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Per Aspera ad Astra

Syria/Atargatis

“Un bambino, lo portano per la prima volta al giardino zoologico. Questo bambino, inversamente, noi siamo stati questo bambino e ce ne siamo dimenticati. Nel giardino, in quel terribile giardino, il bambino vede animali viventi che mai aveva visto: vede giaguari, avvoltoi, bisonti, e più strano ancora, giraffe. Vede per la prima volta la sfrenata varietà del regno animale. E questo spettacolo, che potrebbe allarmarlo o terrorizzarlo, gli piace: tanto gli piace, che andare al giardino zoologico è, o può sembrare, un divertimento infantile. Come spiegare questo fatto comune e misterioso insieme? Possiamo negarlo, naturalmente. O possiamo sostenere che i bambini bruscamente portati al giardino zoologico soffriranno, vent’anni, di nevrosi; e in verità, come non c’è bambino che non abbia scoperto il giardino zoologico, così non c’è adulto che non sia, esaminato bene, nevrotico.” (J.L.Borges, prologo al Manuale di zoologia fantastica)

“Le parole e le cose”, il libro che Michel Foucault scrisse nel 1966 nel tentativo di individuare i “codici fondamentali” che le culture impongono all’esperienza (nel tentativo di rispondere alla domanda “cosa è impossibile pensare? E di quale impossibilità si tratta?”) deve la sua origine da una intuizione che il filosofo francese ebbe leggendo un racconto di Borges, “El idioma analìtico de John Wilkins”. Il racconto, pubblicato in seguito in “Altre Inquisizioni”, dopo aver esaminato lo strano linguaggio creato nel XVII secolo da Wilkins, nel quale “ogni parola definisce sé stessa”, e che presuppone una organizzazione dell’universo “in categorie o generi, suddivisibili poi in differenze, divisibili a loro volta in specie”, elenca le categorie di una enciclopedia cinese, dal titolo “Emporio celeste di conoscimenti benevoli”, in cui è scritto che gli animali si dividono in “a) appartenenti all’Imperatore; b) imbalsamati; c) addomesticati; d) maialini da latte; e) sirene; f) favolosi; g) cani in libertà; h) inclusi nella presente classificazione; i) che si agitano follemente; j) innumerevoli; k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello; l) et coetera; m) che fanno l’amore; n) che da lontano sembrano mosche“.

La tassonomia descritta da Borges, attraverso la mediazione dell’incontro con un’altra cultura, quella della Cina antica, rappresentava efficacemente, per Foucault, il limite del “nostro” pensiero di fronte all’impossibile, rappresentato dalle categorie delle creature fantastiche, classificate a fianco di quelle in carne ed ossa, per le quali il linguaggio funziona esattamente con le stesse regole di contenuto e contenente, sia per gli esseri reali che per quelli immaginari, essendo il linguaggio stesso ciò che consente al pensiero di operare un ordinamento, un’organizzazione in classi e categorie, a creare lo spazio (la “tabula”) sul quale collocare le “cose” del discorso.

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Osculum Infame (Compendium Maleficarum)

Vedi le triste che lasciaron l’ago

la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine;

fecer malie con erbe e con imago. (..)

Ma vienne omai, ché già tiene ‘l confine

d’amendue li emisperi e tocca l’onda

sotto Sobilia Caino e le spine;

e già iernotte fu la luna tonda:

ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda”.

(Dante Alighieri, Inferno, Canto XX, vv.124-129)

Nel mondo antico la magia era soggetta principalmente all’archetipo del femminile. Presso tutti i popoli primitivi, principalmente alle donne spettava preparare le pozioni d’amore, i filtri e le bevande inebrianti. Le donne anziane erano depositarie invece dei segreti delle erbe terapeutiche e velenose, pharmakon che venivano tramandati di generazione in generazione da figure sacrali o sacerdotesse, oppure da contadine analfabete. Donne in grado di distinguere le piante e le erbe necessarie per preparare infusi per calmare i dolori, per curare le malattie dei bambini, o per realizzare incantesimi e fatture contro il malocchio.

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Francesco del Cossa, Trionfo di Venere, particolare, salone dei Mesi, palazzo Schifanoia (Ferrara)

Sulla parte più alta dell’affresco dedicato al Toro esposto a Palazzo Schifanoia, a Ferrara, nel salone dei mesi, Venere è portata in trionfo da due cigni lungo un fiume, mentre regge due mele ed è cinta di rose. Davanti a lei è Marte (divinità della guerra) in ginocchio. Intorno al carro si scorge Cupido, coppie di innamorati, donne, musicanti, conigli e le tre Grazie, simboli d’amore che invitano a contemplazioni celesti.

Nel dipinto, Lucifero-Marte si sottomette a Venere, domicilio notturno del pianeta, che simboleggia la Grande Madre, principio universale femminile che è possibile riscontrare in tutte le tradizioni.

Divinità della fecondità, il culto della Grande Madre si identifica con Rea (Madre di tutti gli dei) e con la divinità di origine Frigia di Cibele, il cui culto di natura orgiastica passò dalla Frigia alla Grecia, per approdare a Roma intorno al III secolo a.C., in corrispondenza della diffusione del culto di Venere.

