L’angoscia dell’assoluto. Solaris, di Stanislaw Lem

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È piacevole, quando nel grande mare i venti sconvolgono le acque tranquille,
guardare dalla terra la grande fatica di altri;
non perché il tormento di qualcuno sia un godimento gradevole,
ma perché è piacevole vedere da quali mali tu stesso sia immune.
Piacevole è anche contemplare grandi scontri di guerra
che si svolgono nella pianura senza che tu partecipi al pericolo.
Ma nulla è più piacevole che star saldo sui templi sereni,
ben fortificati dalla dottrina dei sapienti,
donde tu possa volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri,
e vederli vagare qua e là e sperduti cercare una via della vita,
gareggiare d’ingegno, rivaleggiare di nobiltà,
affannandosi notte e giorno con fatica tremenda,
per assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.
(Lucrezio, De Rerum Natura, Libro II, Proemio)

Ma tu pensi che sia…l’oceano? Pensi che sia lui? Ma perché? Lasciamo pure perdere il come; ma perché, in nome del cielo? Credi davvero che voglia giocare con noi? O forse punirci? Ma qui si sconfina nella più bieca demonologia primitiva: un pianeta dominato da un enorme diavolo che soddisfa il suo satanico umorismo… (Solaris, pag. 109-110)

Scritto tra il 1959 ed il 1960, Solaris, di Stanislaw Lem, romanzo di SF filosofica, classico della letteratura del ‘900, solo con l’edizione del 2013 della casa editrice Sellerio, curata da Francesco Cataluccio, nella traduzione di Vera Verdiani, ha avuto in Italia la prima versione integrale dal polacco, rendendo finalmente giustizia alle precedenti edizioni, a loro volta tradotte dall’inglese, in alcuni casi vistosamente tagliate di alcune delle più importanti parti narrative  (nel 1971 la prima traduzione di J.Kilmartin e S.Cox, tradotta dall’edizione francese di Jean Michel Jasienski).

Per me Solaris, in sostanza, è lo scisma tragico fra l’atto conoscitivo, concepito come curiosità interminabile e inappagabile che condiziona il comportamento e l’attività, ed i soggetti inconsci, cioè i personaggi stessi, gli esseri mentalmente minuscoli e non adulti che compiono il vano sforzo di superare i propri limiti antropomorfici. Per dirla in breve, si tratta di un dramma gnoseologico, nel cui centro focale sta la tragicità dell’imperfezione dell’apparato umano conoscitivo. (Stanislaw Lem su Solaris)

L’incontro con l’ignoto, il mistero della scoperta, dello sconosciuto, tema che attraversa la letteratura d’avventura e gran parte della SF, è rappresentato in Solaris da un mondo a sé, nella forma fluida e gelatinosa dell’oceano, principio originario, antroposcosmico, insieme femminile e maschile:

Il simbolo, per sua intima struttura, ha molteplici sensi (spesso addirittura contraddittori fra loro) che noi moderni intendiamo separati e interpretiamo separatamente, ma che gli antichi percepivano nel loro complesso organico. Il fluido in movimento, il mare, le acque hanno via via il senso di fonte di vita e di generazione (nascita), come si è visto, ma anche di passaggio e di transizione (dall’informale al formale, dall’indefinito al definito: “attraversare le acque” significa nascere, venire al mondo; “tornare al mare” significa morire, regredire nell’indistinto; una nascita imminente è annunciata da un segno fisico inequivocabile che nel linguaggio popolare si definisce “rompersi delle acque”; una “barriera liquida” – fiume, sorgente, lago, mare – divide spesso nei racconti magici tradizionali questo mondo dall’Altro, quello fatato, e per giungerci – e rinascere ad una nuova vita – occorre superarla), di morte e scomparsa temporanea che prelude ad una rigenerazione, ad una “nuova era” e ad “uomini nuovi” (è quanto avviene a molti eroi del mito che s’immergono in elementi liquidi a questo scopo – Achille, Sigfrido ecc. – così come nel cristianesimo soltanto con la rigenerazione delle acque in modo fisico o simbolico, con il battesimo, si può essere purificati dal peccato originale e avere la possibilità di accedere al regno dei cieli; dopo il Diluvio universale che sommerge il mondo, Manu nella cosmologia indù, Noé in quella biblica e Deucalione in quella greca, si salvano dalle acque e possono così dare un nuovo inizio alla vita sulla Terra). (Gianfranco De Turris, Solaris o dell’irrazionale)

