni hanno descritto il contrasto tra la disciplina della “cultura” industriale e l’organicità della vita popolare della città partenopea, tra il modello dell’ordine sociale della fabbrica fordista ed il brontolio minaccioso e tempestoso dei Calibani, o degli infiniti Donnarumma napoletani. Vero e proprio scontro tra “civiltà”, così spesso la letteratura industriale ha descritto il rapporto tra fabbrica e società a Napoli. Da Ottiero Ottieri, che descrisse lo scontro culturale tra un ingegnere del nord, incaricato delle assunzioni del personale, e la pretesa di un disoccupato semianalfabeta di avere una deroga ai test psicotecnici per entrare nella fabbrica avvenierista disegnata da Luigi Cosenza, l’Olivetti di Pozzuoli; al Vincenzo Buonocore di Ermanno Rea nel romanzo “La Dismissione”, il cui lavoro consiste nello smontare i pezzi dell’Italsider, fabbrica che invece di estendere l’organizzazione biopolitica anche all’esterno di sè, fuori dal suo perimetro, nel quartiere, nella città, non è riuscita a sconfiggere la cultura del vicolo, venendone anzi addirittura assorbita; oppure il film “Mi manda Picone” di Nanni Loy, che ripercorre tutta l’evoluzione criminale della camorra napoletana, tra gli anni ’70 e ’80, fino alla droga, fino alle viscere della città che sbucano in un tombino dell’acciaieria di Bagnoli, dove si perdono le tracce di un presunto “operaio”.

La letteratura industriale “napoletana” non ha mai potuto ignorare lo scenario della costa Flegrea. Da Pozzuoli, fino a Nisida e Coroglio, la visione della fabbrica a Napoli non ha potuto non essere suggestionata dal contrasto causato dall’immenso mostro, sorta di Prometeo incatenato ai piedi di Posillipo, con l’immagine di una natura violata, intesa anche in senso sociale; un sogno faustiano sfumato poi nelle morti di tumore per amianto e metalli, nella disoccupazione, nell’emigrazione e nel deserto della deindustrializzazione senza fine. Senza progetto.

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