Venere simboleggia l’energia divina sotto forma di Materia, principio ricettivo che esiste in tutte le tradizioni:

Tutti gli esseri gli debbono la nascita, perchè grazie alla propria abnegazione accoglie il celeste” (I Ching)

I Greci avevano appreso dai Babilonesi che, oltre al Sole e la Luna, altri cinque pianeti compivano le loro traiettorie nello Zodiaco, e ne tradussero i nomi in quelli delle loro divinità: Nabu, dio della scrittura e della creatività, diventò Ermes (Mercurio); Ishtar, dea dell’amore e della fertilità, diventò Afrodite (Venere); Nergal, dio della guerra e degli inferi, Ares (Marte); Marduk, il sovrano, in Zeus (Giove); Ninurta, il più potente dei pianeti, sostituto notturno del Sole, in Crono (Saturno).

Per gli antichi, gli dei erano in realtà astri, le cui forze risiedono appunto nel cielo stellato, e le cui potenze attive erano i pianeti “quelli che in astratto potrebbero essere per l’uomo moderno i diversi moti di questi indicatori sul quadrante divennero, in tempi ignari di scrittura, quando ogni cosa era affidata alle immagini ed alla memoria, il Grande Gioco dello Zodiaco che si svolgeva nel corso degli eoni, un racconto senza fine di posizioni e di rapporti, iniziato a un dato Tempo Zero, una complessa rete di incontri, drammi, accoppiamenti e conflitti.” (Tratto da Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il Mulino di Amleto)

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Dragone, olio su legno, scuola cinese, XIX° secolo

 

Una ciotola del monaco per calmare i draghi
ed un bastone per separare le tigri che combattono.
Anelli di metallo in cima al bastone
tintinnano chiaramente.
La forma di queste espressioni non va presa alla leggera
Il prezioso bastone del Tathagata
ha lasciato tracce da seguire .


(dal Canto dell’Illuminazione,  證道歌, di Yongjia Xuanjue, 永嘉玄覺)


Illustrazione del Mercatore, le due costellazioni del Serpente e dell’Ofiuco

Ofiuco deriva dal greco ofioukos (Ὀφιοῦχος), tradotto in latino anguitenens, ovvero “colui che tiene il serpente”.

Com’è noto, lo Zodiaco è suddiviso in 12 segni, in ognuno dei quali il Sole rimane per circa un mese, cioè per 30 giorni. Si tratta di una lunghezza convenzionale ed apparente, perché la lunghezza reale sull’eclittica delle costellazioni che danno nome ai segni non corrisponde a quella dello Zodiaco. Per esempio il Toro è lungo 35 giorni, mentre lo Scorpione solo 7. L’eclittica taglia non 12 ma 13 costellazioni, perché tra Scorpione e Sagittario c’è il segno Ofiuco, il tredicesimo, il cui periodo astronomico va dal 30 novembre al 17 dicembre circa, al cui interno si verifica il novilunio del serpentario.

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Combattimento Carnevale e Quaresima

Combattimento fra Carnevale e Quaresima (Particolare), 1559, Pieter Bruegel il vecchio

Sarebbe estremamente interessante scrivere la storia della risata…(A.Herzen)

Il furfante, il buffone e lo sciocco creano intorno a sè particolari piccoli mondi, particolari cronotopi. (…) A loro sono intrinseci una peculiarità ed un diritto: essere estranei in questo mondo. Essi infatti non solidarizzano con alcuna condizione di vita di questo mondo, da nessuna di esse sono soddisfatti e di tutte vedono il rovescio e la menzogna.

Essi possono quindi servirsi di qualsiasi condizione di vita soltanto come di una maschera. Il furfante ha ancora dei fili che lo legano alla realtà; il buffone e lo sciocco sono “lontani dalle cose di questo mondo” e perciò godono di particolari diritti e privilegi. Queste figure ridono senza oggetto di riso. Il loro riso ha carattere pubblico, da piazza popolare. Essi ristabiliscono l’aspetto pubblico dell’immagine umana…

Michail Bachtin, Estetica e Romanzo, pag. 306

La parola Carnevale, dal latino Carne Levàmen (nel senso di togliere), con trasposizione del secondo elemento, per analogia con la parola Vale (dal latino valere: stare in salute, era anche il saluto di commiato, equivalente all’odierno ciao), è la festa del grasso e della libertà estremizzata oltre il contratto sociale. Carnevale potrebbe derivare anche dai Carnuàlia, specie di giochi villerecci che si facevano saltando sugli otri, o dal latino Carrus Navalis, carro navale o carro a ruote che si portava in giro nelle processioni festive.

La collocazione nell’anno ha subito molti cambiamenti a seconda delle varie strutture di potere politico e religioso che si sono succedute nel tempo. La collocazione originaria era tra la fine e l’inizio di un ciclo agrario. Le prime usanze carnevalesche sono originarie nell’antico Egitto. Tali cerimonie erano dette “cherubs” e si celebravano durante l’equinozio d’autunno. In queste feste era caratteristica l’uso della maschera, la simbolizzazione animale delle stagioni e delle fasi della produzione agricola: Iside era l’orsa della costellazione omonima; i sacerdoti mascherati con i segni delle costellazioni indicavano i punti cardinali nel cielo; il sacerdote Toro, la primavera; il sacerdote Leone, il solstizio d’estate; il sacerdote uomo; l’autunno; il sacerdote sparviero, l’inverno; il sacerdote cane, la canicola; il sacerdote lupo, la vendemmia; il sacerdote Ibi, il ritiro del Nilo. Queste feste erano anche le feste dei buoi. Si sceglieva il bue più bello, lo si adornava a festa, lo si portava in giro per Alessandria, infine veniva messo a morte e finiva la festa.