Come nella battaglia cosmica tra Achab e Moby Dick, in cui la lotta dell’ossessione per il “bene”, nel mare, è l’immagine rovesciata del dissesto originario, della perdita del punto equinoziale, della contaminazione originaria del cosmo, da cui derivano gran parte delle mitologie bibliche e pre-bibliche della caduta degli “angeli”, o degli esseri primigeni descritti da Aristofane nel Simposio di Platone, a loro volta originati dagli astri (i maschi, il Sole; le femmine, la Terra; il neutro, la Luna); in Solaris, è l’oceano primordiale, il mare senziente ed in perpetuo movimento, l’elemento acquatico e generativo, l’oggetto della rivelazione cognitiva dell’Altro. Al cospetto dell’oceano, classificato come Metamorpha, l’uomo di Lem è fuori dal suo mondo, fuori di sesto, e l’Altro è un oggetto confuso con il mondo circostante, fino a divenire oggetto uguale all’io, ma da esso diverso, un Altro interiore, che viene interrogato e percepito con il linguaggio che solo gli umani possono comprendere, attraverso l’esperienza del proprio mondo. L’oceano è pertanto un alieno la cui esistenza è incomprensibile, una “cosa” designata come un oceano, una macchina protoplasmica, una massa gelatinosa, un immenso organismo unicellulare, benché non sia nessuno di questi in realtà.

Una vera e propria “precessione dei simulacri” in Solaris determina la cartografia del doppio, generando una situazione iperreale, nella quale l’equipaggio della stazione orbitale viene disorientato dalla presenza di “visitatori”, “ospiti”, copie perfette che, pur avendo fattezze umane, si manifestano come prodotti della mente, non-reali e non-umani, manufatti extraterrestri che hanno una presenza nel tempo e nello spazio, prodotti dalla proiezione materializzata della psiche dei personaggi circa una determinata persona appartenente alla memoria individuale di ognuno.

Il protagonista, Chris Kelvin, è uno psicologo inviato dalla navicella spaziale Prometeo su Solaris, per capire cosa sta succedendo all’equipaggio della stazione orbitante, composto dagli scienziati Snaut, Sartorius, e Gibarian. I tre hanno appena condotto un esperimento sulla massa plasmatica di Solaris, bombardando alcuni punti con i raggi X, all’insaputa della comunità scientifica e nonostante questo tipo di esperimenti sia vietato da una convenzione dell’ONU, a causa dei suoi effetti nocivi. Poco dopo il suo arrivo, Kelvin scopre così che il dott. Gibrarian si è da poco suicidato e che l’esperimento sembrerebbe aver prodotto delle conseguenze psicologiche sulla stazione orbitante.

Dopo aver preso visione dei comportamenti apparentemente anomali dell’equipaggio, Kelvin è costretto lui stesso ad affrontare un fantasma, il simulacro di Harey, l’ex compagna morta suicida per amore all’età di 19 anni. Harey,  perfettamente identica alla ex amata di Kelvin, è una creatura antropomorfa dotata di qualità superumane.

Cerca il mutamento! Sii entusiasta per la fiamma,
quando sfugge la cosa che sfoggia il suo tramutare!
Lo spirito architetto che governa la terra
nello slancio della figura, ama il punto di svolta più di tutto!
Ciò che si chiude nel persistere, già è il Pietrificato;
si crede sicuro, rifugiato sotto il Grigio opaco?
Ecco, più dura cosa minaccia di lontano la durezza.
Ah! – si solleva il martello, quasi assente dal suo gesto!
Riconoscenza riconosce che s’effonde come fonte!
E incantato lo conduce per le vie serene del creato,
che col principio spesso finisce e con la fine inizia.
(R.M.Rilke, Sonetti ad Orfeo, II, XII)

Il perturbante incontro dei membri dell’equipaggio con i fantasmi (come li definisce Sartorius), creazioni F (secondo Snaut), o Politeri (secondo la terminologia invece usata da Gibarian, mentre Kelvin li chiama “visitatori”), creature immortali che sembrerebbero essere in grado di servirsi di una specie di amplificatore selettivo dei pensieri, e dei quali non è possibile in nessun modo liberarsi, finisce a poco a poco per diventare una esperienza psichica sconvolgente, per la capacità di questi di somigliare agli esseri umani.

