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The Clash of Emotions/TechnoCatastrophes

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Da anni le evidenze giudiziarie hanno dimostrato l’esistenza di pericolosi collegamenti tra i clan della camorra campana e le organizzazioni terroristiche della jihad islamica. Da Napoli, crocevia dei traffici, è passato anche uno dei terroristi implicati nella strage della stazione di Atocha di Madrid, l’11 marzo del 2004.

Nell’ultima relazione presentata dai servizi di sicurezza al parlamento, l’accento posto sull’accresciuta effervescenza della galassia jihadista e sulla “connessa, accentuata capacità di presa del messaggio radicale, affidato a forme di comunicazione sempre più efficaci e pervasive”, dà la rappresentazione definitiva di una mutazione in atto, oppure già avvenuta, e delle nuove priorità nelle politiche di contrasto alle minacce di destabilizzazione dell’ordine democratico del paese, caratterizzate da fenomeni non più esclusivamente endogeni, per usare un’espressione che forse è già stata superata dai fatti. “L’estremismo homegrown”, prosegue il testo, “inteso anche quale bacino di reclutamento per aspiranti combattenti, viene individuato come il principale driver della minaccia terroristica, riferibile tanto a lupi solitari e a cellule autonome quanto al diretto ingaggio da parte di organizzazioni strutturate operanti nei teatri di jihad.”

La scelta strategica del qaedismo operata dallo Stato Islamico (IS) di Al Baghdadi, erede della filiale irakena di Al Qaeda, ovvero l’ispirazione del volontarismo individuale, con l’utilizzo di una sofisticata strategia di comunicazione e propaganda multimediale, come si è verificato nei recenti attentati in Francia, Belgio e Danimarca, evoca il fantasma di un nemico invisibile e rappresenta una problematicità che mette a dura prova gli apparati di sicurezza, con il rischio di favorire le condizioni politiche e culturali per nuove campagne antidemocratiche e contro il diritto all’informazione. Tuttavia, è questo l’allarme reiterato dagli apparati di sicurezza, uno dei problemi principali sul piano interno riguarda proprio la capacità dei gruppi, o degli individui virtualmente terroristi, a partecipare ad una vasta gamma di attività criminali che includono: traffico di sostanze stupefacenti; furti e rapine; sequestri di persona; estorsioni; falsificazione di documenti e valuta; frodi finanziarie e azioni predatorie sul territorio, in partnership con “agenzie criminali” italiane. Proprio quest’ultimo punto è quello che ci riguarda più da vicino.

Un bazar al centro del Mediterraneo

Crocevia di traffici illegali, bazar nel quale è possibile trovare quasi tutto il necessario per costruirsi un’identità valida per viaggiare in Europa, Napoli (ed il suo hinterland) è da decenni uno dei nodi della mappa globale del terrorismo jihadista, secondo i riscontri delle indagini giudiziarie. La città, usata come base logistica, nonostante abbia ospitato sin dal secondo dopoguerra il comando generale della Nato per le operazioni nel Mediterraneo, raramente è stata oggetto di attacchi terroristici. L’unico attacco terroristico di matrice mediorientale risale al 14 aprile 1988, in occasione del secondo anniversario dei bombardamenti USA sulla Libia, quando un’autobomba davanti la sede del circolo americano “Uso Club”, frequentato dai marinai della VI Flotta, causò la morte di 5 persone. L’attentato, realizzato in stile libanese, fu organizzato dall’URA, l’Armata Rossa giapponese di Junzo Okudaira, e rivendicato con due telefonate, una alla France Press ed un’altra alla sede di Beirut dell’Ansa, con la sigla delle Brigate Jihad.

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Paris Match e Bild riportano nella trascrizione dei dialoghi tra i piloti del volo Germanwings 9525 un dettaglio fondamentale che finora non ha trovato nessuna spiegazione ufficiale. Una riflessione sul ruolo dei media digitali e sulle catastrofi, sulla politica della paura.

