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Transitional Voices

 

#_Provò una fitta d’esultanza, gli ottagoni e l’adrenalina si mischiarono con qualcos’altro. “Te la stai godendo” pensò. “Sei pazzo”. Perchè in maniera strana ed approssimativa era simile ad una corsa nella Matrice. Bastava logorarsi un po’, trovarsi coinvolti in qualche casino disperato ma stranamente arbitrario, e allora era possibile vedere Ninsei come un campo di dati, un po’ come la matrice un tempo gli aveva ricordato i legami proteici delle singole specializzazioni cellulari. Allora potevi buttarti e planare, alla deriva, ad alta velocità, completamente coinvolto ma del tutto separato, e tutt’intorno a te la danza degli affari, delle informazioni che interagivano, dati che diventavano carne nei labirinti del mercato clandestino._/Neuromante, Pag.19 

 

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Il Neuromance(R) di William Gibson 

 

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Leonardo da Vinci, Giovanni Battista ( Genova, Palazzo Rosso)

Leonardo da Vinci, Giovanni Battista ( Genova, Palazzo Rosso)

“La donna è un otre, fatta solo per sopportare” (Kanun, Libro III, art. 30)

Il Kanun (Canone) di Lek Dukagjini è un codice di leggi consuetudinarie che si sono trasmesse oralmente per secoli, soprattutto nel nord e nel centro dell’Albania, compreso l’attuale Kosovo, in Macedonia ed in alcune aree della Bosnia-Herzegovina, in seguito all’espansione ottomana nella regione, per cui ne esistono sei versioni che discendono dall’originale redatto dal principe Lek Dukagjini nel XV secolo, tra cui quella altrettanto importante del principe Skanderbeg.

Secondo alcuni antropologi, l’origine di questo codice si baserebbe sulle antiche tradizioni tribali degli Illiri. Il Kanun redatto nel 1400, uno dei secoli più bui per la storia albanese, a causa del conflitto tra serbi e turchi, afferma l’uguaglianza degli uomini, ed ha delle regole molto severe sul ruolo delle donne; disciplina e regola, inoltre, la vendetta ed il perdono, prevedendo la morte solo per l’omicidio e l’adulterio. Tutta la legge si basa sulla comunità del Fis (la tribù, o clan, formata da un capo e da “famiglie” a coorte virilocali e patrilineari) e sul valore della Besa (“fiducia”, o meglio “la tregua accordata a chi deve sangue”) a cui è legato il concetto stesso di autorità. Si tratta di un codice etico quindi, che non contempla nessuna distinzione tra diritto pubblico e privato e che si rivolge agli individui, stabilendo le regole in base alle quali potevano ribellarsi.

In seguito alla battaglia di Kosovo Polje del 1389, vinta dagli ottomani sui serbi, i territori dell’Albania che a partire dal medioevo erano stati al centro delle mire espansionistiche di Venezia, del Regno di Napoli, della Serbia, della Bulgaria, oltre che dell’Impero bizantino, furono sottoposti a vassallaggio. La regione però, situata in un nodo nevralgico del conflitto tra turchi, veneziani ed ungheresi, era attraversata da forti tensioni che spingevano i principati tra la ricerca di un accordo con i sultani turchi, nel momento di massima espansione dell’impero ottomano, e le rivolte nazionaliste della coalizione dei principi capeggiata da Skanderbeg, che aderì alle crociate anti-islamiche.

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Syria/Atargatis

“Un bambino, lo portano per la prima volta al giardino zoologico. Questo bambino, inversamente, noi siamo stati questo bambino e ce ne siamo dimenticati. Nel giardino, in quel terribile giardino, il bambino vede animali viventi che mai aveva visto: vede giaguari, avvoltoi, bisonti, e più strano ancora, giraffe. Vede per la prima volta la sfrenata varietà del regno animale. E questo spettacolo, che potrebbe allarmarlo o terrorizzarlo, gli piace: tanto gli piace, che andare al giardino zoologico è, o può sembrare, un divertimento infantile. Come spiegare questo fatto comune e misterioso insieme? Possiamo negarlo, naturalmente. O possiamo sostenere che i bambini bruscamente portati al giardino zoologico soffriranno, vent’anni, di nevrosi; e in verità, come non c’è bambino che non abbia scoperto il giardino zoologico, così non c’è adulto che non sia, esaminato bene, nevrotico.” (J.L.Borges, prologo al Manuale di zoologia fantastica)