Kelvin, infatti, anche dopo aver analizzato il sangue di Harey, accetterà come “autentico” il simulacro. Nello sviluppo del racconto, la “cattiva coscienza” della colpa di Kelvin passerà di segno, all’insaputa degli altri membri della stazione orbitale, e finirà per decidere di fare di tutto per portare via con sè il clone di Harey da Solaris, come in un rovesciamento del mito di Orfeo ed Euridice.

…è tutto nella norma, ma si tratta di un puro simulacro, di una maschera. In un certo senso è una supercopia, una riproduzione più perfetta dell’originale. Vale a dire che, mentre nell’uomo troviamo un limite di granularità, un limite di divisibilità strutturale, qui il limite è spostato molto più avanti grazie all’uso di materiale subatomico! (…) Il materiale costitutivo è fatto di particelle circa diecimila volte più piccole degli atomi. E non è tutto! Se le molecole di albumina e le cellule fossero direttamente costituite da questi micro-atomi, dovrebbero essere proporzionalmente più piccole, come pure i globuli rossi, i fermenti e tutto il resto, cosa che invece non è. Ne risulta che albumina, cellule e nuclei cellulari sono solo una maschera! (Solaris, pag. 148-149)

I “visitatori”, gli esseri simulati come Harey, ritornano alla luce dagli angoli remoti delle coscienze dell’equipaggio, apparentemente senza nessun obiettivo, né significato, come presenze, fantasmi, illusioni, sogni o incubi in carne ed ossa, espressioni estremizzate del ritorno di un passato irrisolto. Il vero enigma di Solaris è però la natura dell’oceano, vero e proprio universo parallelo, di fronte alla cui assenza di significato Kelvin si troverà ad affrontare una vera e propria avventura epistemologica. Tra i membri dell’equipaggio, infatti, la comparsa dei simulacri, o “creazioni F”, in grado di leggere le loro tracce di memoria, viene associata ad un’attività dell’oceano, come se questi stesse conducendo un esperimento:

Questo tipo di interpretazione, fondata sulla prescienza e sull’autorità, non ha nulla di moderno. Ma… questo atteggiamento è compensato da un altro, che ci è molto più familiare: l’ammirazione intransitiva della natura, un’amministrazione di tanta intensità da sottrarsi ad ogni interpretazione e ad ogni funzione: è un godimento della natura che non obbedisce più ad alcuna finalità (T. Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», p. 28).

Gli esploratori di Solaris però non si trovano di fronte a uomini-bestie, ma ciò che Kelvin incontra specchiandosi nell’oceano è la bestia nell’uomo, “questo misterioso elemento dell’anima che non sembra conoscere alcuna giurisdizione umana ma che, nonostante l’innocenza dell’individuo in cui esso alberga, sogna orribili sogni e mormora i pensieri più proibiti” (H.Melville, Pierre, o delle ambiguità, IV, 2).

Per un certo tempo aveva prevalso l’opinione (fervidamente caldeggiata dai quotidiani) che l’oceano pensante che circondava Solaris fosse un gigantesco cervello dallo sviluppo in anticipo di milioni di anni sulla nostra civiltà: una sorta di «yogi cosmico», di grande saggio, personificazione dell’onniscienza che, avendo da tempo capito l’inutilità di ogni azione, manteneva nei nostri confronti un rigoroso silenzio. Ovviamente non era vero niente. L’oceano agiva, eccome, solo che lo faceva secondo categorie diverse da quelle umane: invece di costruire città, ponti o macchine volanti, invece di aspirare a conquistare lo spazio o ad attraversarlo (cosa che i difensori a spada tratta della superiorità dell’uomo consideravano un nostro inestimabile atout) si dedicava a un’interminabile attività di trasformazioni, all’«autometamorfosi ontologica» (la storia delle attività solaristiche non mancava certo di termini dotti!). D’altra parte, poiché chiunque si immergesse nel corpus della Solaristica ne traeva l’inconfutabile impressione di trovarsi davanti a frammenti di strutture intelligenti e forse addirittura geniali, mescolati ai prodotti di un’idiozia rasentante il delirio, ecco che in contrapposizione al concetto di un «oceano yogi» si formò l’idea di un «oceano ottuso». (Solaris, pag. 39-40)