Nel capolavoro di Ernst Lubitsch del 1942, To Be or Not To Be (titolo tradotto in italiano con “Vogliamo Vivere”, ed in francese con “Jeux Dangereux”), la follia della seconda guerra mondiale, e l’assurdità dell’olocausto, vengono affrontati ad armi rovesciate, quelle della finzione e dell’immagine-azione, secondo un sottile gioco in cui, come ha sottolineato il filosofo francese Gilles Deleuze nel suo libro L’Immagine Movimento, una piccolissima differenza nell’azione o tra due azioni induce una grandissima distanza tra due situazioni.

L’unica logica giocabile contro la guerra è, nel film di Lubitsch, quella delle personalità molteplici dei personaggi di una compagnia teatrale di Varsavia, i quali, alla vigilia dell’invasione della Polonia, coinvolti in una trama di spionaggio, provano a giocare Shakespeare contro i bombardamenti, riuscendo ad entrare nei palazzi del potere, consapevoli che la vita e la morte dipendono da piccolissime differenze di comportamento. L’azione filmica si svela volta a volta, in un pezzo o un aspetto della situazione, avanzando nel buio o nell’ambiguità. Un capolavoro etico del genere non poteva che essere una commedia.

Lubitsch, che con Chaplin aveva compreso la potenza del mezzo cinematografico, è da considerarsi tra i veri vincitori della seconda guerra mondiale, laddove il cinema e le macchine ottiche iniziavano ad accelerare la realtà e ad intensificare l’esperienza sensoriale, creando, riproducendo e prolungando gli shock visivi che andavano a costituire il nuovo immaginario sociale, come un’esperienza di allucinazione collettiva e di illusione ottica capace di modificare le caratteristiche della percezione umana.

Un processo del genere è avvenuto grazie alla tecnica durante il Secolo della Paura, il ventesimo, il secolo dell’equilibrio del terrore della distruzione nucleare. Arte dell’accecamento secondo Paul Virilio, architetto e urbanista ma soprattutto massmediologo e politologo, la paura è una tecnica del potere, una cultura dominante, che ieri ha accompagnato velocità e politica ed oggi, nell’era del turbocapitalismo, accompagna velocità e cultura di massa, la questione politica non essendo più la guerra fredda ma la gestione di un panico freddo di cui il terrorismo, in tutte le sue forme, è solo uno dei sintomi.

Il panico è di conseguenza diventato un fatto sociale totale, è irrazionale. Gli sconvolgimenti panici di una popolazione sono connessi a fenomeni di attesa e di ripetizione degli eventi, all’ansia di una depressione spesso mascherata dalle abitudini della vita quotidiana. Il panico freddo non è altro che un’angoscia collettiva sospesa in attesa dell’evento inatteso, una sorta di nevrosi che sfocia in uno stato di dissuasione civile tra le nazioni, replica della politica della deterrenza.

Obbedire ad occhi chiusi è l’inizio del panico (Maurice Merleau Ponty)

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In un cable segreto del 1988, inviato dal consolato USA a Gerusalemme, un fotogramma preciso del modus operandi e degli obiettivi di Hamas durante la prima Intifada. Lo sviluppo del movimento fondamentalista islamico, oppositore dell’OLP, potrebbe essere stato indirettamente aiutato nella sua ascesa dagli israeliani.

Il movimento fondamentalista islamico Hamas (in italiano “Entusiasmo”, “Zelo nel sentiero di Allah”), acronimo di Ḥarakat al-Muqāwamah al-ʾIslāmiyyah (Movimento di Resistenza Islamica), è stato costituito nel 1987, durante la prima Intifada, come costola palestinese dei Fratelli Musulmani (al-Ikhwān al-Muslimūn), l’organizzazione panislamica fondata in Egitto 1928 e strutturatasi in Palestina sin dal 1935, sotto l’influenza del gran Mufti di Gerusalemme, Al-Hajj Amin al-Husseini, e dell’islamista e patriota antibritannico ‘Izz al-Din al-Qassam

Lo sceicco Ahmed Yassin, uno dei cofondatori di Hamas e guida spirituale del movimento fino alla sua tragica morte, il 22 marzo 2004, quando fu assassinato a Gaza da un missile lanciato da un elicottero israeliano, nel patto dell’organizzazione del 18 agosto 1988, indicò chiaramente, tra gli obiettivi del movimento, la lotta alla secolarizzazione nel nome dei precetti fondamentali dell’Islam, la liberazione della Palestina storica dall’occupazione israeliana e l’instaurazione di uno Stato islamico.

