La fine dell’Ilva-Italsider di Bagnoli ed il sogno di Città della Scienza

Città della Scienza

Il rogo che ha distrutto i capannoni di Città della Scienza ha colpito una storia, un’idea della città e del lavoro rivolta al futuro, nata dalla dismissione industriale dell’area dell’ex Italsider di Bagnoli, l’acciaieria che ha attraversato un secolo di storia della città di Napoli e che aveva incarnato le speranze di progresso; non solo per la sinistra cittadina, che pur aveva difeso la fabbrica da tutte le ipotesi di dismissione fin dagli anni ’70, fino alla presa d’atto della fine del futuro industriale della città.

L’Italsider di Bagnoli, l’intera area dell’ex Ilva, è stata, e continua ad essere, uno dei nodi nevralgici della storia Napoli nell’immaginario di intellettuali, scrittori, registi, opinionisti e politici, che per decenni hanno descritto il contrasto tra la disciplina della “cultura” industriale e l’organicità della vita popolare della città partenopea, tra il modello dell’ordine sociale della fabbrica fordista ed il brontolio minaccioso e tempestoso dei Calibani, o degli infiniti Donnarumma napoletani. Vero e proprio scontro tra “civiltà”, così spesso la letteratura industriale ha descritto il rapporto tra fabbrica e società a Napoli. Da Ottiero Ottieri, che descrisse lo scontro culturale tra un ingegnere del nord, incaricato delle assunzioni del personale, e la pretesa di un disoccupato semianalfabeta di avere una deroga ai test psicotecnici per entrare nella fabbrica avvenierista disegnata da Luigi Cosenza, l’Olivetti di Pozzuoli; al Vincenzo Buonocore di Ermanno Rea nel romanzo “La Dismissione”, il cui lavoro consiste nello smontare i pezzi dell’Italsider, fabbrica che invece di estendere l’organizzazione biopolitica anche all’esterno di sè, fuori dal suo perimetro, nel quartiere, nella città, non è riuscita a sconfiggere la cultura del vicolo, venendone anzi addirittura assorbita; oppure il film “Mi manda Picone” di Nanni Loy, che ripercorre tutta l’evoluzione criminale della camorra napoletana, tra gli anni ’70 e ’80, fino alla droga, fino alle viscere della città che sbucano in un tombino dell’acciaieria di Bagnoli, dove si perdono le tracce di un presunto “operaio”.

La letteratura industriale “napoletana” non ha mai potuto ignorare lo scenario della costa Flegrea. Da Pozzuoli, fino a Nisida e Coroglio, la visione della fabbrica a Napoli non ha potuto non essere suggestionata dal contrasto causato dall’immenso mostro, sorta di Prometeo incatenato ai piedi di Posillipo, con l’immagine di una natura violata, intesa anche in senso sociale; un sogno faustiano sfumato poi nelle morti di tumore per amianto e metalli, nella disoccupazione, nell’emigrazione e nel deserto della deindustrializzazione senza fine. Senza progetto.

Bagnoli è una linea immaginaria di confine tra antico e presente, tra moderno e post-moderno, fino a proiettarsi nel futuro, nel sogno della riconversione post-industriale, ancora non realizzato. Paradigma della storia recente della città di Napoli, che non riesce a staccare gli ormeggi dal passato. Sconfitta della politica, destino di una intera città e della sua popolazione, che ha smesso di credere nelle “metanarrazioni”.

Nemmeno il progresso può darsi per scontato, e la Scienza, niente altro che una formazione discorsiva, ha a che fare, qui, non tanto con la scoperta della verità, quanto con l’accrescimento del potere. Non c’è nulla a garantire che la ragione produca effetti liberatori. Tanto più a Napoli.

L’origine chiaramente dolosa dell’incendio dell’ex vetreria borbonica, realizzata nel 1853,, i cui mandanti non possono certamente aver sottovalutato l’enorme impatto mediatico ed emozionale che avrebbero causato, si colloca simbolicamente al di là delle vicende che riguardano gli interessi sui suoli di un’area la cui bonifica non è stata ancora completata, e che è sottoposta a vincolo dal Piano Regolatore Generale. Sull’intera area dell’ex Italsider non si sono mai manifestate chiaramente le volontà degli industriali, e nemmeno degli imprenditori del mattone, al punto che le ultime gare indette per la vendita dei suoli sono andate completamente deserte.