La superficie del pianeta Solaris, della costellazione Alfa dell’Acquario, del venti per cento superiore a quella della terra, è coperta quasi interamente da una sostanza plasmatica. Le poche zone emerse hanno una superficie complessiva leggermente inferiore a quella dell’Europa. L’atmosfera è priva di ossigeno. L’orbita del pianeta gira intorno a due soli, uno rosso ed uno blu, che durante il movimento rotatorio si intervallano nell’arco di quindici ore terrestri, con solo una differenza di un’ora l’uno dall’altro. Il reciproco movimento dei due soli provoca delle continue modificazioni alle orbite del sistema Alfa, ragion per cui l’oggetto degli studi degli scienziati che lo scoprirono si concentrò su Solaris, la cui orbita invece apparve subito stranamente stabile.

Dopo anni di ricerche e missioni spaziali, lo studio della pianeta ha sviluppato la branca di sapere scientifico della Solaristica, all’interno della quale, seguendo uno schema che Lem adotta anche in altri romanzi, lo studio della natura dell’oceano ha finito per dividere gli scienziati di due fazioni antagoniste. L’una, quella dei biologi, che vede nella sostanza plasmatica una formazione organica primitiva e pre-biologica di proporzioni mostruose, un gigantesco insieme, un’unica fluida cellula che circonda il pianeta di una sostanza colloidale profonda in alcuni punti migliaia di metri; mentre gli astronomi e fisici vi vedono una “macchina plasmatica”, un insieme organizzato e piuttosto evoluto per complessità e struttura, superiore agli organismi terrestri, in grado di influire sull’orbita del pianeta, una formazione priva di vita ma in grado di intraprendere attività “utili”, almeno sotto il profilo astronomico.

Lo scontro all’interno della comunità scientifica della Solaristica, descritto da Lem, sembra riecheggiare le dispute tra fenomenologi ed epistemologi che hanno caratterizzato il dibattito sullo statuto dei saperi dopo la seconda guerra mondiale, come ad esempio le problematiche del trascendentalismo, del relativismo e dell’etnocentrismo, il rapporto della coppia storia/struttura, la questione dell’origine delle strutture (in particolare delle strutture ideali della scienza); tra individualità ed universalità, ovvero su come l’io empirico determina l’io fenomenologico; oppure tra oggetti ideali e trasmissione storica, le modalità in cui i veicoli di comunicazione e tradizionalizzazione interferiscono nella scienza.

Solaris, scoperto da oltre cento anni, pur investigato sulla natura degli strani eventi che avvengono sulla superficie dell’oceano, ha visto gli studiosi delle diverse fazioni della Solaristica comprendere questi fenomeni sempre all’interno di un “paesaggio”, non relativizzando gli scienziati il proprio sistema di valori hanno così riprodotto l’attitudine colonialista e logocentrica dei primi scopritori dell’America nel XVI secolo, laddove invece Foucault denuncerà la cieca volontà di potenza che si nasconde nella ragione e nell’uomo, nella coscienza cartesiana: pura procedura.

A che servono i simulacri di Solaris? La domanda che gli scienziati degli studi di Solaristica si pongono, da decine di anni, di fronte ai fenomeni dell’oceano, a prima vista rievoca la descrizione della natura dell’anima di Lucrezio che, a differenza della potenza cattiva del “falso pretendente” platonico, dissolta, ritorna ai primi elementi. Come pellicole staccate dalle superfici dei corpi, immagini di cose senza somiglianza (delle quali producono solo l’effetto), i simulacri rompono le catene e risalgono alla superficie, affermando la potenza rimossa del fantasma, includendo il punto di vista dell’osservatore, il quale si trasforma e deforma con il proprio punto di vista. Una sorta di divenir-folle.

Come potete sperare di intendervi con l’oceano, se non riuscite neanche ad intendervi tra di voi? (Solaris, pag. 37)

Il plasma di Solaris è in grado di produrre delle strutture, veri e propri “mostri” fisici, che lasciano stupiti per la loro ampiezza e vastità chi le osserva. Tra queste si distinguono:

I longoidi, formazioni enormi, maggiori del Gran Canyon del Colorado, modellate in una materia gelatinosa e spumosa che si solidifica come una escrescenza scheletrica, stendendosi per chilometri, che durano solo alcune settimane, considerate da alcuni scienziati come dei processi del mostro che servono a trasportare le sostanze alimentari.