Netto il giudizio sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), nell’art. 27 della “carta” di Hamas:

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ci è più vicina di ogni altra organizzazione: comprende i nostri padri, fratelli, parenti e amici. Come potrebbe un buon musulmano respingere suo padre, suo fratello, il suo parente o il suo amico? La nostra patria è una, la nostra tragedia è una, il nostro destino è uno, e il nemico è comune.

A causa delle circostanze in cui è avvenuta la formazione dell’OLP, e la confusione ideologica che prevale nel mondo arabo a causa dell’invasione ideologica che lo ha colpito dopo le Crociate e che è proseguita con l’orientalismo, il lavoro dei missionari e l’imperialismo, l’OLP ha adottato l’idea di uno Stato laico, ed ecco quello che ne pensiamo. L’ideologia laica è diametralmente opposta al pensiero religioso. Il pensiero è la base per tutte le posizioni, i modi di comportamento e le decisioni.

Pertanto, nonostante il nostro rispetto per l’OLP – e per quello che potrà diventare in futuro –, e senza sottovalutare il suo ruolo nel conflitto arabo-israeliano, ci rifiutiamo di servirci del pensiero laico per il presente e per il futuro della Palestina, la cui natura è islamica. La natura islamica della questione palestinese è parte integrante della nostra religione, e chi trascura una parte integrante della sua religione certamente è perduto.

Quando l’OLP avrà adottato l’islam come il suo sistema di vita, diventeremo i suoi soldati e la legna per i suoi fuochi che bruceranno i nemici. Fino a quando questo non avvenga – ma preghiamo Allah perché avvenga presto – la posizione del Movimento di Resistenza Islamico rispetto all’OLP è quella di un figlio di fronte al padre, di un fratello di fronte al fratello, di un parente di fronte al parente che soffre per il dolore dell’altro quando una spina gli si è conficcata addosso, che sostiene l’altro nella sua lotta con il nemico e gli augura di essere ben guidato e giusto.

Tralasciando altre questioni, oggetto di durissime critiche, come l’art. 6, che recita testualmente che “Il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento palestinese unico. Offre la sua lealtà ad Allah, deriva dall’islam il suo stile di vita, e si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina”, interpretabile come un impegno solenne a non riconoscere l’esistenza di Israele; oppure l’art. 32, in cui si attribuisce credibilità e verità storica ad un fantomatico piano per il dominio globale degli ebrei contenuto nei Protocolli dei Savi di Sion – il quale è in realtà un documento con finalità di propaganda antisemita prodotto probabilmente dalla polizia segreta russa tra 1903 ed il 1905, riadattando un libello scritto contro Napoleone III nel 1864 -; all’art. 14, il movimento di resistenza islamica individua chiaramente la strategia per la liberazione della Palestina storica nella necessaria azione concomitante dei palestinesi, degli arabi e dell’intero mondo islamico, indicando la questione nazionale palestinese come parte integrante della Jihad, ovvero parte integrante degli obiettivi che ogni musulmano si deve dare nella sua tensione verso l’adesione ai precetti dell’Islam. Nello statuto di Hamas, tutta la Palestina storica è considerata un waqf, un bene comune, proprietà di Dio, inalienabile e soggetto al diritto coranico.

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Un cablogramma ufficiale tra l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele (tra il 2008 ed il 2011), Cunningham, ed il Dipartimento di Stato degli USA, conferma che la politica degli israeliani a Gaza è stata concepita per mantenere la popolazione sull’orlo del collasso economico.