Scienza, società e territorio, Eduardo Caianiello e Vittorio Silvestrini

L’unica idea di riqualificazione concreta dell’area è stata quella che ebbe inizio nel 1989 con l’Idis, un ente no profit creato da Vittorio Silvestrini e divenuto poi Fondazione, dando vita a Città della Scienza, il cui scopo non era, e non è, solo quello di realizzare un museo interattivo per adulti e bambini, ma quello di promuovere la conoscenza scientifica, creare un parco scientifico e tecnologico, un polo di ricerca high-tech ed un incubatore di imprese rivolto alla promozione dell’innovazione tecnologica.

Vittorio Silvestrini, origini trentine ma napoletano d’adozione, ex consigliere regionale del PCI, è uno degli intellettuali venuti fuori dalla prestigiosa sezione napoletana della Fisica teorica, il dipartimento fortemente auspicato e difeso con tutta la sua autorevolezza da Eduardo Caianiello, lo scienziato che aveva portato nel meridione il primo Istituto di Fisica Nucleare, che fondò una scuola di Fisica teorica e nucleare post laurea e che intuì, tra i primi in Europa, l’importanza delle ricerche sulla cibernetica condotte negli anni ’40 da Norbert Wiener, sviluppandole con la sua collaborazione. Silvestrini riprese l’idea di Caianiello di avere un progetto per la città di Napoli che servisse a tutto il paese, come è stato l’Istituto di Cibernetica del CNR di Napoli, un incubatore di novità scientifiche che ha dato un impulso fondamentale alla ricerca sugli automi e sui linguaggi formali, promotore del metodo della multi-disciplinarietà, la cui esperienza ha lasciato profonde tracce nella cultura scientifica partenopea.

Alla ricerca dell’istituto di Cibernetica, oggi situato nell’ex Olivetti di Pozzuoli, nella sede che ora ospita il CNR, va sicuramente riconosciuta la parternità della creazione dei dipartimenti di informatica, di robotica e di sistemistica del politecnico di Napoli, e l’influenza sul ramo accademico napoletano delle scienze cognitive e della matematica. Non ultimo lo sviluppo del polo aerospaziale napoletano, il cui prestigio è più riconosciuto all’estero che in Italia. Da questo punto di vista, per la visione si un sapere scientifico che abbia un impatto sulla cultura e sulla società, sull’economia e sulla città, Caianiello e Silvestrini sono da considerarsi tra le pochissime figure dell’intellettualità napoletana che abbiano tentato effettivamente di ricomporre la frattura storica tra Scienza, Potere e Società, verificatasi a Napoli con la fallita rivoluzione del 1799 e mai più sanatasi, determinando per due secoli l’emigrazione degli intellettuali e la separatezza del mondo dei saperi scientifici dal regno delle cose e della fede.

L’idea di Silvestrini, la promozione della conoscenza scientifica e la valorizzazione del milieu locale all’interno di un parco scientifico e tecnologico sul modello delle tecnopoli create in Francia, come quelle realizzate a Lione ed a Marsiglia, volano per una fase di sviluppo post-industriale basato sulle produzione ad alto contenuto di conoscenza, cominciò a prendere forma con il successo di “Futuro Remoto”, un evento annuale di divulgazione scientifica che dal 1987 si è tenuto negli spazi della Mostra d’Oltremare, a Fuorigrotta.

La scommessa era di sottrarre spazio ad una presunta vocazione dell’area dell’ex Ilva legata al settore turistico alberghiero, così come previsto da un progetto Fiat-Partecipazioni Statali (Iri-Italstat, Eni ed Efim) degli anni ’80, per un tratto di costa che andava da Rione Terra a Pozzuoli, fino a Nisida. Una scommessa, quella di Silvestrini, che è stata portata avanti tra mille ostacoli burocratici e conflitti politici anche con le amministrazioni “vicine” e “sensibili” al progetto. Conflitti, come quello tra la fondazione Idis e le amministrazioni comunali e gli enti succedutisi fino ad oggi, responsabili delle opere di bonifica e di vendita dei suoli. Uno scontro basato sulle ragioni e sulle idee, nel rispetto dei ruoli istituzionali, mai strillato sulla stampa, conosciuto solo tra i più attenti osservatori delle dinamiche politiche della città.