I mimoidi, così definiti perchè in grado di copiare in modo caricaturale e grottesco le forme circostanti fino ad un raggio di diversi chilometri. Strutture che viste dall’alto danno l’impressione di essere le rovine di antiche città per le enormi dimensioni.

simmetriadi, formazioni instabili nelle quali persino le leggi fisiche subiscono delle sospensioni, che si sviluppano come delle eruzioni di gelatina rarefatta al punto di essere quasi acquosa, sprizzante a getto continuo dal fondo dei crepacci. La sostanza, policristallizandosi, produce delle cosiddette “macchine momentanee”, una volta che i geyser si rapprendono e che le membrane abbiano formato una serie di piani. Ogni passaggio, ogni percorso, ogni rampa, nell’ambito di un polo è la copia identica del polo opposto, formando una perfetta simmetria, come lo sviluppo tridimensionale di un’equazione di grado superiore, come un parente delle curve negative di Riemann. Le strutture così formate hanno breve durata, trenta minuti circa, scomparendo poi, inabbissandosi nell’oceano.

La struttura dei simmetriadi viene descritta da Lem come simili alle architetture degli edifici terrestri, dall’antico al moderno, le cui fasi passano repentinamente alla somiglianza alle costruzioni monumentali ed immaginifiche di Babilonia, fino a quelle dell’epoca cosmodronica, costruite in una sostanza vivente e reattiva, come uno spettacolo acquatico di matematica perfezione. L’immagine evocata dallo scrittore però è principalmente quella dei simulacri che hanno un proposito inconscio dietro la spiegazione della loro formazione, almeno secondo alcune delle correnti di studi di Solaristica.

Mi ricordai che una volta, al tempo in cui ero l’assistente di Gibarian, una classe era venuta in gita scolastica a visitare l’Istituto di Solaristica di Aden. Attraversata una stanza laterale della biblioteca, i ragazzi erano stati fatti passare nella sala principale quasi interamente occupata dalle cassette dei microfilm. Vi erano raccolte immagini sparse di frammenti interni dei simmetriadi, ovviamente spariti da tempo, non sotto forma di singole foto, ma di oltre novantamila bobine cinematografiche. A un certo punto un’occhialuta ragazza sui quindici anni, grassottella, dallo sguardo risoluto ed intelligente, aveva chiesto: Ma tutto questo a che serve…? (Solaris, pag. 180)

Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo (Apocalisse di Giovanni, 4:6)

L’oceano di Lem è una macchina per produrre il reale, non pone nessun problema di senso, come l’inconscio per Deleuze e Guattari in l’Antiedipo che si pone unicamente una domanda: come funziona?

…problemi d’uso. La questione del desiderio non è cosa vuol dire, ma come funziona? Come funzionano le macchine desideranti, le tue, le mie, con quali colpi a vuoto che fan parte del loro uso, come passano da un corpo ad un altro, come si sospendono al corpo senza organi, come confrontano il loro regime con quello delle macchine sociali? (G.Deleuze, F.Guattari, L’Antiedipo, pag. 121).

Ignoramus et ignorabimus

…ma d’improvviso, scrutando giù negli abissi, vide al fondo un punto bianco vivente (…) che veniva su con rapidità prodigiosa e ingrandiva salendo, finché si volse e si videro allora, ben chiare, due file storte di denti bianchi, scintillanti, sorgenti dall’abisso imperscrutabile. (H.Melville, Moby Dick)

L’intelligenza è in grado di comprendere una realtà sconosciuta? Che richiede, per essere compresa, un radicale cambiamento dei metodi per l’acquisizione del sapere? Si può immaginare una coscienza diversa dalla coscienza dell’uomo? Alcune delle domande di fondo che vengono suscitate dalla lettura di Solaris danno risonanza al disperato tentativo di radicare le strutture formali del mondo, senza ridurle alla loro origine empirica, e senza ridurre la sfera aprioristica della conoscenza alle leggi della scienza matematica.