“Le parole e le cose”, il libro che Michel Foucault scrisse nel 1966 nel tentativo di individuare i “codici fondamentali” che le culture impongono all’esperienza (nel tentativo di rispondere alla domanda “cosa è impossibile pensare? E di quale impossibilità si tratta?”) deve la sua origine da una intuizione che il filosofo francese ebbe leggendo un racconto di Borges, “El idioma analìtico de John Wilkins”. Il racconto, pubblicato in seguito in “Altre Inquisizioni”, dopo aver esaminato lo strano linguaggio creato nel XVII secolo da Wilkins, nel quale “ogni parola definisce sé stessa”, e che presuppone una organizzazione dell’universo “in categorie o generi, suddivisibili poi in differenze, divisibili a loro volta in specie”, elenca le categorie di una enciclopedia cinese, dal titolo “Emporio celeste di conoscimenti benevoli”, in cui è scritto che gli animali si dividono in “a) appartenenti all’Imperatore; b) imbalsamati; c) addomesticati; d) maialini da latte; e) sirene; f) favolosi; g) cani in libertà; h) inclusi nella presente classificazione; i) che si agitano follemente; j) innumerevoli; k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello; l) et coetera; m) che fanno l’amore; n) che da lontano sembrano mosche“.

La tassonomia descritta da Borges, attraverso la mediazione dell’incontro con un’altra cultura, quella della Cina antica, rappresentava efficacemente, per Foucault, il limite del “nostro” pensiero di fronte all’impossibile, rappresentato dalle categorie delle creature fantastiche, classificate a fianco di quelle in carne ed ossa, per le quali il linguaggio funziona esattamente con le stesse regole di contenuto e contenente, sia per gli esseri reali che per quelli immaginari, essendo il linguaggio stesso ciò che consente al pensiero di operare un ordinamento, un’organizzazione in classi e categorie, a creare lo spazio (la “tabula”) sul quale collocare le “cose” del discorso.

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Stultifera Navis

La commedia è, come dissi, imitazione di persone più volgari dell’ordinario; non però volgari di qualsivoglia specie di bruttezza, [o fisica o morale], bensì [di quella sola specie che è il ridicolo: perché] il ridicolo è qualche cosa come di sbagliato e di deforme, senza essere però cagione di dolore e di danno. Così, per esempio, tanto per non uscire dall’argomento che trattiamo, la maschera comica: la quale è qualche cosa di brutto come di stravolto, ma senza dolore.” (Aristotele, Poetica, 5,1449b)

Parodia dell’ordine, debolezza ed insipidità della carne, sollazzo del contadino, fenomeno popolare più umano dell’umano, difesa per i semplici e mistero dissacrato della plebe; il Riso, il Comico, liberatorio ed eversivo, è stato temuto dalla Chiesa per secoli per la sua potenza di violare la regola, di rovesciare i codici mostrando la finzione del reale, al punto di concedere il solo rito del Carnevale come unica festa nella quale poteva essere derisa l’immagine del Diavolo e capovolta l’immagine di Dio. Il Carnevale, la violazione rituale dei precetti, doveva avvenire solo una volta all’anno perché la legge si impone con  la Paura, il cui nome era, ed è ancora per certi versi, il nome di Dio.

Fenomeno assolutamente umano, per Bergson il comico non può darsi in un ambito che non sia strettamente legato all’uomo. Un paesaggio non sarà mai comico, mentre ciò che può essere comico in un animale è il balenare di tratti tipicamente umani.  Il comico è anche l’insensibilità nei confronti dell’umano, una riduzione dell’empatia, essendo l’emozione il più grande nemico del comico. Forza dinamica, mutevole, dotata di una sua storicità, il comico e il riso sono sempre espressione di un gruppo sociale. Ride del comico, di “quel comico”, una determinata società, in un determinato momento storico. Il riso ha sempre bisogno di un’intesa e rinsalda un legame sociale a qualsiasi scala lo si osservi e svolge una funzione correttiva. Secondo il filosofo francese: tutte le forme di irrigidimento della vita sociale che non possono essere sanzionate dalla legge morale, il riso essendo un adattamento costante alle norme, ai discorsi, ed ai comportamenti, i quali non si lasciano organizzare facilmente in modalità rigide ed automatiche:

Ciò che la vita e la società esigono da ciascuno di noi, è un’attenzione costantemente sveglia, che discerna i contorni della situazione presente, e anche una certa elasticità del corpo e dello spirito che ci metta in grado di adattarci ad essa. Tensione ed elasticità: ecco due forze complementari l’una all’altra che la vita mette in ballo. Ne è privo il corpo? si hanno gli accidenti di ogni genere, le infermità, la malattia. Ne è privo lo spirito? Si hanno tutti i gradi della povertà psicologica, tutte le varietà della follia. Ne è privo il carattere? si hanno i profondi inadattamenti alla vita sociale, sorgenti di miseria, a volte occasioni di delitto (Henri Bergson, Il riso, pag. 47)

E’ la figura del distratto, l’interruzione imprevista di un automatismo laddove ci si attende agilità e viva flessibilità, oppure la riproduzione di una rigidità meccanica, che Bergson individua come cause dell’effetto comico. Tanto più naturale è la causa, tanto più forte è l’effetto comico. Si ride della distrazione, come un gesto sociale che richiama all’attenzione, tiene deste le attività d’ordine che rischierebbero di isolarsi e di addormentarsi. Rientra così nel campo delle funzioni normative (aspirando ad esse, anche immoralmente), perseguendo inconsciamente un perfezionamento della vita sociale ed individuale, richiedendo la più ampia socievolezza possibile, una sintonia, in una zona neutra della vita sociale in cui l’uomo si offre come spettacolo all’uomo.

Il Comico è l’automa irrigidito, mentre il Riso è la correzione, l’automa purificato, connesso al “macchinario” produttivo di senso, autentico ideale soggettivo. Il “fuori”, istanza della forza attiva, che si impadronisce del corpo piegandosi e scavando un Sè nell’uomo, attua la prescrizione della possibilità di scelta, della vocazione all’automatismo, attraverso la funzione normativa del Riso…a meno che non si parli del riso-schizo del folle.

Osteggiato dai dispositivi del potere, in quanto espressione del rifiuto degli schemi comportamentali, dell’automatismo normativo delle leggi morali; il Riso-Schizo del comico, del folle, è in realtà Antiproduzione: passa da un codice all’altro, libera la “gioia rivoluzionaria del Desiderio”.

Chiamiamo umorismo non più il movimento che sale dalla legge verso un più alto principio, ma il movimento che discende dalla legge verso le sue conseguenze. Tutti conosciamo i modi di raggirare la legge per eccesso di zelo: è mediante la sua scrupolosa applicazione che si tende a mostrarne l’assurdità, e a suscitare precisamente quel disordine che si presumeva dovesse impedire o scongiurare. Si prende la legge in parola, alla lettera; non si contesta il suo carattere ultimo o primo; si fa come se, in virtù di questo carattere, la legge riservasse a sé i piaceri che ci vieta. (Gilles Deleuze, Il Freddo ed il Crudele, pag.95-96)

Per Deleuze, che in Differenza e Ripetizione attribuisce a ironia (arte dei principi e del ritorno e rovesciamento dei principi) e humour (arte delle conseguenze delle discese, delle sospensioni e delle cadute) il compito del ribaltamento della legge morale – trasgressione, eccezione, esibizione della singolarità contro i particolari sottomessi alla legge -, il comico fa parte del processo di rovesciamento del platonismo e della forma superiore perfetta espressa nelle idee, del capovolgimento del Bene e del Male. Il concetto è efficacemente espresso nell’esempio dell’umorismo del masochista, per cui la stessa legge che impedisce di realizzare un desiderio, sotto pena di una conseguente punizione, diventa una legge che pone la punizione all’inizio e ordina di conseguenza di soddisfare il desiderio. L’umorismo sostituisce la significazione (l’Idea), rompendo la somiglianza della falsa dualità platonica tra essenza ed esempio.

Allo stesso modo dello Zen, i cui koan dimostrano l’assurdità delle significazioni e mostrano il non senso delle designazioni, in cui l’evento stesso è l’identità della forma del vuoto, non l’oggetto com’è designato ma come è espresso o esprimibile, mai presente. La negazione non esprime più nulla di negativo ma libera solo l’esprimibile puro. Il vuoto (Wu) è il luogo del senso o dell’evento che si compongono con il proprio non senso, là dove non ha più luogo che il luogo. Il vuoto è un elemento paradossale, un non senso di superficie, il punto aleatorio sempre spostato da cui scaturisce l’evento come senso. (Gilles Deleuze, Logica del senso, pag. 122-127)