La dismissione dell’Ilva e lo scontro sul futuro di Bagnoli. Un promemoria….

Della ipotesi di un Parco Scientifico e Tecnologico a Napoli si era inizialmente parlato nel CTS, il Comitato Tecnico Scientifico del Comune di Napoli incaricato, nel 1988, di elaborare il Piano Regolatore Generale, in un periodo caratterizzato ancora dalla sbornia dei fondi post-terremoto, dalla cementificazione senza programmazione urbanistica e sotto l’influsso narcotico dell’idea della Neonapoli di Paolo Cirino Pomicino. L’ipotesi aveva visto anche l’interessamento dell’IRI che intendeva creare a Bagnoli un polo nazionale della banda stagnata, realizzando nell’area un non meglio precisato Centro di Ricerca, abbandonando le produzioni più inquinanti, come quella dell’Eternit, ancora oggi causa del rallentamento della bonifica.

Nel 1994, Antonio Bassolino, pochi mesi dopo la sua elezione a sindaco della città di Napoli, si trovò a dover decidere del destino di Bagnoli con l’ILVA che aveva già iniziato a smontare i pezzi per venderli agli acquirenti esteri. La chiusura dello stabilimento era durata quattro anni, a cavallo di una intera fase storica, segnata dalla mutazione della classe politica napoletana e nazionale iniziata nel 1990 con Tangentopoli. Invitato a ratificare in sede governativa l’intesa prevista dal preliminare del PRG elaborato dal CTS, già concordato con la precedente amministrazione comunale, nella quale si prevedeva di impiantare nuove industrie a Bagnoli, Bassolino prese la decisione di non sottoscrivere l’accordo.

Sull’onda dell’entusiasmo per il successo d’immagine della città ottenuto durante il vertice G7 del 1994, il sindaco di Napoli decise così di puntare tutto sulla riconversione post-industriale dell’ex Ilva. D’intesa con i sindacati venne quindi sottoscritto un accordo per la bonifica dell’area, affidata con delibera del CIPE all’Ilva Spa in liquidazione, nel frattempo il comune presentò gli Indirizzi per la pianificazione urbanistica, redatti dall’assessore Vezio De Lucia, nei quali venne abbandonata l’ipotesi del reinsediamento industriale, con la previsione di impianti di eccellenza per il turismo legato al sistema congressuale alberghiero (per 5000 posti letto), un grande parco pubblico (circa ¾ dell’area in dismissione), il ripristino dell’arenile e della balneabilità, ed una rete di attività produttive connesse con la ricerca scientifica (con l’ipotesi di un polo aerospaziale).

Il progetto, approvato dal consiglio comunale, ottenne un finanziamento governativo triennale di 343 miliardi di lire per la bonifica, più 25 miliardi per disinquinare la spiaggia. Il decreto prevedeva inoltre la costituzione di una società, la Bagnoli Spa, per l’assunzione dei 500 lavoratori rimasti all’Ilva, da destinare alle attività di bonifica. La giunta regionale della Campania ed il Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, approvarono poi un finanziamento di 10 miliardi di lire per il progetto di un Science Center a Bagnoli, per la cui implementazione fu acquisita la fabbrica FICPC, del gruppo Federconsorzi.Nel 1993, la Fondazione Idis, aveva infatti già acquistato in una asta pubblica i capannoni realizzati dall’ex fabbrica chimica Léfevre, sul lato mare, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 (65mila mq e 200mila mc).

L’amministrazione Bassolino, che si era trovata il progetto di Città della Scienza di Silvestrini proprio sul tratto di costa dove invece intendeva far sorgere l’arenile, autorizzò i lavori di manutenzione delle strutture solo dopo un braccio di ferro con la fondazione Idis, che per evitare di perdere i fondi raccolse le firme di decine di intellettuali in un appello per sostenere il progetto. I lavori di manutenzione furono finanziati dal CIPE, che approvò il progetto della fondazione insieme al programma tecnico sui siti dismessi dell’Ilva, stabilendo che l’attuazione sarebbe poi avvenuta con accordi di programma.