Derrida, a partire dall’inizio degli anni ’50, iniziò la sua ricerca filosofica proprio sull’origine delle strutture e ideali, cercando di individuare il modo in cui il trascendentale potesse pretendere di avere un ruolo determinante rispetto all’esperienza, a cui risponderà poi con la formula per cui: il vero trascendentale non è un apriori situato in un mondo iperuranio, è una struttura deposta nel mondo, una legge del conoscere (epistemologia) che dipende da una conformazione originaria dell’essere (ontologia).

Occorreranno venti anni al filosofo francese per sistematizzare, nel 1968, il concetto secondo cui il compito della filosofia post-metafisica consiste nel portare alla luce il movimento segreto che genera le contrapposizioni tradizionali (empirico, trascendentale; forma e materia; apparenza ed essenza). L’apriori, per Derrida, non è solo nella mente di Dio né in quella dell’uomo, ma anche nel mondo, o, più precisamente, in qualcosa che precede la distinzione tra mente e mondo. (in: J. Derrida, Marges de la philosophie)

Lem non poteva conoscere il lavoro che andava effettuando Derrida, l’attività “terapeutica” insita nel decostruzionismo, l’inferno della ripetizione, il meccanismo per cui la condizione della presenza è anche la condizione della non-presenza, essendo l’idealità una ripetizione indefinita, sempre aperta e mai risolta nel cerchio di una appropriazione totale. La differenza diventa così il processo che sostituisce l’assoluto, per cui il sapere assoluto è ciò che rende possibile la coscienza e l’idealizzazione, sia nel segno che nell’inconscio. E’ una possibilità necessaria di cui si deve tenere conto, in quanto ciò che è possibile rientra nell’essenza della cosa.

Allo stesso modo, Deleuze approderà (in Differenza e Ripetizione e Logica del Senso) ad una rottura del dogmatismo dello schema kantiano in cui le condizioni degli oggetti reali della conoscenza sono le stesse delle condizioni della conoscenza, incontrando l’universo informale delle singolarità impersonali e pre-individuali, nomadi, non più imprigionate nell’individualità fissa dell’Essere Infinito (l’immutabilità di Dio) nè entro i limiti sedentari del soggetto finito (i limiti della conoscenza). Un pensiero che ambisce ad andare in relazione con il Caos, per sottrarsi al dominio dell’opinione, provando a tagliare i Caoidi che, in quanto forma del pensiero e della creazione (nelle varianti di filosofia, scienza e arte), captano il caos sulla propria superficie di registrazione.

L’ideale della coscienza, il sapere assoluto, una totale presenza del mondo in un soggetto interamente presente a sé stesso, sogno e fantasma che percorre le pagine del romanzo di Lem, in uno dei dialoghi salienti del romanzo, tra Snaut e Kelvin, si avvicina all’immagine del Dio di Leibniz, per il quale passato, futuro e possibile non esistono, ma sono compresi in un eterno e futuro presente, rimanendo il sapere assoluto un ideale irrealizzabile:

– Ma se non sai nemmeno di che si tratta! Senti… Tu credi in Dio?

– Mi lanciò una rapida occhiata. (…)

– Non è così semplice – replicai in tono volutamente disinvolto. – Non sto parlando del Dio tradizionale delle religioni terrene. Non sono un esperto in storia delle religioni e magari non dico niente di nuovo…ma sai per caso se sia mai esistita una fede in un Dio…imperfetto?

– Imperfetto? – ripetè Snaut, sollevando le sopracciglia. – Che vuoi dire? (…)

– Mi riferisco ad un Dio la cui imperfezione derivi dall’ingenuità degli uomini che l’hanno creato, ma rappresenti una sua caratteristica immanente. Un Dio dall’onniscienza e dall’onnipotenza limitate, fallibile nel prevedere le conseguenze dei suoi atti, autore di fenomeni il cui corso generi spavento. Un Dio…minorato, che non si rende conto di volere più di quanto possa. Uno che ha costruito gli orologi, ma non il tempo da essi misurato. Che in vista di certi fini, ha creato dei sistemi o dei meccanismi i quali, però, questi fini li hanno oltrepassati e traditi. Un Dio che ha creato un’eternità: ma questa eternità, da misura della sua presunta potenza si è trasformata nella misura della sua sconfinata disfatta. (Solaris, pag. 289-290)