Un dispaccio diplomatico del 2008 dell’ambasciata USA in Israele, classificato con un alto livello di segretezza, rivela che membri del governo e degli apparati di sicurezza israeliani riferirono alle rappresentanze diplomatiche degli Stati Uniti che l’economia di Gaza sarebbe stata manipolata e mantenuta ad un livello di povertà, ai limiti del disastro umanitario. Il cable, datato 3 novembre 2008, ha preceduto di oltre un mese l’inizio dell’operazione Piombo Fuso dell’esercito israeliano (27 dicembre 2008-18 gennaio 2009), ed è stato inviato dall’ambasciatore statunitense a Tel Aviv, James B. Cunningham, al Dipartimento di Stato americano, non ancora insediatosi il presidente Barack Obama.

Pubblicato tra i file di WikiLeaks nel giugno del 2011, il testo, ripreso anche dal quotidiano progressista israeliano Haaretz, è un resoconto dei colloqui tenutisi tra l’ambasciata USA ed alti funzionari delle istituzioni israeliane.

Fin dalla vittoria elettorale di Hamas nelle elezioni legislative del 2006, Israele ha considerato la striscia di Gaza come “entità ostile” e anche le decisioni relative alla quantità consentita degli shekel in circolazione (la moneta israeliana, che viene usata anche nell’economia annessa dei territori occupati), sono trattate dal governo di Tel Aviv come questioni che interessano la sicurezza nazionale d’Israele.

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Il 4 ottobre del 2001 il volo SB-1812 della Siberia Airlines, Tel Aviv-Novosibirsk, fu abbattuto per errore da un missile delle forze armate ucraine. Morirono 78 persone, 50 delle quali cittadini israeliani. Mentre iniziava il rimpallo delle responsabilità, l’accertamento della verità fu effettuato in tempi sorprendenti grazie alla disponibilità degli Stati Uniti. 

Meno di un mese dopo l’attentato alle Twin Towers di New York, l’11 settembre 2001, mentre l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale era ancora rivolta alle immagini in loop del crollo delle torri gemelle ed alle manifestazioni del dolore dei familiari ed amici delle vittime, mentre gli opinionisti di tv e giornali discutevano trafelati della crociata al terrore proclamata da G.W Bush, tra plichi alle spore di Antrace e video comunicati di Osama Bin Laden, il volo SB-1812, un charter settimanale che effettuava la rotta Tel Aviv-Novosibirsk della Siberia Airlines, fu abbattuto per errore, alle 9:45 pm GMT (1:45 pm dell’orario di Mosca) da un missile S-200 (Codice Nato Sa-5 Gammon) lanciato da una batteria antiaerea BUK delle forze armate ucraine. Nell’incidente morirono 66 passeggeri, in gran parte cittadini israeliani di origini russa che si recavano a visitare le loro famiglie e 12 membri dell’equipaggio.

Il 4 ottobre 2001, il Tupolev Tu-154M della Siberia Airlines, dopo essere decollato dall’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, era in volo già da due ore e monitorato dai controllori di volo di Rostov sul Don quando scomparve dagli schermi radar sui cieli del Mar Nero, a 350 km dalla Crimea, tra Sochi e la costa turca di Fatsa, mentre volava ad una quota di 36.000 piedi (circa 11.000 mt). Un pilota armeno che volava a poca distanza dall’aereo della compagnia siberiana vide l’aviogetto esplodere in volo e cadere nel mare. Poche ore dopo le autorità russe formularono le prime tre ipotesi del disastro: attacco terroristico, cedimento strutturale o abbattimento causato da un missile proveniente dal territorio nazionale ucraino.

La possibilità di un attacco terroristico mediante bomba a bordo, a poche settimane dallo shock dell’attacco alle Twin Towers, fu considerata poco attendibile dalle stesse autorità israeliane, le cui procedure per l’imbarco sono tra le più severe del mondo, mentre l’ipotesi dell’abbattimento a causa di un missile venne suffragata poche ore dopo l’incidente dagli Stati Uniti, che attraverso delle fonti militari e governative rivelarono, per primi, attraverso il Washington Post e ABC News, che il volo SB-1812 non era stato abbattuto da un attacco terroristico ma poteva essere stato colpito da un missile ucraino, a causa di un errore durante un’esercitazione militare.