Accordo di programma”, diventerà poi, negli anni, la parola chiave per comprendere la natura dello scontro sul destino di Bagnoli. La destinazione e le funzioni d’uso, in pratica, come deciso da Bassolino e dall’assessore Vezio De Lucia, sarebbero avvenute solo con lo strumento urbanistico, mentre gli accordi di programma avrebbero definito i singoli progetti. È infatti con un accordo di programma del 1996, siglato tra Fondazione Idis, Ministero del Bilancio, Regione Campania, Provincia e Comune di Napoli che è stata realizzata Città della Scienza.

Con la Variante per la zona occidentale del 1995, il territorio del piano per Bagnoli venne suddiviso in 10 ambiti, con una previsione della riapertura del fronte verso il mare. Le ipotesi urbanistiche su Bagnoli non erano condivise dalla Fondazione Idis, ed il conflitto tra Bassolino e Silvestrini portò nel marzo del 1995 a promuovere un convegno internazionale per affermare l’autorevolezza e l’importanza del progetto di Città della Scienza e la necessità di difendere le strutture sul lato mare. Nello stesso periodo, il sindaco di Napoli, in un convegno con gli industriali, dichiarava invece che “il governo avrebbe dovuto acquisire i suoli Iri di Bagnoli e trovare le forme opportune per darli alla città”.

Nello stesso anno, in un viaggio che Bassolino e l’assessore Barbieri fecero a Wall Street, in occasione della presentazione agli istituti finanziari del dossier che prevedeva le operazioni di dismissioni e di rientro dei debiti del comune di Napoli, finalizzate alla collocazione dei cosiddetti BOC decennali (Buoni Ordinari Comunali) sui mercati finanziari, ed alla vendita dell’aeroporto di Napoli, c’era anche un progetto chiamato Bagnoli Redevelopment Area, che non ha poi avuto nessun seguito. Lo scontro sulla Variante urbanistica arrivò poi in consiglio comunale, con la presentazione di circa 600 emendamenti. Bassolino per superare lo stallo concluse un accordo con la destra accogliendo una parte degli emendamenti, relativi principalmente alle cubature, rimandando parte dei problemi alla fase esecutiva. Intanto la conversione in legge del decreto bis sulla bonifica veniva bloccata in parlamento per l’opposizione della Lega.

All’inizio del 1995, il comune di Napoli riuscì ad ottenere un buon rating da Moody’s, contestualmente accadde però, il 23 gennaio, il primo episodio che, anche per il forte impatto mediatico che ebbe, iniziò ad incrinare l’immagine del rinascimento napoletano: la tragedia dell’esplosione delle tubature del gas al quadrivio di Secondigliano che provocò 11 morti.

La variante così approvata non diede comunque conseguenze sostanziali per anni, essendo sempre vincolati i singoli progetti alla definizione degli accordi di programma. Il problema del destino di Bagnoli si spostò quindi sulla bonifica dei suoli.

Nel 1996 la questione della bonifica andò in regione, guidata allora dalla giunta di centrodestra di Rastrelli. Bassolino, appena rieletto sindaco, riuscì a spuntare un accordo con la Regione per dare vita alla Bagnoli Spa, il cui rifinanziamento venne ancora una volta ostacolato in parlamento dalla Lega, che negli anni successivi insorgerà più volte per evitare che vengano destinati altri fondi per la bonifica dei suoli dell’ex Ilva, cercando di bloccare la conversione in legge dei decreti.

Il 2001, dopo la parentesi sfortunata del governo D’Alema, nel quale aveva ricoperto la carica di ministro del lavoro non dimettendosi da Sindaco, è l’anno in cui Bassolino diventò presidente della Regione e Rosa Russo Iervolino sindaco di Napoli. La partita intanto si era si spostata sull’acquisizione dei suoli. Il governò bocciò la delibera della giunta Iervolino, che con le nuove norme in materia ambientale dovette decidere se continuare la bonifica con l’impegno diretto del comune oppure affidandolo ad enti privati. Venne quindi costituita la BagnoliFutura S.p.A., azionisti il comune di Napoli (90%), la regione Campania 7,5%), e la provincia di napoli (2,5%). L’obiettivo della Bagnoli Futura, ancora oggi, è la bonifica dei suoli, la trasformazione e la commercializzazione dei suoli.