L’Epilogo. Speculum possibilitatis

Nelle ultime pagine del romanzo, il simulacro Harey prende drammaticamente coscienza della propria natura di copia, fino a tentare un impossibile suicidio, essendo immortale come l’oceano. Chris Kelvin, abbandona così la visione apocalittica del pianeta per andare con un elicottero su un mimoide, ed avvicinarsi alle onde, al cui cospetto, pervaso da una crescente perdita di identità, prova per la prima volta un’unione mistica con la vita dell’immenso mare plasmatico di Solaris, espressione cosmica di un inconscio collettivo, specchio del vero mistero dell’universo, l’uomo.

Noi uomini partiamo per il cosmo pronti a tutto: alla solitudine, alla lotta, al martirio e alla morte. Anche se per pudore non lo proclamiamo a gran voce, spesso siamo convinti di essere persone straordinarie. In realtà quello che vogliamo non è conquistare il cosmo, ma estendere la Terra fino alle sue frontiere. Certi pianeti saranno desertici come il Sahara, altri glaciali come il polo o tropicali come la giungla brasiliana. Siamo nobili e umanitari, non vogliamo asservire altre razze ma solo trasmettere loro i nostri valori e, in cambio, impadronirci del loro patrimonio. Ci consideriamo i cavalieri del Santo Contatto, e questa è la menzogna numero due: la verità è che cerchiamo soltanto la gente. Non abbiamo bisogno di altri mondi, ma di specchi. Degli altri mondi non sappiamo che farcene, quello che abbiamo ci basta e ci avanza. (…) Quello che volevamo: il contatto con un’altra civiltà. E adesso che ce l’abbiamo, vediamo che si tratta solo della nostra mostruosa bruttezza, della nostra follia e della nostra vergogna ingrandite al microscopio! (Solaris, pag. 108-109)

Dello stesso autore: La “Lettera Cosmica” di Stanislaw Lem

Licenza Creative Commons

Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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12 commenti
  1. Un libro fondamentale, romanzo breve, apparentemente semplice ma che supera i confini della fantascienza stessa, l’intuizione del pianeta magma-specchio che si apre a mondi che vogliamo o non vogliamo conoscere o ri-conoscere, mutaforme inquietante che attrae e respinge, oltre i fantasmi, sono i sensi di colpa a tormentare gli astronauti, e chi l’ha capito e reso evidente è stato Tarkovskij, perché anche le parole non dette conquistano e invandono spazi e luoghi.

    • …sono d’accordo con te…il film di Tarkovskij si è concentrato sul rapporto tra Kelvin e Harey, mentre il vero “perturbante” nel romanzo è l’immagine dell’oceano di Solaris…

  2. sì, tu che sei anche un esperto di cinema, la scena della levitazione con la natura morta fiamminga viene anche ripresa da Lars von Triar in Melancholia, e lì si capisce che il futuro è un’opzione chiusa…

    • …la parte filosofica del romanzo non è facilmente rappresentabile in versione cinematografica. Lem, in questo romanzo, come Borges, ha inventato una vera e propria branca scientifica per descrivere lo scontro culturale tra diversi approcci degli studiosi al “mistero” di Solaris…e proprio quelle parti contengono il messaggio principale di Solaris. Nel film di Tarkovskij, il protagonista, Kris, ad un certo punto si inginocchia davanti a Charij e poi davanti al padre, come per riconoscere che il suo viaggio trova una risposta nella casa paterna a cui ritorna…nel romanzo non c’è questo passaggio e la scena finale è quella di Kelvin sulla riva dell’oceano, le cui onde si ritraggono dolcemente per evitare il contatto con lui…(immagine femminile)…

      Su Solaris, Tarkovskij dice:
      “Per mezzo dell’arte l’uomo si appropria della realtà attraverso un’esperienza soggettiva. Nella scienza la conoscenza umana del mondo procede lungo i gradini di una scala senza fine, venendo successivamente rimpiazzata da sempre nuove conoscenze su di esso che sovente si confutano a vicenda, in nome di verità oggettive particolari. La scoperta artistica, invece, nasce ogni volta come un’immagine nuova e irripetibile del mondo, come un geroglifico della verità assoluta. Essa si presenta come una rivelazione, come un desiderio appassionato e improvviso di afferrare intuitivamente tutte in una volta le leggi del mondo – la sua bellezza e il suo orrore, la sua umanità e la sua ferocia, la sua infinità e la sua limitatezza”

  3. certo, nessuno lo metteva in dubbio, ma la grandezza di un libro sta proprio nell’aprirsi a molte interpretazioni, le trasposizioni cinematografiche non sono mai fedeli e secondo me non lo devono nemmeno essere, sono altre letture. Semplicemente il tuo articolo mi ha stimolato a ricordare altre cose, non necessariamente in tema.