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Ancora nessuna traccia del volo MH370 della Malaysia Airlines. Almeno due i disastri simili nella storia dell’aviazione civile. È stato dirottato oppure si è disintegrato in volo? “Democracy is Dead”, la T-Shirt del capitano. La guerra politica in Malesia e la condanna per omosessualità del leader dell’opposizione. Al Qaeda in Cina ed un’ipotesi fantascientifica.

Mentre brancolano nel buio le ricerche del volo MH370 della Malaysia Airlines, con il coinvolgimento di decine di mezzi aeronavali di venticinque paesi, oltre all’uso delle sofisticate tecnologie satellitari, si infittiscono ogni giorno le ipotesi di quello che al momento sembra un vero e proprio mistero, destinato probabilmente a cambiare la storia dell’aviazione civile.

In un mondo interconnesso e digitalizzato, e attraversato dai flussi delle frequenze e dei segnali delle informazioni digitali, l’aspetto più inquietante di questa vicenda, apparentemente più inspiegabile, soprattutto per chi fosse mai capitato su un sito come flightradar24, riguarda proprio come sia possibile che un aereo della lunghezza alare di 70 metri, costruito con le tecnologie aerospaziali del nuovo millennio, possa letteralmente sparire dai radar, la sua posizione esatta non venire rilevata per un’intera settimana, e senza che nessuno a bordo abbia avuto modo di inviare dei messaggi di aiuto via radio. Sparito nel nulla, come inghiottito da un buco nero.

Il Boeing 777-200ER (Extended Range) del volo MH370 è un aereo in grado di volare ininterrottamente per 16 ore con il pilota automatico, con un raggio d’azione di 14.300 km, riducendo le funzioni manuali al decollo, all’atterraggio, ed alla gestione di particolari fenomeni di turbolenza durante il volo, Solo quattro o cinque minuti di attività umana in tutto, in un normale piano di volo.

I due motori Rolls-Royce Trent 875, con 33,8 tonnellate di spinta ciascuno, consentono all’aviogetto di volare anche con un solo motore per almeno tre ore, in caso di malfunzionamento, e sono dotati di un dispositivo pre-programmato per l’invio dei dati in volo, simile al transponder dell’aereo.

La rotta Kuala Lumpur-Pechino è una delle più corte tra quelle coperte da questo tipo di aviogetto, solo 5 ore e mezza di volo.

Rari gli incidenti nella storia aeronautica di questo tipo, essendo il decollo e l’atterraggio i momenti di maggiore criticità, esposti agli errori umani; nell’ultima settimana non sono mancate le più fantasiose congetture ed accostamenti tra il volo MH-370 ed altre catastrofi dell’aviazione civile, come la tragedia di Ustica, o il disastro del volo Airfrance 447 del 1° luglio 2009, costato la vita a 229 persone, in volo tra Rio de Janeiro e Parigi, considerato uno dei più drammatici incidenti della storia dell’aviazione civile mondiale.

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Parte del controllo dei dati internet dei cittadini americani, e non solo, vietato negli USA, avverrebbe in Gran Bretagna, in base ad un accordo segreto tra le agenzie di sicurezza inglesi e la NSA. Le rivelazioni di Snowden confermate dai materiali pubblicati su Wikileaks.

Era dai tempi della “dottrina Breznev”, l’inizio della fase più acuta della guerra fredda tra USA e URSS, conclusasi solo con la caduta del muro di Berlino, che la stampa mondiale non si trovava ad affrontare casi così clamorosi di spionaggio e di obiezione di coscienza.

Le vicende che riguardano Julian Assange, rifugiatosi nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra dal giugno del 2012, per sfuggire all’estradizione in Svezia e USA, dove è accusato di spionaggio e Edward Snowden, l’analista informatico, collaboratore della Booz Allen Hamilton, società che fornisce consulenza della National Security Agency (NSA), a cui la Russia ha concesso l’asilo temporaneo; entrambi accusati di aver messo a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti e di tradimento, dividono l’opinione pubblica tra chi considera le loro rivelazioni abbiano fatto luce sulle violazioni dei diritti umani, soprattutto in merito all’acquisizione illegale di informazioni e dati personali, e chi invece ritiene semplicemente che abbiano commessi dei reati, e che pertanto vadano puniti.

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