Con la nuova società ed un sostanziale impegno del centrodestra, il progetto per la bonifica, finanziato nel 2001, per 80 milioni di euro, di durata triennale, vede l’Autorità Portuale di Napoli impegnata per la rimozione della colmata a mare, il Comune per la messa in sicurezza dell’archeologia industriale, e l’impegno per il conferimento del terreno bonificato in una cava. I suoli vengono trasferiti dal comune alla Bagnoli Futura S.p.A. Il governo Berlusconi però bloccherà i fondi fino al 2003.

Nel 2003 intanto, Città della Scienza inaugurava, in presenza del Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, il BIC per l’incubatore d’impresa, un centro di alta formazione ed uno spazio per congressi.

Nel tentativo di sbloccare i fondi per la bonifica di Bagnoli, il comune di Napoli tentò di cogliere l’occasione della candidatura ad ospitare l’America’s Cup, vinta dal team Alinghi dell’italo svizzeroErnesto Bertarelli, mettendo sul tavolo una ipotesi di progetto PUE che puntava sulla riqualificazione dell’area con un porto turistico. Il governo Berlusconi chiese però che il progetto fosse subordinato all’indicazione di un luogo preciso per lo smaltimento dei suoli inquinati da amianto e metalli, intanto il progetto otteneva lo sponsor del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ed un mezzo assenso da parte del capo della Confindustria. A riscaldare l’atmosfera per lo sblocco dello stallo su Bagnoli, con un dibattito che occupò per mesi le prime pagine dei quotidiani napoletani, si fece avanti anche la Acb-Rothschild per gli eventuali investimenti immobiliari. Gli industriali invece proponevano di suddividere il parco in un’area di 50-60 ettari, spostando sul perimetro di questi lotti alberghi ed abitazioni.

Si aprì così una nuova fase di scontro tra le diverse cordate dei progetti per l’area, tra cui quello relativo alla realizzazione di un porto-canale per 1200 barche su un’area di circa 12 ettari, e l’aumento di 600.000mc per le cubature (progetto Persico). La destra invece proponeva un piano alternativo realizzato dall’architetto Loris Rossi, sostenuto da Amedeo Laboccetta, che prevedeva lo spostamento del porto turistico a Nisida, proprio di fronte a Città della Scienza, con la collocazione delle strutture alberghiere sulla linea di costa. La doccia fredda arriverà con l’esclusione della città di Napoli dalle regate, a cui verrà preferita Valencia, mandando in fumo tutte le ipotesi per il rilancio di Bagnoli.

Nel 2004, durante una prima crisi dei rifiuti che si acuirà poi nel 2007, l’area dell’Ilva diventerà, per ironia della sorte, oggetto di una proposta per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti, portando alcuni giornali napoletani ad ironizzare sul destino dell’area “dall’America’s Cup, alla Munnezza’s Cup”.

Alla fine del 2003, in previsione del completamento della bonifica, la nuova partita si sposta sulla questione dellevalorizzazioni immobiliari, che intanto, grazie al PUE messo in campo per l’America’s Cup, avevano visto un aumento del 30% del valore. Il progetto finale sul quale in questi ultimi anni sono state bandite le gare per la vendita dei suoli, prevede sulla fascia Coroglio-Bagnoli, la realizzazione di “ attività turistico-ricettive, congressuali, nautico- diportistiche, commerciali, terziarie e residenziali.”. In pratica un borgo marinaro, “caratterizzato da alberghi, residenze di alto prestigio, un sistema congressuale ed impianti sportivi e di svago a servizio dell’area”.

“…chi ha paura muore ogni giorno…”

In tutti questi anni, tra le mille ipotesi e gli estenuanti tentativi delle istitituzioni di attrarre gli investitori a Bagnoli, solo Città della Scienza non ha mai smesso di proseguire le sue attività, nonostante le difficoltà finanziarie dell’ultimo periodo. Con la parentesi del 2005, quando ad avvicendarsi alla presidenza di Città della Scienza era giunto Luigi Nicolais, attuale presidente del CNR, per un anno, prima di assumere l’incarico di ministro della Funzione Pubblica del governo Prodi, la presidenza è poi tornata a Vittorio Silvestrini, che insieme a Vincenzo Lipardi, ed ai 160 dipendenti della Fondazione, continuano a credere di poter far crescere un fiore nel deserto.

Articolo originale pubblicato su Agoravox

 

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