    • …sono due opere diverse a mio parere, l’accento di Tarkovskij è sull’arte, come mezzo espressivo della realtà soggettiva. E’ un tema che lo porterà negli anni ’80 a scegliere la dissidenza politica. Sul lavoro del regista russo può aver influito sicuramente il lavoro di Kubrick, “2001, Odissea nello spazio”, tratto dal romanzo di Arthur Clarke. Il film di Tarkovskij è stato infatti raccontato dalla critica (almeno in italia) come una sorta di risposta “sovietica a Kubrick”, evocando la sfida spaziale tra URSS e USA, che nel 1969 aveva portato allo spettacolo dello sbarco sulla Luna. C’è nel film una questione prettamente politica e “biografica”, come per Lem, anche se collocata in un contesto diverso, sia spaziale che temporale…l’URSS del 1972, e la Polonia del 1959, due contesti diversi e due periodi diversi. Diversa anche l’estrazione culturale, Lem, ebreo, di formazione scientifica, Tarkovskij, figlio di un poeta e traduttore, approdato all’istituto statale di cinematografia dopo aver studiato arabo all’Istituto Orientale di Mosca. Il film è un dramma psicologico, mentre il romanzo è un dramma gnoseologico.

      Cmq la trasposizione di Solaris in Russia non era una novità, nel 1968 la TV di Stato aveva mandato in onda uno sceneggiato diretto da Boris Nirenburg, che oggi possiamo anche vedere su youtube : https://www.youtube.com/watch?v=PSEGTBBHqgw

      😉

      • sì stiamo dicendo la stessa cosa, Tarkovskij indubbiamente influenzato da una storia famigliare più straziante, non entro in merito sulla diversa interpretazione di dramma psicologico o gnoseologico tra film e romanzo… Kubrick è tutt’altra esperienza, una deriva diversa…

      • …però nel film non c’è, per ovvie ragioni, per non appesantirlo troppo, tutto il tema della Solaristica, la branca scientifica (immaginaria) che Lem, come l’ars combinatoria di Borges, usa a pretesto per descrivere lo scontro all’interno del mondo scientifico di quegli anni. Che sicuramente deve averlo influenzato, mi riferisco alla linea Kant-Husserl-Heidegger, nei confronti della quale viene fuori questo romanzo che, a mio parere, abbraccia la post-metafisica…

      • Non c’è perché è già complicato capire il déjà-vu, figurati la linea Kant-Husserl-Heidegger…dopo di che scusa se ho tirato fuori Tarkovskij, buon week-end 🙂

      • …buon week end anche a te… 🙂

  4. PaoloS ha detto:

    Mi complimento per la recensione di un romanzo che ha un posto speciale nel mio personale pantheon letterario.
    Possedendo sia l’edizione Mondadori che la nuova Sellerio, da un mio personale confronto posso affermare che la lettura della Sellerio è senz’altro raccomandata, anche se difficilmente saprei elencare con precisione le parti omesse o travisate in quella Mondadori. Anzi, non mi sembra (come scrivono molti recensori) che il testo sia considerevolmente più lungo nella nuova traduzione, infatti per quanto le pagine siano di più le righe per pagina sono di meno.
    Da qualche confronto a campione si può solo evincere uno stile differente nella resa della traduzione ma mai evidenti tagli.
    Qualcuno ha evidenziato effettivi tagli nella vecchia traduzione?
    Grazie

    • L’edizione originale fu tradotta in francese e, successivamente, in inglese. La versione inglese pare avesse effettuato dei tagli e degli aggiustamenti. Da questa seconda edizione in inglese provengono le successive traduzioni di Solaris (anche quella italiana)
      Questa edizione Sellerio curata da Cataluccio (2013) è invece tradotta dal polacco.

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