Nonostante io reciti i mantra non riesco ad allontanare i pensieri durante la meditazione.” “Il mantra funziona come una spazzola per i pensieri. Prova ad immaginare una spazzola che, con lo stesso movimento ripetuto incessantemente, svuota e pulisce la tua mente. Vedrai, non immagini cosa si possa ottenere con queste tecniche di visualizzazione” Il monaco mise a frutto il consiglio del maestro e raggiunse l’illuminazione, cosa di cui tutti si resero subito conto. Infatti il suo cranio rasato rifletteva la luce ed abbagliava gli altri monaci da tanto era lucido. (Koan Zen del XIII secolo)

il comico è iscritto nel registro di produzione della realtà, nel corpo pieno del “socius”, fin dalla macchina sociale dell’epoca classica, fondata sull’alleanza e sulla genealogia, ove l’essenziale è marcare ed essere marcati e suddivisi su una terra indivisibile: il Desiderio, “molla di ogni divenire”, si oppone così alla follia dominante della ragione:  

“Il bisogno come pratica del vuoto non ha altro senso: andare a cercare, a catturare, a parassitare le sintesi passive là ove stanno. Abbiamo un bel dire: non siamo erba, è un pezzo che abbiamo perduto le sintesi clorofilliane, bisogna pur mangiare…Il desiderio diventa allora questa abbietta paura di mancare. Ma appunto questa frase, non sono i poveri o i defraudati a pronunciarla. Loro, al contrario, sanno che son vicini all’erba, e che il desiderio ha “bisogno” di poche cose, non le cose che si lasciano loro, ma le cose stesse di cui non si cessa che spossessarli, e che non costituivano una mancanza nell’intimo del soggetto, ma piuttosto la oggettività dell’uomo, l’essere oggettivo dell’uomo per cui desiderare è produrre, produrre in realtà. Il reale non è impossibile, nel reale, anzi, tutto è possibile.” (G.Deleuze-F.Guattari, “L’Anti.Edipo”, pag. 30)

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Bambino cibernetico

Richard Lindner, “Boy with Machine” (1954)

Il termine Cibernetica (dal greco Κυβερνήτης, l’arte del pilota o del timoniere, da cui deriva il termine latino gubernator) è stato usato da Platone nell’Alcibiade per indicare le tecniche di autogoverno, di governo del popolo. Oggi indica la scienza che studia i fenomeni di autoregolazione e di comunicazione, la teoria dei messaggi (Teoria dell’Informazione) e, particolarmente, dei messaggi effettivamente di comando. Il comando è inteso come l’invio dei messaggi che modificano il comportamento di chi/cosa li riceve.

La società può essere compresa solo attraverso lo studio dei messaggi e dei mezzi di comunicazione relativi ad essi: i messaggi fra l’uomo e le macchine, fra le macchine e l’uomo e fra macchine e macchine; in ognuno di questi casi i messaggi immessi o emessi non vengono trattati allo stato naturale, ma dopo un processo interno di trasformazione operato dagli organi/organismi/apparati, macchine viventi o no. La quantità di informazione che viene emessa o ricevuta dalle apparecchiature terminali dipende dalla capacità di trasmettere e di ricevere dalle apparecchiature stesse. Le informazioni vengono tradotte ed utilizzate dagli stadi successivi del funzionamento, con azioni effettive ed eseguite sul (o nel) mondo esterno. Il linguaggio del messaggio diretto ad una macchina è un codice al quale è possibile applicare tutte le nozioni della cibernetica e della teoria delle informazioni.

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Anche la scrittura dovette apparire, alle popolazioni preletterate del continente americano, come un mezzo di comunicazione sovraumano, come il segno di una potenza quasi divina. Quando emerge una nuova tecnologia di comunicazione, grazie alla creazione di nuovi supporti per la trasmissione di informazione, divengono possibili forme comunicative nuove per estensione e per modalità di elaborazione dell’informazione; di conseguenza emergono dei nuovi processi di transizione tecnocomunicativa nel corso dei quali mitologie, immaginari, modelli interpretativi e modelli proiettivi sono sconvolti e rimessi in questione, sottoposti ad una torsione e una deformazione che provoca disturbi nella mente individuale e nell’interazione comunicativa. In queste transizioni accade qualcosa che non riguarda soltanto la comunicazione, ma interessa anche l’attività cognitiva, la mente stessa, intesa come processo di percezione, elaborazione e proiezione di mondi.

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